DA ORFEO ALL'INFINITO. SGUARDI E INCURSIONI POETICHE - Daniele Ricci - La poesia come impegno civile

 

Daniele Ricci


Traducendo Brecht

 

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

 

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.


Franco Fortini

(da Una volta per sempre, 1961, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2014, p. 238)


La poesia non è solo espressione di emozioni e affetti personali e privati, ma può anche rispecchiare e mobilitare la coscienza collettiva, il sentire comune di popoli e intere civiltà. Gli eventi storici, i problemi del mondo, le questioni della giustizia o della violenza, possono essere sentiti in modo altrettanto forte degli affetti personali o del sentimento della natura. Alcuni poeti, per ragioni storiche, biografiche o di sensibilità, hanno avvertito in modo più forte l’appartenenza alla vita di una società, alla storia di un popolo o alle grandi questioni del mondo; hanno perciò scritto poesie su temi civili, sociali, politici.

Alla poesia che parla del rapporto dell’individuo con il mondo, la storia, la vita sociale si dà il nome di “poesia civile”, perché dà voce ai sentimenti e ai pensieri che una persona può esprimere o condividere in quanto “cittadino” (in latino civis), partecipe della vita di una città, di un popolo ma anche o soprattutto della civiltà umana.

La poesia civile pertanto sviluppa temi individuali e sociali insieme, etici e politici, esaltando i princìpi su cui si fonda la vita della comunità: giustizia, libertà individuale, diritti e doveri del singolo nell’ambito della convivenza sociale, tolleranza delle idee altrui. Essa si propone di risvegliare e sollecitare la consapevolezza di far parte di una società in cui il diritto del singolo confina sempre con il dovere di salvaguardare la libertà dell’altro e con la lotta contro ogni forma di oppressione e di dispotismo.

Per queste ragioni la poesia civile, ieri come oggi, si rivolge a ogni singolo individuo trattando argomenti che coinvolgono tutti: il contrasto fra pace e guerra, la lotta per la difesa della libertà, la necessità dell’impegno politico, la presa di coscienza di fronte ai più pressanti problemi sociali, l’attenzione ai più deboli.

 

La tradizione della poesia civile affonda le sue radici nel mondo classico: tra i poeti greci mi viene in mente lo “spartano” Tirteo (VII sec. a. C.), autore di versi celebrativi e di numerosi canti che esortavano i soldati a combattere per la patria. A Roma fu significativa l’opera del poeta Orazio (65-8 a. C.) che sviluppò una satira di costume rimasta esemplare per il tono lucido ma pacato dei versi; più violenta fu invece la denuncia del poeta Giovenale, che tracciò un pessimistico quadro della classe dominante romana tra il I e II sec. d. C. (si natura negat, facit indignatio versum, “se la natura si oppone [al talento], è l’indignazione a creare i versi”, Satira I, v. 79).

L’importanza della poesia civile si ritrova nel tardo Medioevo, quando molti poeti intervennero con le loro opere a commentare le continue lotte tra Comuni, Impero e Papato, e i disordini sociali che ad esse si accompagnarono: nella Commedia Dante affronta il problema dell’Italia divisa e priva di una guida (Dante accarezzava il sogno di un’autorità imperiale forte, che governasse saldamente la vita sociale e politica, affiancando la Chiesa, preposta all’ambito spirituale e religioso); più tardi, Francesco Petrarca, il maestro riconosciuto della tradizione lirica occidentale, incluse nel suo Canzoniere alcune canzoni di argomento civile e politico (nella più celebre Italia mia… si rivolgeva ai signori d’Italia perché cessassero di combattersi tra loro in guerre fratricide e di assoldare milizie straniere che devastavano il suolo della patria comune).

In Italia, a partire dal Rinascimento, il frazionamento territoriale e la successiva rivalità franco-spagnola per il controllo della nostra penisola provocarono un lento abbandono dei temi politici e civili da parte dei poeti, condizionati anche da una pesante censura.

