IL SORRISO DEL SOLE - Ornella Mallo - Intervista a Guglielmo Peralta su "La città invisibile"

Ornella Mallo



Guglielmo Peralta, nella sua ultima opera in prosa, dal titolo “La città invisibile”, (Robin Edizioni, maggio 2026, pref. di Marco Onofrio) lancia una sfida precisa: concepire, in un mondo che assiste impotente all’avveramento delle più apocalittiche distopie, la più sublime delle utopie, ossia una vera e propria “Città invisibile”, abitata da tutti i personaggi dei capolavori della letteratura di tutti i tempi. È un’ulteriore elaborazione dell’intuizione già sviluppata dal Nostro in “H-ombre-s”: questi personaggi, infatti, “calco della natura umana”, non hanno consistenza reale, ma sono “ombre, […] a somiglianza e a immagine dell’uomo, del loro Dio creatore, desiderose di fare il salto nel mondo per vivere una vita vera, autentica.” Nella Città invisibile, l’Autore, che si ribattezza con lo pseudonimo di “Amos”, riuscirà a riscrivere il finale dei più grandi capolavori, salvando alcuni personaggi condannati all’ infelicità perpetua. Si tratta di un’altra tappa del cammino che si è prefisso di percorrere Peralta, iniziato con la sua prima intuizione originale, quella della “soaltà”, neologismo da lui ideato, fusione perfetta di “sogno” e “realtà”. “La città invisibile” in cui cade il nostro Autore inseguendo il “Biancosogno” – elaborazione personale dell’autore del “Bianconiglio” di Carrol – è “La città della Scrittura”.


D: Ecco, allora, la prima domanda per Guglielmo: com’è possibile, in un’epoca come la nostra, così drammaticamente segnata dall’estremizzazione delle conseguenze della mentalità cybercapitalistica concepire un’utopia come quella della “Città invisibile”? Com’è possibile, oggi, continuare a credere in una “soaltà”? Credi davvero che dalla lettura dei capolavori di tutti i tempi l’uomo possa ricavare la chiave per una sua salvezza.


R: La letteratura è vita, è la sua rappresentazione; della vita dell’uomo ‘vivono’ i personaggi, creati a sua immagine e somiglianza. Ma la vita non è letteratura. Ed è un’impresa difficile la salvezza in una società, in questo nostro mondo, dove i valori tradizionali, morali, etici, sociali, in una parola, dello spirito, sono stati “trasvalutati” e dissipati. L’Übermensch annunciato da Nietzsche è stato, per fortuna, solo un fantasma, che, purtroppo, in questo nostro secolo ‘fantatecnoscientifico’ sembra essersi ‘concretizzato’ nel cyberuomo e nell’umanoide. “Volontà di potenza”, oggi, è salvare la natura umana dall’abiezione, dal nichilismo, dall’alienazione, per ritrovarsi e riconoscersi nell’essere assoluto: il solo modo, questo, di dire “sì” alla vita autentica e ai valori dello spirito e della morale. Ecco come l’uomo può e deve trasumanare! Non vedo altro orizzonte che questo oltrepassamento. “Nel tempo della povertà” - per dirla con Heidegger, interprete di Hölderlin - che, purtroppo, è ancora il nostro tempo, la letteratura, che sposa la poesia e continua a celebrarne le nozze, ha senso e diritto di cittadinanza mondiale. Perché dal negativo si "sviluppa" il positivo e il positivo è la bellezza, che si coglie nei capolavori della letteratura, dell’arte, della creazione umana. Bisogna, allora, credere nella soaltà perché essa progetta il cambiamento, auspica la ‘svolta’ attraverso la capacità di interiorizzare la vista e di ‘sognare’ un mondo nuovo, del tutto estraneo al modello distopico ed eticamente destabilizzante di Black Mirror e Blade Runner. Contro la disumanizzazione necessita imparare l’arte di vivere, ed io sostengo che non c’è arte migliore della contemplazione, che può aprire all’uomo la via della trasformazione e della redenzione. La Bellezza non ha salvato e non salverà il mondo; tuttavia, essa resta il grande ideale, l’utopia da realizzare per la costruzione di un’esperienza umana completa, fondata sull’amore dell’arte, della poesia e della vita.


D: In questa “Città invisibile” il primo personaggio che incontri è proprio “Alice a cavalcioni del suo Bianconiglio”. Come mai, tra le tante favole, hai scelto “Alice nel paese delle meraviglie”?


