PLANCTON - Silvia Longo - INTORNO A “ARABO È DONNA. Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale” DI DAVIDE BOROWSKI (Homo Scrivens Editore, maggio 2026)

"Arabo è donna" di Davide Borowski, Homo Scrivens Editore, 2026


L’esperienza del corpo di donna si impone naturalmente, non come rivendicazione, ma dome dato evidente. Scrivere da donna significa scrivere a partire da un vissuto condizionato da fattori precisi. (Imèn Moussa)

Scrivere in arabo, per una donna, significa usare una lingua che per secoli è stata monopolio maschile, e forzarla a dire ciò che non è mai stato detto. (Joumana Haddad)


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Non nascondo di tenere a questo libro, e per diverse ragioni.

In primo luogo perché, da tempo, mi interesso alle vicende delle donne, in particolare delle artiste, provenienti dalla zona geografica oggetto del libro. E perché Davide Borowski, in virtù del rapporto di amicizia e reciproca stima che ci lega da molti anni, mi ha resa partecipe del progetto sin dall'inizio; privilegio che mi ha permesso di veder nascere e svilupparsi l'intera impalcatura dell'opera sino al compimento della stessa. Successivamente l'autore ha invitato me, e altri suoi contatti, a contribuire alla realizzazione dei contenuti extra destinati al web: materiale che, seppur tutt’altro che poco significativo, non ha trovato spazio nel libro. Stralci di interviste, per esempio. E lettura in viva voce di alcune delle poesie scritte dalle protagoniste del libro. Potete ascoltare tutto questo, in forma di tracce audio, sulla pagina dell’autore https://www.davideborowski.eu/.

Desidero soffermarmi per un attimo sull’esperienza fisica ed emotiva dell’offrire la mia voce a un’altra voce: ha significato mettermi da parte e tacitarmi, entrare in punta di piedi nell’immaginario delle autrici i cui versi mi accingevo a dire. Interrogarmi sull’intonazione musicale e sull’intenzione, nella consapevolezza di quanto diverse fossero le lingue originali, le loro e le mie, e la cultura di provenienza, le esperienze esistenziali. E di conseguenza ho sentito di dover cercare la modalità espressiva più rispettosa e al contempo universale, per rendere onore a queste autrici e al loro lavoro. È qualcosa che consiglio vivamente, quando ci si accosta a un testo poetico. Farne esperienza immersiva con il leggere a voce, e non solo nella testa. 

Credo qualcosa del genere, ma elevato a una potenza fuori scala, lo abbia provato anche Davide Borowski, nel tradurre i testi poetici presenti nel volume:

“Il titolo di questo libro è Arabo è donna, ma è bene chiarire fin da subito che non tutte le poetesse da me incontrate scrivono prevalentemente in arabo. Alcune hanno scelto l’inglese, il francese o altre lingue della diaspora (…) Eppure resta innegabile che ciascuna di loro si sia formata in seno alla cultura araba, o ad una cultura mista nella quale l’elemento arabo ha avuto un ruolo di peso”.

Borowski traduce da uomo, e gli va riconosciuta una non comune sensibilità nell’indagare e accogliere il femminile in ogni sua espressione. Questo suo viaggio è condotto sempre con rispetto e attenzione ai dettagli – nella precisa intenzione a non restare in superficie - con il supporto di una approfondita conoscenza di storia, geopolitica, idiomi e tradizioni locali. E se dico viaggio, non sto usando una parola capace di affascinare chi coltivi nell’animo l’idea di altrove esotici e cinematografici. Questo libro, pur rientrando nel filone della critica letteraria, scavalca le classificazioni, non puoi ridurlo a saggio o antologia poetica, perché c’è dell’altro: parliamo di un’opera che ha un valore letterario di per sé, oltre al contenuto stesso. Un testo a spiccato carattere narrativo, che raccoglie confessioni e storie, e che le racconta al lettore in una forma elegante e sapiente.

Parallelamente alle vicende biografiche delle poetesse – il materiale, cioè, che loro stesse affidano a Davide Borowski - il libro è denso di splendide sotto-narrazioni. Data la capacità indiscutibile dell’autore a ricreare atmosfere (con l’utilizzo di un linguaggio sensoriale e vibrante che mi ha ricordato “Il museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk), mi è sembrato davvero di trovarmi a Marsiglia, nelle narici l’odore di salsedine e nelle orecchie il rumore di fondo del porto; oppure in una via polverosa di Damietta, sul delta del Nilo, tra le bancarelle del mercato, mentre un ragazzino ruba frutta e verdura per nutrire i fratellini. In una libreria indipendente di New York, “le parole sembravano vibrare con i rumori della strada, con il clacson di un taxi lontano, con la musica latina che filtrava da un locale vicino”. In un Marocco “urbano e inquieto, pieno di giovani donne e uomini che si muovono tra internet café, stanze d’albergo, appartamenti in affitto e spazi familiari crepati dal silenzio e dalle convenzioni, da sfidare o aggirare”. In un villaggio palestinese nei pressi di Nazareth, quando per una poesia diffusa in rete ti vengono ad arrestare: “le prime luci si insinuavano tra le persiane quando il rumore secco degli stivali sull’asfalto ruppe il silenzio del villaggio. Cani che abbaiavano in lontananza, e un fischio breve precedette il bussare violento alla porta”. Per le strade della Primavera Araba, in Tunisia; tra le mura di una scuola chiassosa, che presto le ragazze abbandoneranno per contrarre un matrimonio preconfezionato; nel privato delle case, in cui si celebrano lutti reali o solo interiori. “In un limbo di fango, tende strappate e fuochi che non scaldano. Uno di questi campi di transito in cui i migranti attendono un barcone per tentare l’attraversamento del Mediterraneo verso l’Europa.”

