VOCI D’ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - Trieste, la città che abita la soglia

Piazza Unità d’Italia che si apre sul Golfo di Trieste 


Trieste guarda il mondo da una piazza che si affaccia sull’Adriatico, ma abbraccia anche l’Oriente; parla italiano ed è poliglotta. Incrocio di lingue di popoli e religioni, colta, affascinante. Prima asburgica, poi italiana, in seguito contesa e un po’ dimenticata, infine riscoperta. Per dirla con Saba, la sua scontrosa grazia un’ereditarietà difficile da spiegare. Uno stato d’animo, umorale e ciclotimico, alla forza della bora si disintegra e si ricompone. Il vento che arriva dal Carso diventa la metafora più immediata della città. Il suo influsso si manifesta nella sua espressione chiara e scura e rende perfettamente l’immagine del confine; ricorda che è su una soglia, con il mare aperto da una parte e le montagne carsiche dall’altra, ma nessuno dei due versanti le appartiene. Il triestino, una figura che i grandi libri sulla città hanno restituito con benevolenza e precisione, abita questo spazio dopo esser entrato in simbiosi con la città più cosmopolita d’Italia. S’installa con un’indole fatalista e convive con lo spirito gioviale «Sempre alegri mai passion», pur rimanendo un acuto osservatore della crisi storica e della modernità.

Scopriamo Trieste a giugno con cinque voci, tra le più originali, per non tradire la città che ha preferito i margini al centro, le consonanze inaspettate alle citazioni ovvie. In ordine troviamo Boris Pahor che in una Trieste italianizzata scriveva in sloveno; Rainer Maria Rilke, che ascoltava gli angeli sulle scogliere di Duino; Enrico Rava, il musicista jazz che improvvisa e porta i suoni della sua tromba in giro per il mondo; Mauro Bolognini, che filma “La piccola Vienna sul mare” dall’aria strana e tormentosa; e infine Nathalie Lorson con Encre Noire che distilla in un profumo il lusso imperiale della città - finestra dell’Occidente sull’Oriente. Voci e sguardi che abitano la soglia, ciascuna a modo suo da un versante diverso e con un linguaggio differente. Pahor la vive come ferita storica che non si chiude. Per Rilke diventa il luogo in cui viene appena accennato il segreto degli antichi misteri, dell’essenza delle rivelazioni e degli arcani. Per Rava grammatica musicale per narrare l’erranza tra due mondi. Per Bolognini, attraverso Svevo, una trasposizione del torpore esistenziale. Per Lorson memoria olfattiva di un impero che aleggia nell’aria e sulla pelle, come una storia da non dimenticare.

Trieste ha avuto bisogno continuamente del riflesso di uno specchio concavo per rendere visibile la realtà attraverso la deformazione estetica, la distorsione dei corpi, la traduzione dei sentimenti, per non far cadere nell’errore chi non sa o non conosce i fatti e le convenzioni. In ognuna delle opere ritorna la figura solitaria sull’abisso. La prima immagine evocata è Trieste e una donna di Saba con il ragazzaccio aspro e vorace. Pahor appare sul ciglio di un crematorio deserto. Rilke sulla scogliera di Duino sconquassata dal vento. Il pellegrino di Rava sotto le stelle. Lo sguardo di Emilio contempla Angiolina mentre s’allontana verso il tram. L’inchiostro invisibile di Lorson fa mostra di sé come un tatuaggio sulla pelle. Sono tutte variazioni della stessa domanda.

Una domanda che la bora – istituzione della città – pone ogni inverno ai triestini: Chi, se io gridassi, mi udirebbe dall’ordine degli angeli?

