IL MARE E IL FARO - Giovanna Albi - Io, Ennio Flaiano e quel tormento...
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| Giovanna Albi |
Sì,
noi Abruzzesi siamo un po’ i cafoni di Silone, un po’ i dandy di
D’Annunzio. Ho sempre considerato preziose le Laudi del fanatico
Gabriele, e sogno ancora l’Ermione de La pioggia nel pineto e non riesco
a trasformarmi in foglia di rugiada, forse perché non c’è poeta per me che mi
rivolga fresche parole nella sera. Sì, piove qui in questo freddo mattino di
ottobre, tra la pineta e i tigli, comincia il giorno continuazione di una notte
insonne. Mal di denti, il tormento ed è anche Tempo di uccidere. Non
preoccupatevi, è solo l’unico romanzo del nostro Ennio Flaviano, primo
vincitore Strega 1947. Gestazione di tre mesi, il capolavoro. Quando lo Strega
era lo Strega, L’Abruzzo fu in pole position. Leo Longanesi lo
pubblicò e fu lui a presentarlo al massimo premio italiano. Noi Abruzzesi siamo
certo catuzzi, ma, rimettendo i paletti, siamo anche aristocratici, antiborghesi.
Forse un po’ del sangue di Flaiano è transitato nelle mie vene, non solo per il
mal di denti miei e del soldato di Etiopia, ma perché quel montanaro di Cortino
di mio padre era un libraio, non vendeva caciotte ma libri della UTET di cui fu
socio onorario. Ad onorare il vero, la mia dissacrante ironia, a molti
fastidiosa, mi deriva dai miei genitori, forse dai nonni mai conosciuti.
insomma io Ennio l’ho conosciuto attraverso mio padre e non i film di Fellini.
Ora come un destino mi ritorna in mente: il problema del Mezzogiorno è tirare
alla mezzanotte. Sì, la scoppiettante dichiarazione di Flaiano è diventata mia.
Cosa fare in venti ore in cui sono sveglia. Qui tutto tace nello studio di mio
padre, anche il mio Pippo accusa i suoi dieci anni, mi ronfa accanto. C’è una
enorme libreria, compagna delle mie sudate carte. Forse se mi fossi rifugiata
qui come Emily, mi sarei risparmiata la delusione del mondo. Saprei l’ebraico
come Giacomo e forse avrei tradotto le Istmiche di Pindaro, avrei perso
la vista sui manoscritti di Ercolano. La vista l’ho persa lo stesso. Mi ha
accecata l’amore per la vita. Da giovani si va incontro al mondo con la fiducia
dei bimbi. Chi va mai a pensare che devi misurare cose e persone. Non credevo
che fossimo tutti fratelli, e facevo bene, ma avevo una straordinaria apertura
al mondo. A sei anni avevamo noi amiche una casetta di legno per i nostri
pomeriggi. Qui era la sede dell’ Associazione Betelgeuse, la stella più
luminosa, con tanto di tessere e pedigree. Certo volevamo brillare, in realtà
lo facevamo. Non era tempo di uccidere, ma di vivere e vivere di luce. A otto
anni non lo sapevo, ma conobbi l’amore. L’immediata simpatia per un mio
amichetto di giochi e di letture mi è cresciuta dentro e ancora mi accompagna
con piacevole diletto. I primi sentimenti d’amore sono nati per lui. Un po’ mi
somigliava, con la sua carnagione scura come i foltissimi capelli. Ora che è
diventato bianco, non cambia il sentimento. Non è stato mai amore/odio, ma solo
Amore. Dico ai trasformisti della psiche e della Storia: ci sono verità
inoppugnabili, il genocidio è sempre genocidio, al di là delle definizioni,
l’Amore, se è Amore, non muta, permane come L’ Essere di Elea. Mentre tutto
apparentemente scorre, ti resta fisso quel sentimento tenace di un amore
sognato. La durata del sogno non ha tempo. Ci puoi mettere sopra lo studio, lo
sport ostinato, le sedute psicoanalitiche, il lavoro e la bella famiglia. Lui
resta lì, ti puntella la struttura, ti tormenta come un chiodo , ti esalta. Non
è un loop o un doc. Queste sono le categorie degli psichiatri. No quello
è Amore. Non ti resta che portartelo dentro come un piacevole tormento; un
punto di luce Betelgeuse di una vita che avrebbe potuto essere e che forse ti
avrebbe delusa. Il sogno tale resta dentro di me. Forse è stato meglio così.
Come in Tempo di uccidere, tutto è partito da un mal di denti, è
diventato stupro, omicidi e tormenti, ed è finito con il tragico dramma, la
conoscenza di sé, così io dal mal di denti di oggi, ho rievocato un parte di
me, che non è diventato stupro, ma tormento, non ho ucciso nessuno, ma ho
sbattuto cuore faccia e denti contro il Vero: la conoscenza di me.
Non è
importante che la legge di Dio o degli uomini ci assolva, il soldato di Etiopia
ed io ci conosciamo. Ci verrà la lebbra? Chi ci può liberare da noi stessi? L’
Amore per quel bambino fattosi anziano è la mia piacevole lebbra. Chi può
scegliere chi è come amare? Il giorno è fatto, il dado è tratto. Me lo porto
dentro insoddisfatto con l’ironia di Flaiano, con L’ Amore per mio figlio, come
Lui per sua figlia malatissima. Noi Abruzzesi siamo inguaribili fedeli agli
affetti. Traditi, ironici dissacranti. Lui ed io conserviamo una sola grande
fiducia: quella nel pensiero che porta in alto. Sì sono un’aristocratica del pensiero
antiborghese, aconfessionale, antidottrinale. Non ho la penna di Flaiano, non
vincerò lo Strega in tre mesi, ma un po’ del suo sangue mi scorre dentro. La
sua ironia e il suo pensiero, i suoi Elzeviri, il mio vanto.
Buon risveglio.


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