CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - L’IN-TU-ITO

 

Anna Segre

4 obbiettivi interpersonali importanti per me.

1)    Voglio seguire l’intuito,

anche se sono stata educata al vaglio dei dati,

anche se hanno cercato di correggerlo costringendomi come una scarpa ortopedica al cognitivo comportamentismo, alla dimostrazione di ciò che dico, ad avere delle basi per sostenere ogni mia idea, ad argomentare per persuadere.  

Voglio dargli retta perché aveva ragione a mettermi in guardia in situazioni apparentemente innocue, perché aveva capito pindariche e assurde implicazioni poi rivelatesi (assurdo) vere.

Come tutte quelle volte che ho frenato all’ultimo millimetro utile, che ho chiamato l’ambulanza appena in tempo, che ho aggiunto stabilizzatori, che me la sono data a gambe, che ho detto: provaci!

È vero: l’intuito non te lo puoi dare. È come il desiderio. Non puoi fare come per gli addominali o l’imparare a memoria, esercitandoti. No. L’intuito è fuori dal nostro controllo, e si sa cosa pensa una società commerciale e religiosa di quello che è fuori dal controllo.

È vero, l’intuito potrebbe ingannarti. Anche se è raro.

Potrebbe essere che non ti sei fidata e l’hai interpretato male.

Non lo potete condizionare: vi piacerebbe avere questo drago tra le cosce e dire ‘Dracarys!’, ma il drago non è un servo.

Sento la marea che sale, io, dall’entroterra, da sopra il monte. E non me la nego, quest’anticipazione.

Sento il cambiamento come un rombo, anche se remoto, sordo. Modello Tiresia, non vedo ma credo in quello che sento.

Mio padre temeva l’intuito. Ce l’aveva, ma lo tormentava l’indimostrabilità di ciò che capiva. E cercava forse di mettermi al sicuro, indirizzandomi verso lidi di logica, carte a sostegno, parole chiave, obbiettivi dichiarati.

Avrebbe preferito medico ospedaliero, camice bianco, stetoscopio al collo, una carriera chiara, un contratto, ferie, malattia, contributi.

Ma io ho intuìto il mio meglio in una vita da libera professionista psicoterapeuta. A lui pareva una retrocessione sociale, a me il corrispondere a me stessa. Ci ho creduto abbastanza da contraddire generazioni di impiegati e posizioni sicure.

L’intuito mi è sfuggito dalla bocca molte volte, facendomi dire cose che non era proprio il caso e che si sono puntualmente verificate. Vedo nessi dove i pazienti vedono punti disparati, vedo la torta dove gli altri discettano sui singoli ingredienti. Non mi credono e sembro matta.

Come quella volta che vidi Giuditta, cioè la incontrai per 10 secondi prima del saggio di teatro di mia madre, me ne innamorai di colpo, bam, e scrissi una serie di poesie sul suo carattere senza conoscerla. Un delirio? Beh, a sua detta, tante di quelle verità che lei stessa faticava a capacitarsene.

Eppure.

Metto qui sotto una poesia di Pedro Salinas tratta da ‘La voce a te dovuta’ sull’intuito, che tanto bene dice questo sapersi senza poterlo spiegare, cioè intuirsi:

 

Non ho bisogno di tempo

per sapere come sei:

conoscersi è luce improvvisa.

Chi ti potrà conoscere

là dove taci, o nelle

parole con cui tu taci?

Chi ti cerchi nella vita

che stai vivendo, non sa

di te che allusioni,

pretesti in cui ti nascondi.

E seguirti all’indietro

in ciò che hai fatto, prima,

sommare azione a sorriso,

anni a nomi, sarà

come perderti. Io no.

Ti ho conosciuto nella tempesta.

Ti ho conosciuto, improvvisa,

in quello squarcio brutale

di tenebra e luce,

dove si rivela il fondo

che sfugge al giorno e alla notte.

Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,

nuda ormai dell’equivoco,

della storia, del passato,

tu, amazzone sulla folgore,

palpitante di recente

ed inatteso arrivo,

sei così anticamente mia,

da tanto tempo ti conosco,

che nel tuo amore chiudo gli occhi,

e procedo senza errare,

alla cieca, senza chiedere nulla

a quella luce lenta e sicura

con cui si riconoscono lettere

e forme e si fanno conti

e si crede di vedere

chi tu sia, o mia invisibile.

 

Ma che cos’è l’intuirsi, se non essere nell’altro? Se io m’intuassi come tu t’inmii, (questo è Dante) allora sì che saremmo anche in grado di usarla senza temerla, quando arriva, l’in-tu-izione.

 

Gli altri tre sono:


2)    Non si lascia indietro nessuno,

il che significa che vorrei da me stessa un cambio di polarità: non la focalizzazione sull’obbiettivo cui sono stata addestrata, bensì l’altro, che vale sempre in ogni caso molto più di qualsiasi obbiettivo. Lo so, sembra generico, ma tenerlo presente ha cambiato le mie reazioni, ha rallentato la fulmineità di salvare me stessa senza guardare il resto. A tal proposito cito il film Forza maggiore: storia di una famiglia, lui, lei e due figli tra i 6 e i 10 anni sono in vacanza sulle Alpi francesi e stanno prendendo una cioccolata calda sulla terrazza davanti al ghiacciaio. Un’abbagliante giornata di sole. A un certo punto si stacca un pezzo dal ghiacciaio, sembra quasi uno spettacolo, c’è anche chi fa foto al fenomeno. Dopo tre secondi di stupore affatato, diventa chiaro che la valanga arriverà alla terrazza. Tutti scappano urlando e rovesciando i tavoli. Anche il marito schizza via senza guardarsi indietro. Lei prende i bambini e li tira sotto il tavolo, accucciandosi con loro. Si salvano per questo. Ma è l’inizio della fine della relazione tra lui e lei. Ecco. Alle brutte non siamo sicuri di come reagiremo. E io vorrei tanto essere come lei e non come lui.


3)    Farmi cava per contenere in mondo

Perché sono troppo piena di paure e di me per lasciar entrare davvero il cosmo.

 

4)    Ascoltare

A volte sento come un’impermeabilità alle parole degli altri, una resistenza quasi meccanica, come se non ne potessi più o come se qualcosa in me volesse dormire.

E io vorrei invece avere la forza di tacere fino alla fine del discorso, capire, ascoltare tutto. Non sentire. Ascoltare.

 

Perché scrivo queste cose?

Perché mi girano in testa,

le inseguo per verbalizzarle,

non ci riesco,

però non riesco smettere di inseguirle.

 

 


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