Nel Settecento lo sviluppo della cultura illuminista risvegliò l’interesse di studiosi e letterati per i problemi di tipo sociale e civile, nell’ottica di una spinta progressiva all’ammodernamento della società; tra le voci poetiche ricordiamo quella di Giuseppe Parini, che con il suo poema Il giorno denunciò le abitudini di vita di una nobiltà divenuta ormai parassitaria e socialmente inutile.

Con il profilarsi nel XIX secolo dei moti risorgimentali, la poesia civile acquistò un rilievo totalmente nuovo: in Italia ne sono testimonianza il carme Dei sepolcri di Ugo Foscolo, la canzone All’Italia di Giacomo Leopardi e le odi di Alessandro Manzoni Marzo 1821 e Il cinque maggio. Ne La ginestra Leopardi invita a prendere atto dell’infelicità degli uomini, come individui e come specie, così da stabilire un rapporto di solidarietà (il “vero amore”) tra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica, la natura.

Il Novecento offre un panorama più variegato: la nostra letteratura, accanto a poeti dall’intonazione spesso celebrativa come Gabriele D’Annunzio, annovera la pacata ma incisiva riflessione civile di Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Salvatore Quasimodo, o la lirica “impegnata” e risentita di Franco Fortini, Primo Levi e Pier Paolo Pasolini, per limitarci solo a pochi grandi nomi.

I profondi e spesso violenti cambiamenti politici e sociali che hanno caratterizzato il Novecento e soprattutto i conflitti mondiali del secolo scorso hanno accresciuto nei poeti contemporanei la consapevolezza di condividere il proprio destino con quello degli altri uomini, denunciando i massacri di cui sono stati testimoni e celebrando i valori di pace e solidarietà in cui hanno scelto di credere. Soprattutto a partire dagli anni Venti si sono aperte nella lirica occidentale del Novecento enormi suggestioni di impegno civile e “politico”: dalla lirica spagnola di Federico Garcìa Lorca, Emilio Prados e Rafael Alberti alla tradizione sudamericana dei vari Pablo Neruda, Mario Benedetti e Manuel Bandeira; da Edgar Lee Masters e i poeti della beat generation in Nord America alla lirica impegnata di Bertolt Brecht ed Hans Magnus Enzensberger, Ingeborg Bachmann ed Erich Fried in Germania e in Austria.

Oggi la poesia civile è soprattutto poesia di denuncia, che mette a nudo i problemi cruciali del nostro tempo: il dramma delle guerre e dei genocidi, il divario esistente tra il nord e il sud del mondo, il problema del rispetto dei diritti dell’uomo e della difesa di un equilibrio naturale sempre più precario. In Italia, nell’ultimo trentennio, il massiccio arrivo di immigrati provenienti dalle zone povere del mondo costituisce un passaggio cruciale per la nostra società, costretta a confrontarsi con culture e tradizioni radicalmente diverse. A coloro che reagiscono a questo fenomeno con indifferenza o aperta ostilità, difendendo i privilegi consolidati di cui godono i paesi occidentali, si contrappone la voce di chi decide di raccontare con forza il dramma dell’esodo che quotidianamente conduce sulle coste italiane centinaia di disperati in cerca di una aleatoria forma di sopravvivenza. Poeti contemporanei come Giovanni Raboni o Giancarlo Majorino (scomparsi da qualche anno, ma ancora molto “presenti” e attuali per il loro impegno civile in poesia), Gianni D’Elia o Matteo Fantuzzi, Maria Grazia Calandrone o Elisa Biagini, Laura Corraducci o Gianluca D’Annibali, per fare solo alcuni esempi, attribuiscono allora alla poesia il compito civile di rendere evidenti verità che spesso per viltà ed opportunismo vengono negate, affermando l’idea che “nessun uomo può considerarsi un’isola” (John Donne) e che nessuna coscienza può sentirsi esonerata dall’assumersi le proprie responsabilità rispetto a un dramma che coinvolge i nostri simili.

