VISIONI DALL'ULTIMITÀ MERIDIANA – Alessandro Cannavale - La filosofia pensa l’essere, la poesia lo fa accadere
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| Bruno Di Pietro, Eλέα, quando verrà il passato, (Collana Icone, Les Flâneurs Edizioni, Bari). |
In
questa occasione, la rubrica “Visioni dall’ultimità meridiana” ospita una nota
di lettura di Lucio Barizza sulla raccolta di poesie “Eλέα,
quando verrà il passato”, del poeta Bruno Di Pietro
(Collana Icone, Les Flâneurs Edizioni, Bari).
Il
libro è un viaggio poetico nella memoria e nel divenire, costruito come un
dialogo intimo con la filosofia eleatica e in particolare con Parmenide, che
diventa figura, voce, febbre, presenza.
La silloge si muove in tre sezioni, per un totale di cinquantasei frammenti, e attraversa: il Mediterraneo come spazio mentale e cosmologico, il rapporto tra essere e tempo, il mito come forma di conoscenza, il passato come ciò che non è ancora arrivato.
I versi sono sobri, essenziali, ma densi, con un respiro che ricorda il passo lento dei riti antichi. Il paesaggio è ontologico: campi, vento, nottole, fiumi, gazze, giovani che tracciano solchi; tutto vibra come segno, presagio, soglia. Il tempo è una materia che si assottiglia, un orizzonte che danza, un passato che deve ancora venire. La poesia diventa così un affresco che dal frammento risale al tutto, un ritorno alla radice del pensiero, alla contemplazione dell’essere.
Parmenide è febbrile, visionario, vegliante. Non è il filosofo marmoreo dei manuali, ma una figura che trema nel delirio del divenire, che parla con gli avi, che cerca una luce nel taglio della memoria.
Daniele Ventre, nel saggio finale, legge questo Parmenide come aggiogato al sogno dell’interminabilità, pur nella sua negazione dell’infinito: un pensatore che guarda la terra, non il cielo, e che cerca di “bonificare la palude dell’essere”.
Di Pietro è un poeta del pensiero meridiano: la sua poesia nasce dal Mediterraneo come luogo di misura, di luce verticale, di tempo che taglia. Il mito non è ornamento, è struttura, è ciò che permette di dire che il passato non è ancora arrivato. La poesia di Di Pietro tocca il nervo vivo dell’eleatismo, non come dottrina, ma come ferita ontologica.
Il
titolo stesso è già un gesto filosofico: il passato che “verrà” è un tempo
che non è più cronologico, ma un modo dell’essere.
In
Parmenide il tempo non ha statuto ontologico: solo l’Essere è, e non può
“divenire”. Di Pietro prende questa impossibilità e la rovescia poeticamente:
il passato non è ciò che è stato, ma ciò che non ha ancora avuto luogo nel
pensiero.
È un’operazione che ricorda la torsione di Heidegger sul Gewesenheit, ma fatta con la luce meridiana, non con la foresta nera.
Il Parmenide che attraversa la silloge non è il geometra dell’Essere, ma un uomo che trema davanti alla rivelazione. Di Pietro lo mostra come un veggente che “vede” l’Essere più che dimostrarlo, un corpo che arde nel contatto con la dea, un uomo che non può più tornare indietro dopo aver visto il Tutto.
È un Parmenide mistico, più vicino a Eraclito di quanto la tradizione non ammetta. E qui la poesia compie un gesto filosofico: riporta l’eleatismo nel suo elemento originario, quello visionario.
La
grande intuizione della silloge è che l’Essere non è un concetto, ma un paesaggio
che si dà.
Il
Mediterraneo, le gazze, i campi, il vento, le nottole non sono metafore, ma figure
dell’Essere che appare.
È un ritorno alla physis presocratica, dove il mondo non è oggetto, ma evento di manifestazione. In questo senso, Di Pietro compie un gesto profondamente eleatico: riporta l’Essere alla sua visibilità.