R: La scelta di Alice nel paese delle meraviglie è stata assolutamente inconsapevole, ‘dettata’ dal piano segreto della narrazione, dalla sua logica interna, da cui tutto prende sviluppo.  Ritengo, infatti, che a un autore appartenga l’idea iniziale e che il cammino creativo sia ‘pre-determinato’ da quella logica, che ‘ubbidisce’ alla legge universale della scrittura. Così, la mia ‘caduta’ dentro la Città invisibile è stata decisa, tracciata, ispirata inconsciamente dalla caduta di Alice dentro la tana del coniglio. Il personaggio, ho scoperto in seguito, mi è stato congeniale, aderente al segmento ‘fantastico’, onirico e assurdo del romanzo. Alice rappresenta il passaggio dall’ordine della realtà quotidiana al mondo del sogno, dell’immaginazione, dove logica, linguaggio e identità si scompongono e si ricompongono. E ciò accade anche nella mia narrazione, che è un viaggio anche nell’inconscio, che si evolve e si compie tra l’osservanza, il rispetto delle regole, e la trasgressione; tra il verosimile e l’assurdo; tra l’ideale e il reale.


D: La caratteristica originale di questa città è che in essa è possibile assistere alla riscrittura di molti capolavori della letteratura, i cui protagonisti sono condannati da destini tragici all’infelicità perenne. Scrivi testualmente: “ (…) la tragedia cessa di essere tale quando si fa poesia e scrittura, e il suo fascino è irresistibile.”  In virtù di cosa la Poesia in particolare, e la scrittura in generale, riescono a sublimare la tragedia umana? Qual è il rapporto tra poesia, in particolare, e scrittura, in generale, con la “soaltà”?


R: Nel mio romanzo la poesia ha una funzione catartica in quanto è assimilata alla lingua ‘redenta’, purificata, liberata da una scrittura, da un linguaggio che definisco “minotauro”, al quale sono sacrificati molti personaggi della letteratura mondiale. La Poesia è in relazione con la soaltà, perché è il principio dal quale sorge, attraverso il “sogno”, o immaginazione creatrice, la realtà: le opere della scrittura, delle arti e il mondo delle cose. E la soaltà è l’unione, il connubio perfetto di sogno e realtà.


D: Ti chiedo: al di là del fatto che effettivamente ciascuno di noi, leggendo un’opera letteraria, vorrebbe riscriverla facendola esitare in un “e vissero felici e contenti”, per quale motivo tu vorresti salvare i personaggi dai destini infausti cui sono stati condannati?


R: Ci sono personaggi, che io definisco ‘intoccabili’, per i quali non può esserci ‘salvezza’, o perché già redenti e salvati all’interno dell’opera originaria, o perché si sono macchiati di gravissime colpe, di delitti, per cui è giusta la loro condanna ed espiazione. Io mi assumo la ‘responsabilità’ di salvare quei personaggi che ritengo ‘innocenti’, in quanto con-dannati o da un oracolo che ne ha deciso il destino (è il caso di Edipo, che riprendo nel mio romanzo, ma come lui se ne incontrano diversi nel mito, nella tragedia greca, nella letteratura); o dal divieto imposto da un dio, da un lato, e, dall’altro lato, dall’amore e dal dubbio, dalla nostalgia e dal desiderio irresistibile di guardare il volto amato (è il caso di Orfeo ed Euridice); o dall’amore tradito, deluso (il riferimento è ad Ofelia, vittima degli eventi, della propria fragilità, resa folle da Amleto, che rinnegherà il suo sentimento per lei accusandola ingiustamente di essere infedele e ingannevole); o, ancora, dall’amore ‘proibito’ e da una passione incontenibile, in contrasto con le convenzioni e con un matrimonio ‘combinato’ per motivi politici (è il caso di Paolo e Francesca).


D: Mi ha colpito anche un’altra frase che tu scrivi. E cioè, a un certo momento leggiamo: “Mi sorprendo a camminarmi dentro mentre cerco l’uscita.” Mi hai ricordato Henry Michaux, quando diceva: “Scrivo per percorrermi”. Possiamo allora asserire che ognuno di noi porta dentro “Una città invisibile”? E i personaggi non sono altro che tante facce del nostro “Io”?


R: Se è vera l’affermazione di Hawthorne, e cioè che “un uomo è tutti gli uomini”, allora, ognuno di noi è persona unica onnisciente, ed è un autore che porta e custodisce in sé la Città invisibile della scrittura e, dunque, tutti i personaggi, che sono le tante facce dell’Io universale.


D: Ne “Le città invisibili” di Calvino, Marco Polo, durante i suoi dialoghi con l’imperatore Kublai Khan, pronuncia la famosa frase: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. A quale domanda dell’uomo di oggi potrebbe dare risposte la tua “Città della Scrittura”?


R: Più che rispondere a una mia domanda o, più in generale, alla domanda dell’uomo, la Città invisibile, o della scrittura, risponde: A chi sa che ogni sguardo è un inizio. A chi attraversa il visibile per cercare ciò che non appare. A chi insegna che il sogno è la realtà più vasta che la mente possa immaginare. A chi giudica ogni visione un atto di conoscenza e ogni conoscenza un atto di trasformazione. In questo senso, la Città non risponde: essa è la risposta. E la risposta è il godimento che essa suscita e assicura ai lettori. Qui, la realtà smette di essere un dato e diventa una domanda. Una domanda che non chiede risposte, ma presenza. Perché chi entra in questo spazio ‘soale’ assiste a uno spettacolo: si scopre parte di esso. E mentre la scena si illumina, qualcosa dentro di lui si illumina a sua volta.