 

 

A Etty Hillesum

 

il cielo si è chiuso nel ventre

il gelo ha spezzato il tuo piede

ti ha vista cadere in ginocchio

sul tuo gelsomino gridare

e sale di zolfo e trionfo

esala dai polsi di vetro

nel campo partorivi il tuo fiore

le doglie dei giorni infiniti

rinascevano in bocca la sera

coi denti caduti per terra

lucidavi le labbra di Dio

 

 

Laura Corraducci

(da Il passo dell’obbedienza, Bergamo, Moretti&Vitali, 2020, p. 45)

 

 

***

 

 

Piedi

 

                                                                                     “Si stima che ogni chilo di Coltan che viene estratto 

                                                                                                        costi la vita di due bambini congolesi.”

                                                                                                     

                                                                                                       “In Europa c’è una crescita allarmante di tentativi di                                                                                                                

                                                                                                        suicidio, in bambini e adolescenti tra i 5 e i 17 anni.”

 

Piedi firmati, piedi adolescenti,

piedi danzanti a un metro

dal parquet in rovere antico,

piedi irrequieti, venduti

per un litigio e costati una sfortuna,

piedi che si abbandonano alla cruna

della morte, dove il cappio non ha indugio.

 

Piedi feriti, piedi differenti,

piedi sformati, piedi adolescenti

senza una calzatura e senza faccia,

piedi che non bastano alle braccia

e fanno breccia nei proventi

delle multinazionali; piedi pestati

da piedi di maiali.

 

Piedi innocenti che cercano nel fango

un pasto per se stessi e un cellulare

per piedi lontani, firmati, capricciosi

che al primo vero errore inciamperanno,

piedi che danzeranno (e piango

mentre lo predìco)

a un metro dal parquet in rovere antico.

 

Gianluca D’Annibali

(da Poeti, migranti… ed altri insolenti (a braccia semiaperte), Osimo, Arcipelago itaca, 2025, p. 60)

 

Dunque quella dell’impegno civile è una poesia che nega l’egoismo e sollecita ognuno a ragionare e a operare non per sé ma per la collettività (oggi mondiale) di cui fa parte. Essa è anche la poesia che stimola ampi e inquietanti interrogativi sulle priorità che ciascuno deve porsi nella propria esistenza; interrogativi destinati a rimanere aperti, ma che hanno il merito di mettere in discussione le nostre opportunistiche certezze e di spingerci a impegnarci per realizzare un mondo migliore, più giusto e meno violento.

 

Ho sempre creduto che qualcosa (molto, per essere più preciso; quasi tutto, direi) dovesse mutare nella nostra società. So che questo mutamento si prepara da tanto tempo, forse da decenni. So che molti non vi credono o non lo vogliono; e perciò riparano, racconciano, aggiustano quel che è troppo guasto, convinti che nessun crollo sia imminente. Intanto, un poco per giorno, il mondo muta.

Sono vissuto spiando il giorno di quella caduta; e preparandolo. Anche con poesie come questa, preparandolo. Ma la gioia che fin da ora mi ripaga di inevitabili sofferenze non è solo nella certezza di aver contribuito ad una trasformazione che voglio positiva; è nella persuasione che la causa occasionale finale potrà essere data dal leggero impeto di una giovinezza e di una felicità, dal minimo peso di un uccello, di una rondine, capace quindi di sottrarsi al crollo, di non avvertirlo nemmeno. Verranno generazioni di giovani che saranno più felici di noi e non avranno nemmeno bisogno di sapere da quale mondo atroce noi eravamo circondati” (Franco Fortini, 1970).

 

 

La gronda

 

Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,

 in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso

e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano

qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti

e lungo i tubi, gore di catrame, calcine

di misere riparazioni. Ma vento e neve,

se stancano il piombo delle docce, la trave marcita                     

non la spezzano ancora.

 

Penso con qualche gioia

che un giorno, e non importa

se non ci sarò io, basterà che una rondine

si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti

irreparabilmente, quella volando via.

 

 

Franco Fortini

 

(da Una volta per sempre, 1962, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2014, p. 258)

 

 

                                                                                              


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