FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Per #FakirAbderrahim o per una (imperfetta) teoria dell’umano
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| (Ph. dal web) |
La prima volta che mi chiesero che cosa bastasse a fare
di un uomo un uomo, stavamo parlando di un albero. Era il canto di Pier
delle Vigne. Fu allora che L. mi chiese: «Prof., quindi è il linguaggio a
definirci umani?»
In quei versi, lo sappiamo, Dante si trova davanti
a una creatura che dell’uomo non conserva più neppure le sembianze: un albero
contorto, spezzato, ferito, senza volto, senza mani, senza occhi, privato di
tutto ciò attraverso cui siamo abituati a riconoscere un nostro simile. Una
creatura condannata a una forma che sembra aver cancellato ogni traccia della
persona che fu. Poi Dante spezza un ramo e il legno, ferito, fa ciò che fanno
gli uomini: sanguina e parla. È dalla ferita che nasce la voce ed è attraverso
quella voce che Dante riconosce l’uomo, Pier delle Vigne, comprendendo che
dietro la corteccia, dentro quella forma straziata e irriconoscibile, non c’è
qualcosa ma c’è qualcuno: una persona che il dolore rende nuovamente visibile
agli occhi di chi la guarda. «Sì», gli avevo risposto, «è la parola a
restituirci all’umanità».
Ma c’è una parola che non dev’essere né spiegata né tradotta
né interpretata:
«aiuto»
Ricordate la teoria degli atti linguistici di Austin?
Ecco, oggi penso alla parola «aiuto» e al suo effetto più elementare, anteriore
a ogni teoria del linguaggio: una parola atavica come la paura e come la
speranza, forse la prima parola dell’uomo, che, comunque venga pronunciata,
dovrebbe far cadere i gradi, accorciare la distanza, sospendere ogni sentenza.
Non più il forte e il debole, il degno e l’indegno, il colpevole e l’innocente. Solo un corpo a terra che soffre e un altro essere
umano posto davanti alla responsabilità di quella vita.
Quando un uomo è a terra e pronuncia quella parola,
quando il suo corpo è schiacciato dalla forza di altri uomini, quando il
respiro si fa dolore e la voce diventa supplica, è necessario che dentro di noi
accada qualcosa. La pietà che non domanda prima chi sei, che cosa hai fatto,
quale peccato porti sulle spalle. La pietà che vede qualcuno caduto a terra e
si fa terra dell’altro, vede una ferita e cerca di arrestare il sangue, sente
una voce gridare e subito non domanda «Lo meriti?» o «Di chi è la colpa?» o «Da
che parte stai?», dice soltanto «Dove sei?» e va.
Per questo mi atterrisce ciò che resta quando la pietà
muore: la forza che continua a infierire anche quando non c’è più nulla da
piegare, uomini in divisa che dimenticano che il potere affidato loro ha un confine
sacro ed è la vita, soccorritori che assistono all’agonia di un uomo senza
sottrarre il suo corpo alla morte.
Ma cos’è questa prossimità al dolore che ci fa estranei?
E allora, caro L., non so se sia giusto, ma oggi alla tua
domanda risponderei diversamente, perché non so più se sia la parola, da sola,
a definirci umani, o se a farlo non sia piuttosto la misura infinitesimale di
ciò che basta a smuoverci: quanto poco debba essere il dolore di uno
sconosciuto perché qualcosa, segretamente, cominci a dolere anche in noi;
quanto lontana possa essere una sofferenza perché attraversi comunque la
distanza e venga a cercarci fin dentro il luogo più riparato di noi stessi; quanto
estraneo possa essere un volto, quanto diversa la sua storia, quanto
incomprensibile la sua colpa, perché continuiamo tuttavia a riconoscervi
qualcosa che ci appartiene, qualcosa di antico e indifeso che viene prima del
nome, della lingua, della legge, persino del bene e del male, e che ci lega gli
uni agli altri per il solo fatto di essere stati consegnati alla stessa fragile
sorte di avere un corpo che può essere ferito, una vita che può finire.
Più infinitesimale è ciò che occorre perché il dolore
dell’altro ci faccia male, più infinito è lo spazio che abbiamo dentro.
*
Quel poco arretrare
della mano che poteva
e non ha stretto
il mio corpo a terra
già non mi sente più
e sopra e intorno
i vostri occhi così vicini
— e voi irraggiungibili —
la mia parola, fiato di morte
grida ancora dalla croce
e nessuno
ad accorrere a vedere
nel mio volto d’ebano
farsi sporco il tuo
(inedito, 2026)


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