FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “Autobiografica. Mi abitava la poesia”
Ph. di Claudio Scandelli |
Quando ancora non sapevo
cosa stesse accadendo. Nell’altrove interno senza un nome qualcosa si muoveva.
Qualcosa già parlava. Quando in mezzo al mondo il mondo lo sentivo così forte
che dal mondo me ne andavo. Dal mondo sparivo.
Una fitta al ventre, uno
schiaffo a volto aperto, un pugno al centro dello sterno. Una punta tagliente e
affilata che scendeva, entrava, inchiodava. Non lasciava scampo al sentire
forte, al sentire tutto. Irrimediabilmente. Irreversibilmente. E sanguinava la
parola nella gola, senza uscire, senza tradire. Ché a dirla sembrava fosse un
tradimento. Un patto di fedeltà violato. Più nessuna protezione là fuori. E
invece dentro, il luogo prescelto e nascosto dove si aggrovigliava, si
addensava e si contorceva. Di dolore e di stupore a nutrirsi. E lì restava. Più
non usciva e più s’infiammava. S’ingrossava nel fondo di un pianto. Di lacrime
a rovesciare la vita in eccesso – da sempre – l’eccesso di me a tracimare.
Poi ad un tratto fu
invasione. Fu tutto o niente, fuori o dentro. Diecimila vulcani in eruzione. Ed
io, fuori o dentro alla parola. Dalla parola provenire. Non poterne più
scappare.
Ora, il suo spazio è la
mia voce, la mia voce il corpo, il corpo la poesia. La sua forza mi modella e
mi fa muovere le gambe – e le mani le fa tremare. Mi tiene il tempo. Il tempo
che mi tiene appartiene alla parola. Si spiega al nontempo il senso di ciò che sono sempre stata, fuori dal tempo.
Strumento. Passa attraverso e mi costringe ad usare la voce che sempre ho
taciuto, sempre ho ingoiato. Che da sempre ho temuto. Divento ostaggio nelle
sue mani e non posso che dirne l’ardore. Scrivimi
addosso parole. Scrivi l’amore. Vortici e nodi, nebbie e sommosse, luci bianchissime
e nerissime notti. Interminabili – notti.
La prima volta davanti a
un microfono fu tutta un vibrare, una scossa incessante a invadere ogni nervo,
ogni vena, ogni viscera. Tutto si risvegliava e tutto era in allarme. Nel punto
esatto dove il silenzio moriva la voce nasceva. L’accensione fu carica
esplosiva di anni – decenni di sillabe cave e mutilate all’origine – percosse e
sacrificate parole. Sottintese, incomprese, ingiustificate e indifese parole.
Finite e infinite. Arrese e sfinite. Violate, turbate e anestetizzate. A
prendere forma nell’aria – ora parole da respirare – respirate parole.
Male-dette. Benedette parole.
Vola
alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa
esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza...
La cosa e la sua anima? O la mia e la sua
sofferenza?
[Mario
Luzi, da Tutto perso, tutto
parificato? “Per il battesimo dei nostri frammenti”]
Per anni ho censurato la
mia voce da dentro, e da quel luogo non mi sono data il permesso, la libertà
della parola che non strozza l’attimo prima di uscire. Ma la voce ha resistito
all’autocensura, visitata e travolta, ha ribaltato il sabotaggio di me stessa e
mi ha concesso di riaffiorare – fragile e furiosa – dai labirinti del temuto.
E quando la poesia è
avida di spazio come d’aria, esige l’espansione attraverso un corpo che la
muova. Non sa stare ferma la parola, sale e tuona, scende e rompe. E poi salta,
fluttua e gira in tondo – vortice di suono – intorno al vuoto e tu, cuore della voragine che inghiotte. Non è
il corpo che entra in scena ma la parola, che lo modella, che lo piega al suo
volere mentre esce, dice, freme. Mentre tocca e si fa toccare. E ti si
aggrappa. E ti possiede. Ti possiede, mentre tutto il resto cade.
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

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