IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Cantami, o Diva
L’inizio dello spettacolo era per le 19:30, siamo un po’ in ritardo; un venticello fresco ci concede al fine il suo leggero soffio, a mitigare il torrido della calura estiva; il panorama incanta come di consueto: pietre su pietre a trasformare in arte l’abbraccio nascosto dentro un colle e poi, più in alto, alberi che sfidano l’arsura, grotte millenarie che custodiscono chissà quali segreti. Qui tutto parla di storia, di quanto l’umano possa toccare altezze che hanno a che fare col divino. Sono le otto quasi, il sole ci concede un suo ultimo raggio che taglia in due la cavea col suo rosso sbiadito. Poi una voce parte dal proscenio, la folla interrompe il brulichio di colpo e, come in un copione ben studiato, tutto si dispone al silenzio e all’attenzione. La scena (skené) svetta essenziale, simula quella consueta del teatro antico: due o più ordini sovrapposti di colonne e triglifi e metope con aperture filtro tra proscenio e quinte degli attori, solo che qui le travi sono in ferro e del tutto simili a un’impalcatura atta a ripristinare una facciata; al centro però s’accende un grande schermo, dove prendono a scorrere immagini IA d’un mito surreale e quasi alieno, mi viene da pensare a certe trasmissioni che girano su Focus in cui antichi dei e moderni ufo finiscono sempre per risultare imparentati. Fuochi fatui, iridescenze inaspettate, cataclismi d’atmosfera: l’effetto è molto suggestivo, il passato reinterpretato alla luce di un incontrovertibile futuro. Poi dalla skené s’affacciano i componenti giovani d’un novello coro, sembrano bande tratte dalla cattività d’una prigione. Simulano una guerriglia quasi metropolitana, eppure il loro impeto emana una crudezza antica, una sorta di danza primigenia che interpreta lo spirito di guerra d’ogni tempo. È un tripudio di musiche, di ritmi e di colori che trasfondono in nuove voci forme di poesia remota, restituendone al pubblico un impatto di meraviglia inalterata. Perché qui, oggi, a Siracusa, si mette in scena Omero e la sua opera epica più antica. L’Iliade, com’è noto, narra l’atto finale d’una guerra che va avanti da dieci anni: gli Achei si sono riuniti in un esercito unitario per vendicare l’onore leso dell’Atride Menelao, defraudato della sposa dal temerario Paride, figlio di Priamo, il re della fiorente Troia. A capo della spedizione c’è Agamennone, fratello del disonorato e re tra i più potenti dell’intera Grecia. Ma, al netto dell’invenzione letteraria, non è mai per amore di una donna che si fanno le guerre per davvero; gli scavi di Heinrich Schliemann - il fortunato e improvvisato archeologo che nel 1871 diede un volto storico a questa narrazione ritenuta per millenni leggendaria - evidenziarono per bene quali dovettero essere le cause vere del conflitto: una città prospera e ricca, in una posizione geografica perfetta a decretarne la grandezza ma anche a suscitarle contro antipatie e rivalse di chi affidava il proprio prestigio a lunghe tratte commerciali, di chi tesseva reti di potere a cui non era certo disposto a rinunciare. La guerra in fondo cambia tempo ma non ha mai cambiato pelle e, quindi, anche quella lunghissima che divise i Greci dai Troiani fu non guerra d’onore ma solo d’interesse. Un interesse a cui, in ogni epoca, s’asserve tutto: il coraggio, la giovinezza, gli affetti più sacri, la vita intera e anche il suo rovescio.
Sul nostro futuristico proscenio appare Achille,
imprigionato nella sua gabbia asfissiante di emozioni e sfortunate congiunture:
l’odio per Agamennone e le sue pretese ottuse, la dolcezza per Briseide
sottratta per ripicca dal suo letto e poi l’ira d’aver subìto un’ingiustizia,
il tarlo al cuore per l’indegno trattamento ricevuto. Perché la guerra da
sempre non la fanno i re ma i soldati e non importa se siano comandanti o
semplicemente opliti, il sangue sopra il campo è di un unico medesimo colore. E
lo sa bene Ettore, il principe troiano ereditario, che si staglia sulla scena
con l’aura predestinata di un agnello al mattatoio, vittima del suo coraggio e
del suo supremo senso dell’onore. Ritirarsi sulle alte rocche di Troia?