 

NARRATIVA - Boris Pahor, Necropoli (1967)

Le voci arrivano da un’altra parte del mondo, non geograficamente ma storicamente. Giungono da quel territorio incandescente dove la storia è narrazione di corpi in carne e ossa. Boris Pahor è una di queste voci e il suo Nekropola è un libro che per decenni è rimasto nell’ombra. Nasce nell’agosto del 1913 a Trieste, ancora città imperiale, asburgica, una “città felice”, in cui convivevano numerose etnie e comunità religiose. Ha sette anni quando il 13 luglio 1920 i fascisti incendiano il Narodni Dom, la casa di cultura slovena nel centro della città, simbolo dell’ascesa economica e culturale della borghesia triestina. I libri delle biblioteche sono accatastati e bruciati in piazza: quest’immagine lo accompagnerà per tutta la vita – una vita lunga 108 anni. Seguono altri incendi e distruzioni, il divieto dell’uso della lingua slovena e la sua soppressione forzata dalle scuole e da tutte le attività culturali o sportive. Il trauma dell’identità negata in Pahor è una linea che passa attraverso la scrittura nella propria madrelingua. Eppure, malgrado gli anni bui, cercherà di guarire dal dolore e dalla disperazione, affermando «Noi siamo, nonostante tutto, figli del sole».

 

Necropoli è pubblicato in sloveno nel 1967, tradotto in italiano solo alla fine degli anni Novanta da un piccolo editore del Monfalconese, ripubblicato da Fazi nel 2008 con una prefazione di Claudio Magris. Un piccolo gioiello costruito su un doppio movimento temporale in cui troviamo lo scrittore adulto, che ritorna come guida al campo di Natzweiler - Struthof, sui Vosgi alsaziani – primo campo liberato dagli Alleati nel novembre del 1944 –, e il Pahor prigioniero, sopravvissuto facendo l’infermiere e l’interprete per le SS grazie alla conoscenza del tedesco e delle lingue slave. La visita al campo deserto diventa una discesa agli inferi in piena luce. Il sole del dopoguerra, quello dei turisti che curiosano tra le baracche, è forse l’elemento più insostenibile di questo viaggio, alla vista di un paesaggio bucolico che riassorbe il luogo dell’orrore e normalizza il male.

Il libro è stato paragonato agli scritti di Primo Levi e il confronto regge per l’asciuttezza del tono, la precisione cruda. Solo che Pahor subisce la persecuzione fascista, in quanto sloveno, e poi la deportazione nazista a causa dell’adesione alla Resistenza slovena. Vi è insito in lui un risentimento doppio, essendo stato oppresso da entrambi i nazionalismi. La sua produzione si sviluppa sotto il segno di quest’accanimento. Il dialogo nel lager con Foschiatti, triestino come lui, antifascista, sostenitore del Partito d’Azione, è tra le pagine più emblematiche di Necropoli. Due uomini si ritrovano e non si capiscono, divisi dalla linea invisibile che il fascismo aveva tracciato tra le lingue.

Scrivere in sloveno per Pahor diventa un atto politico che dura fino all’ultimo dei suoi giorni. I suoi libri sono stati tradotti in francese, tedesco, spagnolo, olandese, russo, persino in esperanto, ma per decenni in Italia, nella sua stessa città, le sue parole circolavano a malapena. Claudio Magris, nell’introduzione dell’edizione Fazi, ne parla come di uno scrittore che ha saputo “fondere l’assoluto dell’orrore con la complessità della storia”. “Un libro sconvolgente, la visita a un campo della morte e il riaffiorare di immagini intollerabili descritte con una precisione allucinata e una eccezionale finezza di analisi”, secondo Le Monde. Entrambe descrizioni esatte per un libro che rivolge ai lettori la domanda “A chi appartengo?” La risposta di Pahor mi pare chiara: A nessuno e a tutti, soprattutto a chi ha il coraggio di abitare il presente, senza ridurlo in limine.

 

POESIA. Rainer Maria Rilke, Elegie di Duino (1912–1923)

Il castello medievale di Duino sorge su una scogliera a una ventina di chilometri da Trieste, nel punto in cui il Carso precipita nell’Alto Adriatico. Siamo nell’inverno del 1912. Rainer Maria Rilke, è ospite nella residenza invernale dei principi Thurn und Taxis e la fortezza diventa rifugio e luogo sacro dedito all’isolamento. Un mattino di gennaio legge ein lästiger Geschäftsbrief, una lettera commerciale seccante che esigeva una pronta risposta. Contrariato, esce dal castello e si dirige verso la scogliera che dà sulle falesie e, in balia della tempesta, sente la voce del vento provenire dall’abisso sotto di lui e solcare le fenditure delle rocce: Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen? [Chi, se io gridassi, mi udirebbe dalle schiere degli angeli?]