D: L’incipit della tua opera: “Mi ritrovai nella Città della Scrittura dove tutto è parola”, richiama l’incipit della commedia dantesca: “Mi ritrovai in una selva oscura”. La mia domanda, allora, è: in cosa pensi di accostarti, con la tua opera letteraria, a Dante, e in cosa, invece, ti distingui o addirittura ti contrapponi?


R: La bellezza, la meraviglia e il mistero dell’universo sono la giustificazione dell’esistenza delle arti, della Poesia, della scienza. Esse suscitano il nostro stupore e ci donano, attraverso le rivelazioni, la contemplazione e l’estasi, la leggerezza dell’essere che ci solleva alle soglie del paradiso. Ed è qui che mi sento vicino a Dante, quando avverto questa condizione paradisiaca e ne godo. E ciò accade durante l’atto creativo e per virtù della Bellezza: ‘presenza celeste’, che tracima soprattutto là, dove non mancano le tragedie, le devastazioni dell’anima, il degrado morale. Anche la tragedia più rovinosa ha i suoi inferni e, tuttavia, essa cessa di essere tale quando l’ammanta la poesia e allora mi pare di attraversare il più arido dei deserti tra molte oasi di bellezza, che donano quel senso di profonda beatitudine, che, con un mio neologismo, denomino cielificazione: l’irruzione del cielo nello spazio dell’interiorità, ovvero, il processo di purificazione durante e mediante l’attività creatrice e l'esperienza mistica di unione con il divino, che è una sorta di teofania. Questo ‘accostamento’ a Dante è solo una ‘vicinanza’ spirituale, generata da “ciò che ditta dentro”. Mentre, dal punto di vista letterario, mi guardo bene dall’accostarmi a lui, evito di distinguermi dal sommo Poeta che, in quanto tale, è una ‘sommità’ inarrivabile, impossibile da ‘scalare’. E in questa impossibilità è, semmai, la mia ‘distinzione’ e anche la mia ‘contrapposizione’.


D: Che ruolo occupa l’amore nella tua “Città invisibile” e in generale nella tua poetica?


R: L’amore, nel romanzo, è associato, legato strettamente alla Lingua ‘redenta’, innamorata della bellezza, della giustizia, della verità, della vita. Perciò pronta ad assumere su di sé il dolore, le sofferenze, le tragedie dei personaggi, per redimerli e salvarli. È una lingua che compie miracoli dove le è concesso, e ‘ubbidisce’ alla legge del piano segreto della narrazione, dove s’impone il più alto volere. Non tutto, infatti, le è permesso, ma quando può agisce per la virtù dell’amore, che promette meraviglie.

“La città invisibile” di Guglielmo Peralta (Robin Edizioni, maggio 2026


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Guglielmo Peralta vive a Palermo, dove è nato. Ha conseguito la laurea in pedagogia presso la facoltà di Magistero, a Roma, dove ha avuto inizio la sua carriera d’insegnante nella scuola primaria e successivamente è stato docente d’italiano a Palermo negli Istituti superiori di 1° e 2° grado (scuola media e liceo). Ha pubblicato quattro sillogi poetiche: Il mondo in disuso I.L.A. Palma, 1969; Soaltà, Federico editore, 2001; Sognagione, The Lamp Art Edition, 2009 (pubblicata anche in versione e-Book da LaRecherche.it); Sul far della Poesia, SCe edizioni, 2022. Nel dicembre 2004 ha fondato la rivista monografica “della Soaltà”. Nel 2011 è uscito il romanzo H-ombre-S, pubblicato da Genesi Editrice e nel 2019 la versione teatrale col medesimo titolo per i tipi della Youcanprint. Ha vinto il Premio Cesare Pavese 2012 per la saggistica inedita con un saggio sull’Autore. Nel 2017 ha pubblicato Filigrane (saggi, critica letteraria e prose poetiche), Genesi editrice; nel 2018 il saggio La società felice, Aletti editore; nel 2022 Il teatro della Soaltà, ed. Thule; nel 2023 il saggio Il paradiso e la scrittura, Il Convivio editore; CALDERONe - una barca di sogni (meditazioni aforismi boutades calembours divagazioni divertissements), Paguro edizioni; nel 2026 il romanzo La città invisibile, Robin edizioni; Il teatro della soaltà II, ed. Youcanprint.

Il neologismo Soaltà è stato inserito sul Vocabolario online della Treccani.

 

Commenti

  1. Guglielmo Peralta23/07/26, 09:58

    Un grazie e un "sorriso solare" a Ornella e un sentito ringraziamento alla Redazione di Finestre lit-blog per la pubblicazione.

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    Risposte
    1. Ringraziamo noi Ornella per averci presentato La città invisibile attraverso una intervista che ne i duce all'acquisto! Complimenti per la scrittura all'autore.
      Melania Valenti

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