LA LINGUA MISTERIOSA DELLA POESIA - Anna Spissu - Lunga vita alla poesia breve: quanto è grande l’infinito?


Anna Spissu

L’infinito è prima di tutto una domanda, una delle prime che l’essere umano si dev’essere posto: cosa c’è al di là di quello che si vede? Cosa, oltre lo sguardo, quando l’orizzonte è un miraggio e una volta raggiunto si stendono davanti agli occhi un altro orizzonte e poi un altro e un altro ancora? E cosa c’era nel vasto cielo quando all’origine i nostri antenati non avevano alcuna delle pur limitate conoscenze che abbiamo oggi sull’universo?  Per questo l’infinito ha anche altri nomi, si chiama mistero, ma anche paura e bellezza, l’infinito è un’emozione. Così insegna per sempre l’immenso Leopardi.

Il fatto che l’infinito sia (anche) un’emozione non lo allontana dalla sua natura matematica: entrambe infatti hanno in comune la non misurabilità.


 

Nel 1655 il matematico inglese John Wallis inventò il simbolo che oggi tutti conosciamo per definirlo: un otto rovesciato per definire una quantità grande a piacere. È sempre molto particolare notare come la scienza si aggrappi al passato quando non saprebbe come fare a risolvere, graficamente e linguisticamente, un certo problema. 

Si arriva ai Romani con il loro numero 1.000 che a volte veniva scritto come un otto rovesciato e indicava una quantità immensa oppure si arretra ancora di più e si arriva ai greci, alle lettere dell’alfabeto e in particolare l’omega. Sia come sia, la cosa importante è che qualcuno abbia compiuto l’operazione di prendere l’infinito, questa entità inconoscibile, incalcolabile e misteriosa, e l’abbia racchiusa in un simbolo, l’otto rovesciato. 

Una specie di scatola magica: si trovasse il modo di aprirla, di decifrarla e rendere tutto razionale, riconoscibile, ecco che tutto sarebbe finalmente chiaro!

E invece no. Per fortuna esiste ancora il mistero. Quell’otto rovesciato sputa solo frammenti che vengono intercettati anche dalla poesia. 

E gli haiku? Non cercano forse anche loro di fare un’operazione concettualmente simile a quella di John Wallis? Creare una griglia fatta di una scansione precisa di numeri di versi dentro il quale mettere il reale, che, non va dimenticato, è sempre un minuscolo granello di infinito. Ma c’è di più perché l’haiku contiene suo malgrado e naturalmente il mistero. Chi è abituato a leggere poesia lo percepisce immediatamente ma, e qui sta una delle ragioni della lunga vita degli haiku, lo percepisce anche chi non è abituale frequentatore di poesia. 

Non è certo un caso che gli haiku, nella lettura ma anche nell’esercizio della scrittura, siano utilizzati in campo psicologico e della mindfulness. Dover scrivere parole che stiano dentro una definita griglia di versi vuol dire esercitare una grande concentrazione per raggiungere l’essenziale, laddove l’essenziale non è il nocciolo del reale ma vuole essere il nocciolo del segreto, quello che deve essere svelato per avvicinarsi all’idea di verità. 

Ci sono in proposito studi scientifici che gli haiku aiutano a sviluppare una flessibilità psicologica perché la scrittura diventa un filtro che permette di guardare con indulgenza e tenerezza il proprio dolore e la propria malattia. Per questo gli haiku sono utilizzati ad esempio nella cura dei disturbi alimentari, non sostituiscono certo le tradizionali cure ma si affiancano come un non irrilevante strumento di aiuto.

Si veda dunque quante sono le ragioni per cui gli haiku avranno lunga, lunghissima vita. 

Ora che siamo nella stagione lucente dell’estate riporto qui sotto alcuni haiku da portare in vacanza, parole che ci accompagnino come piccoli pezzi d’infinito, piccole verità.  


Giugno salato

corre velocemente 

nella piscina

*

Ho un tesoro.

È molto importante

la mia estate

*

La felicità. 

È di colore giallo,

è il mio sole.

*

Che bellezza: 

nemmeno una nuvola

nel cielo di mezza estate.

*

Breve notte d’estate

sulla peluria del bruco

stille di rugiada.


Mentre starete riflettendo su quale di questi haiku tocca di più la vostra vita, vi svelo un piccolo segreto, che però dà la misura di quanto siano diffusi e amati. 

I primi tre non li ha scritti né un famoso poeta né l’AI. Li hanno scritti alcuni alunni della scuola primaria, gli altri due invece sono di autori famosi:

Kobayashi Issa (Shinano1763- Shinano 1828) e Yosa Buson (Kema 1716-1784)

E se quest’estate, al mare o in montagna o dovunque ci troveremo, se provassimo anche noi a lasciarci andare al mistero e all’universo e prendessimo carta e penna e provassimo a lasciar entrare un haiku? Probabilmente ce ne verrebbe un gran bene. 



*

Carl Rogers, l'Acceptance and Commitment Therapy (ACT therapy)Hayes, Steven C., et al. Teoria e pratica dell'Acceptance and Commitment Therapy. Raffaello Cortina Editori, 2013



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