L’inizio della prima delle Elegie di Duino – l’ouverture che nasce “eigenmächtig”, con forza propria, seguita da una partitura di nove “movimenti” – trovo sia la genesi di uno dei capolavori della poesia del Novecento. Rilke non finirà le elegie a Duino; ci vorrà un decennio e un mese di lavoro febbrile al castello di Muzot per completare il ciclo di dieci elegie che uscirà nel 1923. Il titolo, però, rimanda a Trieste e alle stanze del castello che avevano visto Rilke e la principessa Maria leggere e tradurre la Vita Nuova di Dante, tra le pareti rivestite di rose del Duino e aromatici ciclamini del Carso. La domanda – chi mi udirebbe? – nasce sul sentiero che porta il suo nome, lì dove la natura non altera l’ordine superiore e l’esistenza indisturbata del poeta assume il rigore di un trattamento psicoanalitico individuale.  Le Elegie chiariscono la traiettoria letteraria di Rilke che, ispirato dai grandi poeti e drammaturghi della letteratura tedesca – Klopstock, Goethe, Hölderlin, von Kleist – rilegge la poesia a partire dal razionalismo illuminista al Romanticismo per giungere ai tempi moderni.

Le Elegie vengono completate quattro anni dopo la dissoluzione dell’impero austro – ungarico e articolano un pensiero prettamente mitteleuropeo sulla morte e sulla bellezza. Vita e morte si rivelano come una cosa sola. Non c’è un aldiquà né un aldilà, ma una grande unitarietà in cui abitano gli angeli, esseri superiori, e l’intento di Rilke è cantare con loro «la gioia e la gloria». L’angelo delle Elegie permette di riconoscere nell’invisibile un livello più alto della realtà. Perciò è “terribile” per noi che ancora dipendiamo dal visibile, dalle cose che amiamo e trasformiamo. Con le Elegie Rilke ha voluto trasmettere una visione del mondo come cosmologia. “Il senso del mio lavoro – dice in una lettera a Margot Sizzo nel 1923 – è stato testimoniare, nel modo più imparziale, indipendente e visionario, l’unità tra la vita e la morte […] Riconoscere e affermare i due aspetti del mondo: sonno e veglia, luce e oscurità, voce e silenzio […] presenza e assenza. Tutti questi contrari visibili coincidono in un punto, in un luogo, in cui si canta l’inno dell’unione spirituale. E quel luogo è, allo stato attuale, il nostro cuore”. 

Das Schöne ist nichts als des Schrecklichen Anfang [il bello non è nient’altro che l’inizio del tremendo]. La frase appare nella Prima Elegia, nata sulla scogliera triestina nel 1912, è resa più esplicita nella Quinta Elegia, il più figurativo poema dedicato della vita. Ispirato da un dipinto di Picasso che aveva potuto ammirare nel 1905, Rilke descrive i saltimbanchi sempre in movimento, colti in un equilibrio precario, nell’istante sospeso tra la caduta e il volo. Verso la fine del poema appare un lampo di luce, una gioia improvvisa che anticipa l’immensa gioia che inonda la decima e ultima elegia. Nell’invocazione dell’angelo si parla di un luogo sconosciuto, dove l’amore culmina in pura felicità.

Angelo, ascolta:

se una piazza vi fosse,

una piazza da noi non conosciuta;

se là, sovra un tappeto indescrivibile,

gli Amanti che quaggiú, ahi, non poterono

mostrassero lo slancio alto dei cuori

in ardite figure erette al cielo;

in torri alte di gioia; e in quelle scale

cosí a lungo quaggiù, dove mancava

a sostenerle il suolo, ripoggiate

l’una all’altra a tremar su di un abisso.