Lasciare al suo popolo il compito arduo della difesa estrema? Il suo codice
morale – superiore - non prevede alcuna di queste alternative. Sua moglie
Andromaca qui veste di rosso e porta tacchi a spillo che farebbero impallidire
una top model, ma le parole che pronuncia sono quelle tramandateci da Omero ed
è infinita meraviglia constatare come con la sua mise non stonino per niente.
Perché sì, è evidente, siamo dinnanzi a un’attualizzazione del poema, eppure
sorprende come esso continui a parlarci delle ragioni profonde da cui s’originano
l’ira, il rancore, la paura; delle declinazioni infinite dell’odio e
dell’amore; della povertà d’animo nascosta dentro ogni brama di potere; di
quanto il coraggio possa venire fuori dal dolore; di come la commozione e la
pietà possano riscattare anche il peggiore male. Certo, qui non ci sono corifei
dotati di panneggi ma giovani ballerini che indossano tute da ginnastica e
bandane e borchie e piercing di ultima generazione, tuttavia sembrano anime di
un contemporaneo in cui l’antico e il nuovo si innestano, si mescolano, si
fondono. Non è la prima volta che succede, le tragedie greche che oggi calcano
il palco del teatro greco a Siracusa sono quasi sempre frutto di una più o meno
corposa rilettura. La trama resta più o meno identica ma le ambientazioni, le scene,
le musiche, i costumi sono sovente frutto di un’opera volontaria di
modernizzazione: si riporta all’oggi la memoria dei grandi drammi del passato,
rileggendo in chiave attuale sentimenti e situazioni che riconfermano la loro
eterna essenza. Anche qui, ora, dinnanzi agli scellerati egoismi di potere di
Agamennone, davanti alle furie orgogliose di Achille, davanti alla generosità
sfortunata di Patroclo, davanti al dramma tra dovere e volere di Ettore ci si
rende conto di cosa voglia dire ‘classico’. Classico è ciò che riconferma
intatto il suo valore, ciò che serba un senso al di là di ogni naturale
evoluzione. Classici sono l’odio, l’amore, l’ira, la disperazione. Classici
sono i drammi dell’uomo: confrontarsi col proprio destino contingente, tentare
di superarlo e accorgersi che qualunque vittoria è alla fine sempre pari a
niente. Classico è l’umano filtrato attraverso la parola, come strumento
invitto di civiltà e memoria. Classico è condannare le umane aberrazioni: le
stragi, i lutti, i giochi di potere in cui non esistono mai vincitori e vinti.
Perché è la guerra - nei secoli - che vince sopra tutti. L’Iliade si
chiude coi giochi funebri celebrati in onore del defunto Ettore, ma la vera
conclusione del poema risiede appena poco prima, nella bocca del vecchio Priamo
che bacia le mani di Achille, assassino di suo figlio. E non solo, ancora di
più risiede nello smarrimento che quel gesto provoca negli occhi dell’assassino
stesso, nella momentanea trasfigurazione che sovrappone a Priamo il ricordo di
Peleo, il suo anziano padre, lasciato solo da dieci anni per combattere in una
terra lontana e ostile, privato dell’unico figlio che il fato non gli concederà
mai di rivedere. È in questo momento che l’odio arresta la sua corsa: piange il
re di Troia e piange il paladino della Grecia intera. In silenzio, l’uno
accanto all’altro, in una posizione che vede paritari i vinti e i vincitori.
Perché nessuno vince se il prezzo sono le lacrime e il dolore asciutto di chi
non ha più nulla per cui combattere. L’Iliade è tutto questo, è la
riflessione sul non senso umano che porta gli uomini ad uccidersi a vicenda,
una riflessione sulla vacuità della sete di potere come supremo motore delle
cose. Pochi combattono per la gloria, alcuni combattono per il dovere, molti combattono
solo per affermare la propria parziale visione delle cose. Ma ora, sul
proscenio, è giunto il momento della conclusione: sulle note della Lacrimosa
mozartiana, il corpo di Ettore diventa figura cristologica perenne, mani forti
lo sollevano e lo riportano ai suoi affetti più cari. Dietro, un padre piange
in silenzio col suo vestito nero.
*
Nota dell’autrice
La foto in
esergo e i rimandi contenuti nel testo si riferiscono alla messa in scena, per
la stagione teatrale INDA 2026, dell’Iliade con regia e coreografie di
Giuliano Peparini, presso il Teatro Greco di Siracusa.

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