UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - La metafora e l’inutile
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| Pietro Edoardo Mallegni |
Esiste la
metafora perfetta? Esiste un modo sintetico per descrivere in modo completo ciò
che ci circonda? Un amico, qualche giorno fa, parlando del sistema
pensionistico italiano lo aveva definito “un aereo in volo il cui schianto è
preannunciato”; nota più sopraffina è che, proprio durante la tratta, alcuni
passeggeri vogliano comprare altri biglietti della medesima compagnia o capire
come salire nuovamente a bordo dopo lo schianto. “Il vero problema è che
nessuno, o quasi, pensa al paracadute.”
Non avevo mai
trovato una descrizione così semplice per dare contezza di un problema
complesso come quello in questione. La riflessione sorge spontanea. Appunto:
esiste la metafora perfetta? O meglio, esiste un modo per racchiudere la
complessità dell’esistere in qualcosa di incredibilmente concentrato? La chiave
starebbe nel leggere. Nell’ascoltare e, nel migliore dei casi, nel capire.
Capire che esistono luoghi presso i quali non puoi recarti. Capire che la vita
è tutta un comprendere ciò che vuoi e, una volta compreso, capire come
ottenerlo; una volta ottenuto, tornare a capo come nel Monopoli e cercare di
capire ancora una volta ciò che desideri. In fondo, non è l’oggetto del
desiderio la vera conquista, ma il desiderare stesso. Sognare ci rende diversi
dagli altri. Dalle macchine. Dagli animali. Dai processi generativi. Ognuno di
noi ha i propri mulini a vento e le proprie Americhe da conquistare. Amori,
soldi, lavoro o quello che volete: ogni cosa ha la sua dimensione necessaria e
la sua dimensione desiderabile e spesso sovrapponiamo questi due aspetti
dell’esistenza, trasformando ciò che vogliamo in ciò di cui abbiamo bisogno,
senza renderci conto che è proprio quel desiderio, quel volere una cosa, che
rende l’ideale del domani diverso dall’adesso e che, pertanto, concede il senso
di curiosità all’esistenza. Ora, a voler essere del tutto sinceri, mentre gli
uomini di potere vogliono (stranamente?) più potere e i ricchi più soldi — in un continuo rimettersi ai bisogni
più tangibili — alcuni, più saggi e umili, ambiscono alla conoscenza, alla pace
o persino all’illuminazione. Questo ci porta alla concezione che potremmo
essere definiti in base a ciò che desideriamo (ricordo che Lecter fece un discorso del genere a Clarice)
e nel campionario degli esempi di uomini che hanno desiderato l’assurdo,
compare il nostro amico "Fitzcarraldo", la sua Molly Aida e il suo “essere l'astratto”.
Partiamo dal
bello. Il signore sopracitato è stato rappresentato dal fantasmagorico Klaus
Kinski nel film omonimo di quel genietto di Werner Herzog. La pellicola in sé
rappresenta, a mio avviso, la metafora perfetta della ricerca di un mondo
superiore, di una dimensione puramente artistica. 1894: un folle, Brian Sweeney
Fitzgerald — chiamato dagli indigeni "Fitzcarraldo" per un difetto di
pronuncia —, amante dell’opera e del teatro, si cimenta nell’impresa di
raggiungere il cuore della giungla attraversando due fiumi. La parte difficile
è che i due fiumi non sono collegati tra loro, quindi l’impresa eccezionale sta
nel fatto che la stessa barca avrebbe dovuto scalare una collina per passare da
un corso d'acqua all’altro. Il tutto per raggiungere il cuore dell’Amazzonia,
ottenere grandi quantità di caucciù e ricavare così abbastanza denaro da poter
costruire un teatro dell’opera a Iquitos, nel cuore della giungla.
Il film è una
costellazione di personaggi straordinari, di frasi mirabili, di immagini e
suoni meravigliosi. Guardandolo, forse, troverete la definizione più concreta
di poeta (per lo meno per me): un conquistatore
dell’inutile. Perché questo è Fitzcarraldo: un sognatore, un uomo che crede
nella consistenza materica dei suoi sogni e, per inseguirli, è disposto a
spendere ogni soldo che ha, a essere deriso e sbeffeggiato, a stringere patti
con le stesse persone che rappresentano le ragioni per cui lui non si è
realizzato come uomo. Tanto per farvi capire, il suo migliore amico e animale
da compagnia è un maiale, al quale propina arie di Caruso con il grammofono.