 

Una metafora sublime di una città e due Amanti. Trieste come spazio del provvisorio che coglie l’essenza del mondo e il valore umano e larico nei due cuori danzanti, spirito e carne indissociabili nel processo di elevazione che pervade ogni cosa e ogni creatura e va al di là di qualsiasi morale. Attraverso i corpi della coppia di viandanti che consumano le loro vite su di un tappeto logoro – allegoria del vacillare dell’esistenza –, Rilke esplicita il processo creativo e il compito del poeta che, come un’ape, deve trasformare l’interiorità invisibile in echi terreni e visibili, salvando l’esperienza e la bellezza del mondo prima che svanisca.

 

MUSICA JAZZ. Enrico Rava, The Pilgrim and the Stars (ECM 1975)

Enrico Rava nasce nel 1939, nella Trieste che sta ancora cercando un’identità in pieno conflitto mondiale, contesa e governata dagli alleati fino al 1954, sospesa tra due identità nazionali come un funambolo sulla corda. Rava cresce e diventa musicista e quando sceglie la tromba e il jazz, il suo sguardo s’affaccia sul limitare della soglia, lì dove la musica incontra la poesia, le arti, il cosmo.

The Pilgrim and the Stars esce nel novembre del 1975 per ECM Records, leggendaria etichetta di Manfred Eicher che ha ridefinito il jazz europeo. È il disco d’esordio di Rava per la label che lo stabilisce come uno dei grandi nomi del jazz. Registrato nel giugno dello stesso anno negli studi Tonstudio Bauer di Ludwigsburg, in Germania, il disco schiera una formazione strepitosa: John Abercrombie alla chitarra, Palle Danielsson al basso, Jon Christensen alla batteria. Christensen e Danielsson erano, in quegli stessi mesi, il cuore ritmico del quartetto europeo di Keith Jarrett; l’album  Belonging ne testimonia la grandezza. Con Abercrombie, Rava costruisce una narrazione sonora e fluida, poetica e asciutta di un pellegrinaggio visionario, eppure abitato da ombre.

La critica americana di AllMusic usa la formula “soundtrack to a ’70s neo-noir film” che ne esprime la struttura timbrica, la qualità sospesa dei temi principali e del modo in cui Rava lascia che la tromba respiri prima di dire qualcosa, come se ogni frase musicale nascesse da un silenzio che è già pieno. Il brano che apre il disco e dà il titolo all’album è un viaggio di vari minuti che ha la struttura di una elegia: parte da un tema scarno, quasi timido, e cresce verso una variazione che diventa mistero amplificato. Il pellegrino cammina verso le stelle senza sapere se ci arriverà ma le stelle non l’aiutano.

Il disco presenta tracce che rivelano la mappa interiore di Rava: “Pesce Naufrago” non sa nuotare nel suo mare ed è forse la sintesi più fulminante dell’essere triestino. Il tema di “Bella” ha la grazia lenta delle ballate mediterranee contaminate dal Great American Songbook. “By the Sea” è il punto dove il disco svela il segreto di Rava: il triestino porta il mare dentro il jazz come una frequenza di fondo, un’irriducibile vibrazione lirica che si muove con una forza propria.

Il resto lo fa “ECM sound”, con la sospensione segnata dal silenzio, la stessa qualità contemplativa e cerebrale che si scorge davanti a una fotografia in bianco e nero presa con una lente molto lunga. È un’estetica che si adatta perfettamente a Trieste, la città della malinconia luminosa, del Caffè degli Specchi in cui si riflette il cielo e il vento. È il suono di una città che ha imparato a stare sulla soglia senza disperarsi. Rava, conosciuto a livello internazionale come “il re dei trombettisti italiani”, restituisce un album stellare che diventa resistenza poetica, uno spazio limine tutto suo, da vivere e attraversare con orecchie nuove, prima che la bora soffi e porti via.

 

CINEMATOGRAFIA -  Mauro Bolognini, Senilità (1962)

Il grande cinema di Trieste è, sostanzialmente, il cinema della contraddizione tra il vecchio e il nuovo. Emilio Brentani, protagonista di Senilità, il romanzo che Italo Svevo pubblicò nel 1898 e che il regista Mauro Bolognini porta sullo schermo nel 1962, è l’archetipo della paralisi e dell’ipocrisia triestina. L’intellettuale desidera ma non agisce, ama e non possiede, vive appena senza compromettersi in una relazione seria. La soglia, ancora; in questo caso abitata come destino e peso della morale borghese.

