POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - Paolo Conte sei un (grande) poeta, rassegnati!
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| Paolo Conte |
È giunto il
momento, al nono appuntamento di questa mia rubrica per le Finestre, di
dedicarmi a una delle fonti principali del mio immaginario poetico, Paolo
Conte. Prima una digressione: l'idea di questa rubrica muove dalla mia (mia ma
in realtà condivisa con tanti) visione del poetico come qualcosa di
assolutamente multiforme. La poesia, intesa come capacità di agire sulle
dimensioni più profonde del sentire (sentire non sentimento ponendosi il
sentire ad una fase ancora antecedente in cui avvertiamo senza ancora aver dato
forma a quel che avvertiamo), la poesia così intesa - dicevo - non è
confinabile nell’oggetto estetico che per convenzione viene detta
"poesia". Non è in altri termini solo il manufatto letterario in
versi, ponendosi esso alla foce di un lungo processo che raccoglie gli
affluenti del poetico da ogni cosa. La poesia è pre-poetica, insomma, viene
prima, molto prima di un testo poetico.
Venendo al mio
amatissimo Paolo Conte, il noto musicista piemontese con le sue canzoni ha
animato il mio universo poetico più di tanti noti poeti in senso stretto e
proprio. Lui, proprio lui, che rifiuta di essere definito poeta o di essere apprezzato
per la letterarietà dei suoi testi: più e più volte ha dichiarato un rapporto
di subordinazione del testo rispetto alla musica, ha raccontato che la musica
viene sempre prima e poi le parole gli vengono di conseguenza, si innestano nella
trama musicale da lui intessuta, dapprima rigorosamente senza parole.
A dispetto di
ciò che Conte dice di sé, non sono d'accordo con lui. Io credo che lui sia
anche un poeta e nemmeno piccolo o ordinario. In questo scritto citerò diversi
testi delle sue canzoni, di cui uno, alla fine, per esteso. Benché la
tentazione di ascoltare le canzoni che contengono quei testi possa essere forte,
invito a leggere i testi da soli, senza ascoltarne l’esecuzione canora. Credo che
l’autosufficienza rispetto alla musica della poetica contiana sia evidente (poi
andate pure ad ascoltare le bellissime canzoni a cui mi riferisco – ammesso che
non le conosciate - e magari ditemi che ne pensate).
I suoi testi
raccontano storie, sono quadri, pezzi di vita, fotografie. La dimensione
narrativa, più di quella lirica, prevale ed è una delle ragioni per cui lo amo.
Mi piace in genere la poesia che racconta. L’ambientazione che Conte predilige
è quella di locali chiusi, musiche da club, strade di provincia, stanze
d'albergo, paesaggi di pioggia, gerani sui balconi, bar, tinelli, teatri e
loggioni, piccole auto utilitarie e poi numerosi riferimenti tratti
dall’esperienza della sua prima professione, quella di avvocato.
Partiamo da
quest’ultima tranche de vie avvocatesca, su cui pure ritornerò dopo.
Ne La
ricostruzione del Mocambo del 1975 che, insieme a Qui con te sempre più
solo (il primo del 1974) e a Gli Impermeabili (del 1984) forma la cosiddetta
Saga o trilogia del bar Mocambo, attività chiusa per fallimento, scrive:
Il Curatore sembra un
buon diavolo,
oggi mi ha offerto
anche un caffè,
mi ha poi sorriso dato
che ero un po’ giù
e siam rimasti lì,
chiusi in noi,
sempre di più.
Vent'anni dopo
la chiusura della trilogia, nel 2004, Conte con l’album “Elegia” sorprese tutti
con un quarto episodio della saga, Nostalgia del Mocambo che però per
atmosfere e musicalità lascio fuori dalla storia del bar di un fallito che
riprende la sua vita.
Canta
ancora ne Gli Impermeabili (quello che appunto chiude la trilogia
originaria):
...e ricomincerà
come in un rendez-vous
parlando piano tra noi
due
da-da da-da-da.
Scendo giù
a prendermi un caffè
scusami un attimo
passa una mano qui,
così
sopra i miei lividi
ma
come piove bene su gli impermeabili e non sull’anima.
“Piove
sugli impermeabili e non sull'anima” è una immagine riuscitissima, una
metafora sublime che si innesta alla perfezione con l’orchestrazione fatta di
archi che trasportano chi ascolta verso una dimensione in cui si guarda a se
stessi con indulgenza, dall’alto di un senso di dolce malinconia.
Conte è, come
ho detto, un avvocato e come tale si guarda con ironia: “nel gruppo non
manca mai qualche avvocato, a lui tocca di fare il bel discorso" (Per
ogni cinquantennio, uno dei primissimi pezzi cantati direttamente da lui, che
fino a quel momento aveva scritto brani notissimi ma cantati da altri, come
Messico e Nuvole, Insieme a te non ci sto più, Azzurro, La coppia più bella del
mondo).
oppure:
Il tuo avvocato è
proprio un asino
no certe cose non si
scrivono
che poi i giudici ne
soffrono
e quindi la chiosa da vero
maestro
ma sono parole, tue,
d'amore scritte a
macchina, baby baby
van tanto bene per me.