La
poesia insiste su un punto: l’Essere è uno, ma l’uomo è nel tempo.
Da
qui nasce la ferita, la febbre, la nostalgia.
Il
passato che deve ancora venire è la memoria dell’Essere che non abbiamo
ancora saputo ascoltare.
È una posizione che dialoga con Heidegger (il tempo come modo dell’esserci); Severino (l’eternità degli essenti); Colli (la sapienza come esperienza originaria, non come concetto). Ma Di Pietro non teorizza, fa accadere questa tensione nei versi.
La silloge è costruita come un percorso: non si legge, si attraversa. Ogni frammento è una soglia, un varco, un ritorno. La poesia diventa ciò che era per i presocratici: una forma di conoscenza iniziatica, un modo per avvicinarsi all’Essere senza consumarlo. In questo senso, Di Pietro è più fedele a Parmenide di molti filosofi che lo hanno commentato.
Se
dovessi condensare il suo movimento filosofico, direi così:
Di Pietro restituisce all’eleatismo la sua natura di esperienza visionaria dell’Essere, e al tempo stesso mostra come l’uomo, ferito dal tempo, possa solo attendere che il passato - l’Essere -venga a lui. È un pensiero che non chiude, ma apre, non definisce, ma invoca.
La silloge di Di Pietro diventa davvero un laboratorio raro: non un libro “sulla” filosofia, ma un luogo in cui poesia e filosofia si riconoscono come due forme dello stesso gesto originario.
In Ἐλέα, poesia e filosofia non sono due discipline, sono due modalità di apparizione dell’Essere. La filosofia eleatica dice: l’Essere è, il non‑essere non è. La poesia di Di Pietro risponde: l’Essere appare, si vela, si ritrae, ritorna.
La filosofia cerca la struttura; la poesia mostra il movimento della struttura nel mondo sensibile. Sono due gesti che si completano, la filosofia traccia, la poesia incarna. Prima che la filosofia diventasse discorso, era poesia rivelata:
Parmenide scrive in esametri, non per ornamento, ma perché la verità si dà in forma poetica. Di Pietro riporta la filosofia al suo grembo originario: la poesia come via iniziatica, come epifania, come ascolto. In questo senso, la silloge non “usa” la filosofia, la riattiva.
La filosofia eleatica è spesso letta come astratta, geometrica. Di Pietro la riporta alla terra, alla luce, al vento, agli animali. Il paesaggio non è sfondo, è l’Essere che si mostra.
La gazza è un frammento di verità, il vento è un modo dell’Essere che passa, la notte è il luogo del non‑visibile che tuttavia è. La poesia diventa così fenomenologia dell’Essere, mentre la filosofia ne è l’ontologia.
Il
punto più delicato è il tempo.
Per
Parmenide, il tempo non ha consistenza ontologica.
Per
la poesia, il tempo è ferita, memoria, attesa.
Di
Pietro fa incontrare questi due poli: il tempo umano come nostalgia
dell’Essere.
Il
passato che “verrà” è proprio questo: non un tempo cronologico, ma il momento
in cui l’Essere si renderà finalmente visibile.
La filosofia eleatica rischia la durezza, la fissità. La poesia introduce vibrazione, corpo, febbre, visione, ombra.
Non contraddice Parmenide, lo riporta alla sua origine visionaria. La poesia salva la filosofia dalla sua stessa astrazione, la filosofia salva la poesia dalla dispersione emotiva. Insieme, diventano un’unica forma di conoscenza.
Se
dovessi dire in una frase il rapporto tra poesia e filosofia in Ἐλέα, direi:
La
filosofia pensa l’Essere, la poesia lo fa accadere.
E
Di Pietro, in questo, è profondamente presocratico: non distingue, non separa,
non gerarchizza. Rende di nuovo possibile un pensiero che è canto e un canto
che è pensiero.


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