Quando Svevo scrive Senilità traccia un’autopsia della propria generazione. Gli uomini borghesi di Trieste a fine Ottocento, funzionari dell’Assicurazioni Generali o impiegati del Lloyd Triestino, coltivano ambizioni artistiche nel tempo libero e amori impossibili nelle strade e nei caffè. È la diagnosi della condizione del provinciale metropolitano, un perbenista vanitoso e vano in una città di frontiera, la cui inerzia influenza la forma mentis e l’amore è vissuto come ossessione e rovina. Emilio non può amare Angiolina, “intento a traversare la vita cauto”, e neppure Amalia, la sua famiglia.

James Joyce rimase folgorato quando lesse il romanzo, perché Svevo gli diede una copia quando si conobbero a Trieste, ai tempi in cui l’irlandese insegnava alla Berlitz School. Divenne uno dei più entusiasti promotori di Svevo in Europa, contribuendo in modo decisivo alla sua tardiva consacrazione internazionale. Joyce riconobbe nella prosa triestina di Svevo quel lavorio sulla coscienza, sul monologo interiore, sull’ironia che è partecipazione. L'Ulisse fu scritto in parte a Trieste, così simile a Dublino nella sua doppia identità, nell’essere leggermente fuori posto.

Bolognini è straordinario in questo tipo di materia perché specializzato nelle trasposizioni di narrativa italiana dell’Otto e Novecento: aveva già diretto Il bell'Antonio (1960) di Brancati e La viaccia (1961) di Pratesi. Lo sguardo disincantato e critico    cifra del realismo borghese italiano –, focalizzato sul preziosismo crepuscolare e lirico, definisce l’uomo inetto e sconfitto. Senilità possiede una cura formale raffinata e un’estetica visiva calligrafica. Rivela una Trieste autentica, incarnata da Claudia Cardinale, musa assoluta di questa trilogia. I produttori americani finanziatori del film vogliono spostare l’ambientazione a Venezia, perché più vendibile e pittoresca, più internazionale. È Letizia Fonda Savio, figlia di Svevo, che si oppone con fermezza e salva il film dalla sua deportazione veneziana. Anche nella storia della sua produzione Trieste ha dovuto lottare per non scomparire!

Armando Nannuzzi firma la fotografia con il tipico “old postcard look” per una città triste, umida, dai toni grigi e crepuscolari, con il cielo carico di pioggia. Una proiezione intima, presentata dall’animo dei protagonisti che riflettono il paesaggio urbano. L’uomo vive sempre in aspettativa e cammina per le calli. Perché Trieste ha le sue calli, bizzarria linguistica che la distingue dal resto del Nord Italia. I passi del protagonista restituiscono il suo stato d’animo fosco, desolato, incapace di esprimersi.

Claudia Cardinale, Angiolina Zarri, porta il caschetto nero alla Louise Brooks, la mitica Lulu, donna smarrita e agguerrita in scena. Cardinale, che non aveva ancora trent’anni, era reduce da La ragazza con la valigia (1961) di Zurlini e si preparava ai ruoli felliniani e viscontiani che l’avrebbero consacrata a livello internazionale. Ange, “raggiante di gioventù e bellezza”, è una forza della natura, non la si può trattenere né possedere: vitalissima, un po’ crudele, distaccata e appassionata; l’esatto contrario di Emilio. L’intuizione di Bolognini mette a nudo il contrasto del rigore formale e dell’incomunicabilità tra l’inerte che abita il confine e la musa disinibita che lo attraversa saltellando con nonchalance.

La personalità difficile di Anthony Franciosa, nel ruolo di Emilio, non si confà all’indolenza del personaggio, ma Romolo Valli, che lo doppia in italiano, crea una dissociazione interessante tra il temperamento volubile dell’attore, maschera sociale dell’inetto, e il timbro cupo e calmo della sua voce, per riflettere la vera natura dell’intellettuale. Betsy Blair, vittima della lista nera di McCarthy, ospite del cinema europeo in quegli anni, è la sorella Amalia. Incarna un altro limite: quello della donna inerte, fragile e malata, che alla fine svanisce nell’etere. Un’interpretazione più unica che rara.