(Parole d'amore scritte
a macchina - 1990).
L'amore in Conte meriterebbe una trattazione a parte,
anzi un trattato. Le sue canzoni - direi quasi tutte alla fine - ne sono
intrise. L'amore è amore intimo, dei piccoli gesti, provinciale, nel senso più
nobile della parola. Per Conte la provincia è sempre un atollo di ricordo,
evocazione, ma anche di esplorazione, un punto di partenza da cui si
sprigionano viaggi della mente, si sogna l’Africa, i baobab, una gita al mare,
il treno dei desideri (Azzurro) restando sempre nello stesso posto. Emblema di
quella provincia è il tinello, rigorosamente "maron”, citato più volte
nelle sue canzoni.
Ma tornando all’amore, mi
limito a due citazioni.
La prima è da Come mi
vuoi, pezzo presente nell'album “Paolo Conte” del 1984 (quello la cui
copertina è riprodotta all’inizio di questo pezzo) come la già citata Gli
Impermeabili:
Dammi un sandwich e un po'
d'indecenza
e una musica turca
anche lei,
metti forte che riempia
la stanza
d'incantesimi e di
spari e petardi
eh... come mi vuoi?
...che si senta anche
il pullman perduto
una volta lontano da
qui
e l'odore di spezie che
ha il buio
con noi due dentro al
buio abbracciati
eh... come mi vuoi?
L'altro pezzo sull’amore
che voglio citare è Parigi, brano parte dell'album “Paris Milonga” del 1981.
Ecco alcuni versi:
Io e te, chissà
qualcuno ci avrà pure presentati
E abbiamo usato un
taxi, più un telefono, più una piazza
Io e te, scaraventati
dall'amore in una stanza
Mentre tutto intorno è
pioggia, pioggia, pioggia e Francia
Ancora una volta una stanza, che non ha cielo e mantiene
le sue pareti, col suo calore di intimità generato dal mistero dell'incontro
amoroso, mentre fuori (ancora una volta) piove sulla (da lui molto amata,
ricambiato) Francia.
Per chiudere questo contributo che non vorrei chiudere
(mi sono molto trattenuto, non ho parlato di molte altre canzoni che
meriterebbero una citazione per il loro forte afflato poetico, in particolare
non ho parlato di Nord, canzone amatissima da me, inclusa nell’album
“Appunti di Viaggio” del 1982, un testo cubista e surreale in cui si ascolta uno
dei famosi crescendo contiani, oppure di Wanda, stai seria con la faccia ma
però parte del suo primo album eponimo da solista del 1974), mi soffermo su
una canzone, tra le mie preferite in assoluto del repertorio contiano, Sparring
Partner. Si trova nello stesso album eponimo del 1984 che ho già citato più
volte.
Sparring Partner mi piace particolarmente per la sua capacità
di esprimere nell'incastro perfetto di parole e musica (anzi musica prima e poi
parole sennò poi Paolo si arrabbia) "Quel lontano di noi" - per usare
il titolo di una sezione di Tema dell'addio di De Angelis - l'interrogativo
attonito continuo che stare al mondo ci pone e che io ritrovo anche nelle
canzoni e nei testi di Conte.
È un macaco senza
storia
Dice lei di lui
Che gli manca la
memoria
In fondo ai guanti bui
Ma il suo sguardo è una
veranda
Tempo al tempo e lo
vedrai
Che si addentra nella
giungla
No, non incontrarlo mai.
Ho guardato in fondo al
gioco
Tutto qui, ma sai
Sono un vecchio
sparring partner
E non ho visto mai
Una calma più tigrata
Più segreta di così
Prendi il primo pullman,
via
Tutto il reso è già
poesia.
Avrà più di
quarant'anni
E certi applausi ormai
Son dovuti per amore
Non incontrarlo mai.
Stava lì nel suo
sorriso
A guardar passare i
tram
Vecchia pista da
elefanti
Stesa sopra al macadam
Il testo si chiude con un altro stilema tipico di Conte, l’uso
di parole esotiche o inusuali di cui di frequente dissemina i suoi testi. Il macadam
è un tipo di pavimentazione stradale, nulla quindi di particolarmente lirico in
sé. Tuttavia usa questa parola all'evidenza per il suono che produce,
prediligendo peraltro lui spesso le parole tronche nei suoi testi (il già
citato “maron” del tinello), forse per la naturale inclinazione verso la lingua
francese, vicina al suo Piemonte.
Insomma, Conte è stato parte della mia educazione
sentimentale e d’altronde:
Il maestro è nell’anima
e dentro all’anima per sempre resterà
(Il Maestro - 1990)


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