Alessandro Falconi - Miopia dell’iperstizione: leggere Calderon de la Barca e sfuggire da Night City

 

Alessandro Falconi



“Non è una luce quella caduca esalazion, pallida stella, che in tremuli deliqui, palpitando bagliori e raggi obliqui, rende più tenebrosa la nera grotta a quella luce ascosa?”

 

2021-2025 Quarta Guerra Corporativa, sul campo Arasaka e Millitech, colossi dell’industria della sicurezza con i loro corpi paramilitari; Nel 2077 David Martinez frequenta, proprio nella megalopoli Night City, una prestigiosa accademia al soldo dell’Arasaka, la madre ha un lavoro modesto, del padre non c’è traccia, ma il ragazzo è un prodigio: si mantiene a galla, dal suo tecnoproletariato, in mezzo ai figli dei grandi capitalisti che popolano la sua classe. Eventi di bullismo: un suo compagno, per costringerlo a lasciare l’accademia, lo massacra grazie a un chrome di ultima generazione (un impianto tecnologico grazie al quale diventa un maestro di arti marziali, rapidissimo), la madre di Martínez viene ferita gravemente lo stesso giorno in un attentato mafioso che li coinvolge come vittime accidentali. Il risultato è che Gloria Martínez finisce per essere raccolta non dal Trauma Team, la megacorporazione sanitaria che si dovrebbe occupare di curarla, essendo arrivati per primi, ma i “meat wagons” della scadente sanità pubblica che dovrà rimetterla sui propri piedi, ma la donna non ha un’assicurazione, le spese sono esorbitanti, troppo costoso perché sia conveniente tenerla in vita: l’unica soluzione è lasciarla morire. David torna a casa, un tugurio di pochi metri quadri incastonato in mezzo a palazzi soffocanti, con le ceneri della propria madre, recuperate in uno squallido vicolo da una sorta di distributore automatico, prende il giacchetto che apparteneva a Gloria e vi trova un modello di Sandevistan, un chrome capace di rendere velocissimo chi se lo impianta sulla spina dorsale, il rischio di cyberpsichosis è altissimo, il dispendio di risorse mentali per chi ne fa uso, troppo grande. Ma Martinez davanti a sé ha una sola strada: diventato irraggiungibile per la sua velocità, darsi alla criminalità e cercare una via fuori dalla miseria.

 

La prima puntata di Cyperpunk: Edgerunners è una storia che rimane addosso, si impianta nel cervello: è qualcosa di più del Matrix, è qualcosa di peggio della desolazione di Fallout. Nell’epoca del tecnofeudalesimo marcato Meta e del controllo capillare Palantir sembriamo essere arrivati alla soglia non più di una superstizione dalla quale smarcarsi con relativa agilità e raccolta differenziata, siamo al primo passo che imbocca il sentiero dell’iperstizione, della profezia autoavverantesi. Versiamo nella speranza del progresso mentre si chiede la privatizzazione della sanità (in Europa): gli ospedali si affollano, le liste di attesa si allungano e, comprensibilmente, le tasche della sanità privata si gonfiano; si tagliano fondi alla scuola e si investe nella corsa al riarmo contro lo spauracchio russo, mentre “a Gaza, comunque, il diritto internazionale vale fino ad un certo punto” (Antonio Tajani, Ministro degli esteri, ospite a “Porta a porta” condotto da Bruno Vespa) e si fa una guerra per gli interessi delle multinazionali e dei colossi big tech. Mentre ancora, d’altronde, Mark Fisher nel suo celebre “Realismo Capitalista” parla, in relazione a quella che definisce “impotenza riflessiva” dei giovani studenti britannici come una profezia autoavverantesi, cito: “L’impotenza riflessiva corrisponde a un’implicita visione del mondo comune a molti giovani britannici e si lega a patologie estremamente diffuse. [...] Una tale patologizzazione pregiudica qualsiasi forma di politicizzazione: privatizzare questi disturbi, trattarli come se fossero provocati da null’altro che qualche squilibrio chimico o neurologico, significa escludere a priori qualsiasi causa sociale sistemica.”, Fisher prosegue spiegando come gli studenti siano “stretti tra il vecchio ruolo di soggetti di un’istituzione disciplinare e il nuovo status di consumatori di servizi” risolvendo poi nelle osservazioni di Deleuze nel “Poscritto sulle società di controllo”: “la società del controllo [...] opera facendo leva su una posticipazione indefinita: l’istruzione è un processo continuo, l’intera vita lavorativa è segnata da una successione di aggiornamenti, il lavoro te lo porti a casa, lavori da casa e sei a casa a lavoro. Una conseguenza di questa forma «indefinita» di potere che è il controllo esterno viene garantito dalla sorveglianza interna: il controllo cioè funziona solo quando sei complice”. Pare chiaro come mediaticamente, geopoliticamente e socio-economicamente la situazione sia confusa e intricata, ma il vertice di tutto punti verso il cyberpunk della disparità tecnologica e del darwinismo sociale, del controllo subdolo e dissimulato e del punto di non ritorno, il tutto condito da una coazione alla ripetizione e un eterno ritorno del rimosso che finirà presto per essere autodistruttivo, sotto il dominio e la benedizione di Thanatos.