Senilità era nominato dagli stessi triestini “La città di Angiolina”, un film capace di restituire la città alla grande visibilità mediatica dopo anni di oblio postbellico. La prima mondiale fu a Trieste nel febbraio del 1962. La città assistette alla proiezione della senescenza spirituale, psicologica e sentimentale di un uomo dall’anima tragica, arida e infelice e, con un po’ d’imbarazzo e di commozione davanti alla verità storica, lo rifiutò proprio perché si riconobbe in quel personaggio.

 

PROFUMO - Encre Noire (2006) Lalique di Nathalie Lorson

A Trieste il caffè si chiama Nero, non per concessione poetica ma perché è una parola esatta, come quella che resiste nei secoli al tentativo di italianizzazione del lessico quotidiano. Il nero in B, il caffè nel bicchiere, mi ha ispirato per la scelta del profumo della città, non potendo catturare l’essenza della bora, né il profumo della rosa di Trieste, ricomparsa sul suolo triestino dopo un secolo. Questo profumo porta nel nome il nero dell’inchiostro ed evoca l’idea dell’austerità, del rifiuto dell’ornamento, preferendo la sostanza alla forma. Trieste non addolcisce. Se si aggiunge del latte, il Nero diventa Capo in B, mentre tu pensi a un gendarme che ti guarda negli occhi mentre l’assapori.

Encre Noire di Lalique incarna la stessa logica in un flacone di vetro scuro che assorbe la luce di Piazza dell’Unità, la piazza sul mare più grande d’Europa. La Maison di Parigi fu fondata da René Lalique, un maestro vetraio dell’Art Nouveau scomparso nel 1945. La fragranza occupa lo spazio lentamente, con la qualità espansiva di una terra che, se la si abita abbastanza a lungo, rimane incisa nella pelle. La creatrice Nathalie Lorson, nata a Grasse e figlia di un chimico della casa Roure, frequenta la Roure Bertrand Dupont, la scuola con la formazione più rigorosa che il mondo olfattivo francese sappia offrire. Entra nel settore nel 1980, quando “pochissime donne entravano nel mondo della profumeria”. Una pioniera che preferisce creare “storie di profumi” e mandare qualcun altro a ricevere i premi, evitando di apparire sugli schermi. Da IFF a Firmenich, dove oggi è Senior Perfumer, ha costruito una delle biblioteche olfattive più vaste e varie del suo tempo. La bella storia di Encre Noire, lanciata nel 2006, è stata scritta con il vetiver più puro, una delle sue materie prime preferite.  In questa frase il Naso svela il suo metodo che parte dalla materia prima, non dal concept.

Nel racconto della creatrice si denota discrezione e umiltà. “Non sono il centro di questo lavoro. Creo per qualcun altro, per qualcuno di specifico. Il vero obiettivo è toccare le persone.”  E ancora: “Sempre dietro le quinte, traduco la storia di un brand in un racconto olfattivo.” Una traduttrice invisibile che scrive storie e le firma appena, ma il suo nome appare solo nei database di settore, quasi mai sulle confezioni. Per questo la trovo fortemente triestina, perché la sua invisibilità non è che uno stile. Nella città in cui Svevo fu ignorato per vent’anni, Pahor aspettò decenni prima che l’Italia lo leggesse e Rilke scrisse i mille versi delle Elegie in un idioma che la città non riconosceva come suo.

Il vetiver di Encre Noire non ha la dolcezza delle fragranze orientali, né il sentore affumicato e caldo di certe composizioni maschili classiche. È terroso, scuro e sporco di terra e di radici. Il Carso, quel pianoro calcareo che sovrasta Trieste da nordest, è il luogo da cui nasce la bora, il vento catabatico che scende dalla pietra fredda verso il mare, asciutto e tagliente, senza umidità marina, senza sale. Odora di terra secca, di calcare, di aria che ha attraversato la pietra prima di toccare i capelli di chi cammina a ridosso del mare. Il vetiver di Lorson odora di due anime, di vento e di mare.

