ACCESA RUPE - Fabio Barissano - A LUIGI COMPAGNONE, UOMO E POETA
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| Fabio Barissano |
Alcuni
conosceranno quell'uomo e quello scrittore che fu Luigi Compagnone,
napoletano, attraverso il ritratto celeberrimo che ne fece Anna Maria Ortese
in un capitolo del suo “Il mare non bagna Napoli”. Rappresentante della
stagione neorealista dell'immediato secondo dopoguerra napoletano, Compagnone
fu scrittore poliedrico, autore di romanzi, racconti e poesie.
Prima
di far entrare nei suoi versi e scoprirne gli umori, leggiamo le parole con cui
Anna Maria Ortese ci presenta il suo vecchio amico di lotte comuniste e
di collaborazione al giornale “Sud”. Dal paragrafo Chiaia morta e
inquieta contenuta ne “Il silenzio della ragione” de “Il mare non bagna
Napoli”:
“Mi
parve che lo specchio si fosse offuscato. Il giovane funzionario della RAI
appariva in quella lastra impercettibilmente impallidito e prostrato, non so
come stanco, e lasciando di fissare lo specchio, cautamente mi girai per
guardarlo. Benché non fosse possibile, qualcosa, in pochi minuti, era mutato
terribilmente nella sua persona. La statua che mi aveva aperto la porta, ora
era viva e tremava. Sembrava che ai suoi piedi egli vedesse qualcosa di molto
grande. Il volto, con gli azzurri occhi abbassati, spirava nella sua finezza
un'attenzione assolutamente eccezionale. Tutto quel bel viso fine e levigato,
precocemente invecchiato dalla malignità e dalla noia, adesso era sveglio e pensava.
Quel corpo seduto, leggermente sbilanciato e torto dalla infermità, pareva
perdere di attimo in attimo la sua fiacchezza e impassibilità come se stesse
per gettarsi contro qualcosa. Egli mostrava una specie di assonnata
disperazione l'ho fissavo attenta, pronta un gesto, una parola che potessero,
uscendo da quel malessere, cercare di colpirmi […]”
Dalle
parole di Anna Maria Ortese emerge un ritratto straniante, di uomo
ridotto a fantasma di se stesso dal “silenzio della ragione”: il dominio
cioè di una natura madre e matrigna sui suoi abitanti, genius loci che
abita le colline napoletane.
Sulla
scorta del racconto della Ortese andiamo a leggere, suggestionati in parte
dalle parole e in parte affascinati dalla peculiare natura che è sempre degli
artisti, alcune poesie riunite nel volume “La giovinezza reale e l'irreale
maturità”:
Con
un po’ di pazienza e un po’ di fortuna
chissà
che non riesca un giorno a fuggire
da
questa Corte di funerei i miracoli.
Così
mi dico per incoraggiamento.
Ma
davvero ci credo alla pazienza?
E
alla fortuna? Anch'esse, forse,
due
macabri fiori questo baratro
di
accanita superstizione,
in
questa voragine dove sprofondano
la
giovinezza reale e l'irreale maturità.
*
La
madre al figlio
il
piatto gli conserva in un cassetto.
“E
tu?”
Ho
già mangiato, risponde.
Il
figlio abbassa il capo,
e
si mangia la madre.
*
Ma
tutta la strada è una parata
di
enormi portoni che quietamente
mi
scrutano, mi giudicano. Ira
non
hanno contro di me, né sentimenti
da
alcun genere, essi, gli indifferenti mausolei
della
notte mi giudicano, soltanto.
E
il vagabondo, mani in tasca,
pensa
al giaciglio che gli hanno interdetto.
*
Ma
non soltanto il portone gigante
bisogna
oltrepassare, c'è anche quello,
più
basso, più minuto,
lasciato
semiaperto
per
una vecchia consuetudine di pietà;
finché
il giovane dannato se ne vada in un inferno per sempre, lui parassita, lui
bugiardo, col solo bene del rumore
che
fanno le sue scarpe rotte.
La
lettura di queste poesie genera uno straniamento, come fossimo in compagnia del
poeta tirati da un vento nella sua flâneurie: strade, portoni,
vagabondi, animano queste pagine: tutte le controfigure del poeta, sradicato
dalla società. Persino il dialogo di un figlio con la madre non è il ritorno a
un'origine rassicurante o mitica ma l’avvio di un rito cannibalesco, l'aprirsi
di un futuro incognito e inquietante. Atmosfere cupe da teatro beckettiano
circolano in questi versi, come se il poeta protagonista fosse l'ultimo corpo e
spirito rimasti a osservare il mondo sebbene con uno sguardo e una logica ormai
irrimediabilmente distorti. E questa realtà irredimibile è l'unica realtà che è
concessa a chi voglia ancora esprimersi.
Torniamo
all’uomo. Come detto in precedenza, Luigi Compagnone è stato uno degli
intellettuali attivi a Napoli nel secondo dopoguerra. Egli collaborò con altri
intellettuali della sua epoca, tra cui Francesco Rosi, Antonio
Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi e Raffaele La Capria per Radio
Napoli nella sua sede di Pizzofalcone durante l'occupazione angloamericana
della città partenopea (1944). Con alcuni di questi e altri come Pasquale Prunas
lavoro alla rivista “Sud”, un’esperienza giornalistica di breve vita ma che
fu tra le sentinelle civili e intellettuali della Napoli postbellica.
Copiosa
è stata inoltre la sua produzione letteraria in prosa, tra cui “L'amara
scienza”, “Le notti di Glasgow”, “Città di mare con abitanti”,
“I santi dietro le porte”, e molti altri volumi. Alcuni di questi libri
sono di difficile reperibilità e sarebbe opera meritoria riportarli alla luce dando
nuova aria alle parole e alla figura di questo singolare scrittore napoletano.
RIFERMIMENTI
A.
M. Ortese, “Il mare non bagna Napoli”, Milano, Adelphi, 2008.
L.
Compagnone, “La giovinezza reale e l'irreale maturità”, Torino, Giulio
Einaudi editore, 1981.


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