Nonostante intorno a lui tutti gli dicano che il suo sogno sia irrealizzabile,
continua imperterrito nell’impresa: riesce a comprare una barca, ovviamente
indebitandosi, la Molly Aida, trova
una ciurma e trova chi finanzia la spedizione. O meglio, trova un gruppo di
folli che decidono di seguirlo.
Ed ecco la prima
grande metafora: l’opera, la musica, il grande amore del nostro protagonista,
gli permette di conquistare la fiducia degli indios mentre attraversano il
primo fiume, permettendo loro di passare incolumi a differenza dei precedenti
avventurieri, rimasti uccisi sotto i colpi delle frecce. Immaginatevi di
addentrarvi nel 1894 nella foresta amazzonica con un grammofono e avere la
possibilità di regalare l’ascolto di Verdi o Mozart agli indigeni: potreste per
un attimo credere di essere Dio. O, per lo meno, con Fitzcarraldo ha
funzionato. Lui per gli autoctoni era un Dio che veniva a portare la musica, la
bellezza e il mondo nuovo.
Arrivati al
termine del primo fiume, saranno proprio gli indigeni a permettere alla nave di
attraversare la collina e raggiungere il secondo fiume per arrivare nel cuore
della giungla. Sappiate che in questo Herzog fu categorico: niente effetti
speciali. Quindi trasportarono davvero un battello sulla terra, facendogli
scalare una collina. Talvolta il limite tra genio e follia è sottile,
estremamente sottile.
Vabbè, tagliamo
corto: i nostri amici, arrivati sull’altro fiume, decidono giustamente di
festeggiare mangiando e bevendo in modo esagerato. Ciò provoca uno stato di
ubriachezza e sonno collettivo che
permette agli indigeni, che avevano, oramai,
compreso che Fitz non fosse un Dio, ma l’ennesimo imprenditore venuto a
saccheggiare la foresta, di slegare le
cime del battello e, tramite le rapide, rimandare indietro al punto di partenza
il nostro avventuriero con la sua ciurma (piccola nota per chi non avesse visto il film altrimenti potrebbe risultare
strano, il secondo fiume arrivava effettivamente fino a Iquitos, ma per una
tratta decisamente consistente era non percorribile a causa proprio delle
rapide). Ovviamente i danni riportati dalla nave erano piuttosto ingenti, tali
da non permettere una seconda spedizione. Ma Fitzcarraldo torna a casa
vittorioso, con il suo maiale su una poltrona messo a capo della nave, come se
avesse conquistato il cuore della giungla, come se avesse appunto conquistato
l’astratto, “i miliardi”.
L’impresa fu realizzata concretamente dal vero Fitzcarrald, un magnate metà americano e metà peruviano che fece davvero attraversare una collina a una barca; piccolo particolare, la sua ciurma la smontò e la ricostruì, facilitando di gran lunga il lavoro. Prima grande metafora: Herzog non scende a patti con la sua visione della verità, pertanto la rappresentazione della sua idea deve essere reale per esprimere al meglio l’ideale dietro l’impresa. La riproduzione della metafora è più forte della metafora stessa.
Fitzcarraldo (quello del film) rappresenta quel pizzico di follia che, in un momento estatico, trova l’innamoramento dell’altro. La sua capacità di guadagnarsi la fiducia — anzi, l’elevazione a Dio da parte degli indigeni grazie alla musica, ossia grazie a ciò che ama — non è forse la metafora della poesia? Riuscire a dare all’altro qualcosa che vada oltre il linguaggio, che possa automaticamente creare un rapporto che trascenda le piccole sfaccettature delle nostre dimensioni di esseri umani. Il tutto per realizzare il proprio sogno. Infine, sfidando le leggi della logica, della fisica e persino dell’etica, riuscire in un’impresa oltre l’impossibile e, una volta concretizzata, lasciare che la soddisfazione di aver assaggiato il successo sia così inebriante da ricondurci rovinosamente da dove avevamo iniziato, presentandoci come i più vittoriosi tra i perdenti.
Sì, anche io
vorrei la mia metafora perfetta. Anche io vorrei la mia collina sulla quale far
passare un battello. Anche io, bramo il mio piccolo teatro dell’opera a Iquitos
e anche io voglio tornare da coloro che mi odiano, perdente e vittorioso, con
un maiale su una poltrona chiamandolo il mio migliore amico.


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