Il cipresso – nota di cuore, austera e inquieta – riporta un’altra essenza di Trieste. Gli alberi costeggiano le strade del Carso e segnano i cimiteri dell’entroterra giuliano, filtrano la luce attraverso una qualità particolare che sa di tristesse. Il cipresso, che in profumeria non ha la connotazione di elemento naturale di passaggio tra vivi e morti, è l’albero che i Greci piantavano nei luoghi sacri alla memoria, e a Trieste si erge a metafora della struttura profonda del confine tra identità e persecuzione, tra un passato imperiale e un presente irrisolto.

Trieste nella composizione Encre noire ricorda il peso specifico dell’inchiostro con cui Svevo scrisse La coscienza di Zeno dopo anni di silenzio letterario. Lo stesso con cui Saba verseggiava nell’oscura bottega di Via San Nicolò 30, Libreria Antiquaria ora affidata dalla famiglia Cerne al libraio Massimo Battista. La stessa strada in cui si trovava la storica Berlitz School, dove Joyce insegnava. L’inchiostro di Pahor, proibito e abolito ovunque, eppure difeso come atto politico per circa un secolo di vita. L’oscurità di Rilke, che ogni cosa tiene in sé, racchiusa in un quadernetto turchese, compilato nei due saloni – il rosso imperiale e quello bianco del castello di Duino –, è illuminato dalla luce, tra silenzi e tempeste. Questo profumo legnoso e aromatico è composto da vetiver, cipresso, legno di cashmere e muschio bianco. Non odora di caffè ma il suo profumo rimane addosso e sconquassa. Come le tenebre sul porto brulicante di voci, merci e odori. Come la foschia dell’Adriatico quando smette la bora e impera il silenzio, così il nero dell’inchiostro sulla carta bianca, nelle mani di chi scrive con un lessico che non è del tutto suo, in una città che è di tutti e di nessuno.

 

Bibliografia

Narrativa

  • Magris, Claudio. Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Einaudi, Torino, 1963.
  • Pahor, Boris. Necropoli, trad. it. di Ezio Martin, Fazi Editore, Roma, 2008 (ed. orig. 1967). Con introduzione di Claudio Magris.
  • Svevo, Italo. Senilità, Edizioni dello Strega, Firenze, 1898 (poi Dall’Oglio, 1927; edizione critica Einaudi, Torino, 2004).

Poesia

Musica

  • Rava, Enrico. The Pilgrim and the Stars, ECM Records 1063 ST, 1975. Con John Abercrombie (chitarra), Palle Danielsson (basso), Jon Christensen (batteria). Produttore: Manfred Eicher. Registrato nel giugno 1975 al Tonstudio Bauer, Ludwigsburg.
  • Nicholson, Stuart. Is Jazz Dead? (Or Has It Moved to a New Address), Routledge, New York, 2005.

Cinema

  • Bolognini, Mauro. Senilità, regia di Mauro Bolognini, sceneggiatura di Goffredo Parise e Tullio Pinelli, fotografia di Armando Nannuzzi, musica di Piero Piccioni, 1962. Con Claudia Cardinale, Anthony Franciosa, Betsy Blair, Philippe Leroy.
  • Micciché, Lino (a cura di). Il cinema italiano degli anni '60, Marsilio, Venezia, 1975.
  • Fofi, Goffredo. Il cinema italiano: servi e padroni, Feltrinelli, Milano, 1971.

Profumo

Trieste — Studi e fonti

  • Magris, Claudio; Ara , Angelo. Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982 (nuova ed. 2007).
  • Curci, Roberto (a cura di). Trieste e il cinema: oltre 200 film, Casa del Cinema di Trieste, 2022.
  • Lughi, Paolo. “Claudia Cardinale e il ritorno di Trieste sul grande schermo con Senilità,” Il Nordest, settembre 2025.
  • Pahor, Boris. Avvenire, 30 maggio 2022; Treccani Enciclopedia.

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