 

Ma proprio in virtù di questa coazione al ripetersi delle cose, possiamo forse immaginarci laddove Calderón de la Barca col suo capolavoro secentesco, apoteosi del barocco (eppure non liquidabile in poco come spesso accade ad opere sue contemporanee) La vita è sogno, una via d’uscita dalle più funeste delle profezie. La lettura che se ne fece un tempo sarebbe, ad oggi, trovo, fuorviante: La Vita è sogno non è una tragedia di Virtù e Redenzione, La Vita è sogno è una tragedia sull’iperstizione — e l’ingenuità dell’uomo che la compiace e asseconda —. Il re di Polonia Basilio, rinchiudendo il figlio Sigismondo (erede al trono di diritto) compie le stesse empietà che le stelle già in passato gli avevano suggerito avrebbe realizzato il figlio, non ancora nato, che uccise la madre al parto: il magistrale monologo del re (reso per giunta con efficacissima maestria poetica da Luisa Orioli, per Adelphi, essendo stata capace di mantenere lo schema di rime dell’opera originale) funzionerebbe già individualmente come manifesto dell’uomo che decide di avverare per se stesso i presagi più funesti. Basilio annuncia che prima della nascita del figlio, grazie ai propri studi astrologici, aveva interrogato le stelle e anticipato il futuro, venendo così a conoscenza del fatto che il figlio Sigismondo avrebbe portato terribili disgrazie al regno, ipotesi corroborata, poi, dai devastanti terremoti e i disastri naturali che accompagnarono la nascita del povero bambino, oltre la tragica morte della partoriente. Sigismondo venne perciò allevato in cattività dal cavaliere Clotaldo, fidato del re, nel buio di una torre in mezzo ai monti, educato alle scienze e alla Fede, e definito dai pochi che ebbero modo di vederlo (sarebbe a dire Clarino e Rosaura, oltre Clotaldo e pochi altri) una bestia. E bestia dimostra di esserlo, quando, drogato, viene portato a corte e gli viene fatto credere di essere il nuovo monarca, secondo l’esperimento architettato da Basilio per testare le sue capacità di regnante. Non c’è bisogno di spiegare perché le speranze del re in una buona amministrazione da parte del principe (a cui si fece credere di star sognando) furono del tutto mal riposte. La maledizione della profezia autoavverantesi si scioglie una volta che Sigismondo diventa conscio delle proprie responsabilità, cui, crede, bisogna farsi carico sia dentro che fuori dal sogno — sia questo presunto o meno —, e in fondo la storia di Sigismondo ci dice proprio questo: un uomo che da sempre non agisce è condannato a non avere responsabilità e un uomo che non sente responsabilità può solo dipendere ed essere vittima dei presagi di chi sta più in alto di lui, tutti vittima della natura umana.

 

Ad oggi i presagi sono quelli di un ritorno dell’autoritarismo (anticorpo di un capitalismo sempre più malato), del fascismo, dell’austerity, del default economico, del punto di non ritorno della crisi climatica (già abbondantemente valicato), di un neoliberismo di cui il 2008 non si è liberato: non resta che assumersi le proprie responsabilità, agire e non perdonare, come fece Sigismondo, chi ci rinchiuse nella torre, ma liberarcene per il futuro.

 

“Signore, sono un patito di tutti i Sigismondi”


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