Fuggire, dunque, e impiantarsi altrove. Vivendo la lacerazione di una cesura tra vita e vita, un bruciare tutto per ricominciare dalle ceneri di te, trovando finalmente la dignità del poter essere libera in ogni tua manifestazione. E però senza riuscire a perdere completamente il legame con i luoghi, la famiglia, le antiche consuetudini. Anche quando si rigetta – perché si è state, prima ancora, rigettate - un intero mondo, il segno resta impresso. Questo è quanto hanno vissuto le donne raccontate nel libro.

“La voce sembra proprio quella di chi cammina sul bordo sottile tra nostalgia e futuro, tra una patria sognata e un presente complicato. C’è una malinconia dolce, ma anche un desiderio continuo di afferrare altre possibilità” (a proposito della poetessa Naomi Shihab Nye).

Allontanarsi dalla propria terra ha infatti significato, per alcune di queste donne, precipitare nella condizione di apolidi. Essere apolide non significa soltanto mancare di uno status giuridico preciso: significa vivere in una sorta di terra di nessuno, un piede nel Paese che abiti e uno in quello che hai dovuto abbandonare. Abbracciare un nuovo stile di vita che spesso riesce a infondere speranza e gratitudine, integrarsi in modo pressoché perfetto in un tessuto sociale inedito, eppure percepire che la nostalgia si affaccia.

Tangeri mi brucia ancora (Imèn Moussa).

Ho pensato a Vladimir Nabokov, leggendo questo libro. Al suo vivere da sradicato con tale consapevolezza, che a un certo punto stigmatizzò la propria condizione di provvisorio decidendo di vivere in hotel, anziché in una casa.

La poetica di queste donne, così diverse tra loro nell’espressione eppure legate intimamente dallo stesso afflato che le ha sostenute e nutrite, che ha permesso loro di sentirsi vive e libere anche quando non lo erano, o quantomeno di sopravvivere, è intessuta di ricordi, speranze, carnalità e ricerca spirituale, è abitata da persone reali e personaggi che escono da mito e religione. Per tutte sembra essere comunque una esperienza fisica, che abbia odori e consistenza.

Il corpo è la colonna vertebrale della scrittura. Prima delle parole, c’è questa materia vivente attraversata dalla memoria (Mouna Ouafik).

E la poesia, ancora, è un modo per uscire dal silenzio, cui la donna è spesso costretta:

Per essere una donna brillante nel terzo mondo / non devi esserlo affatto! (…) Riponi la tua mente in una scatola / sii pronta a dire ad ogni istante «Sono d’accordo». / Proclama il tuo silenzio eterno,/ smetti di ronzare come un’ape curiosa. / Comportati come un uccello in gabbia, non osare mai sognare la libertà. / Non considerare l’obbedienza una colpa, / è un onore mettersi in ginocchio. / (…) A nessuno importa dei talenti, / non sono necessari, sono troppo minuscoli. / Non provare a ridere a voce alta, / l’ideale è essere un albero. / E tieni a mente che il dissenso è pericolosissimo, / tanto che la cosa migliore che una donna possa fare è fuggire! / Nel terzo mondo / tutto ciò che devi essere / è non essere. (Amirah Al Wassif)

Questa poesia approda talvolta a spunti surrealistici e sempre affonda nel vissuto, e spesso somiglia a una carezza che però taglia e gronda sangue. In ogni caso, è costantemente una poesia in cui il femminile è il l’elemento dominante, nella misura in cui il sacrificio a monte, del corpo e del pensiero, è stato richiesto a causa del genere di appartenenza. E la risposta è stata la ribellione a chi imponeva il silenzio. La resistenza, il remare contro.

Tenere in vita l’incendio / è duro / e spietato. // Credetemi, poesie che non scriverò mai / sento / tenerezza / per voi. E ancora: Sono capace di sentire le cose sottilissime / che Dio non ha detto / mentre parlava. (Mouna Ouafik) 

Un’altra delle ragioni per cui mi sento affine questo libro è che ha permesso alla mia mente di spaziare da un capo all’altro della letteratura internazionale di ogni tempo: la scrittura di Davide Borowski porta infatti il segno di una cultura letteraria ampia e variegata. La sua abilità di narratore consiste nel prenderti per mano e condurti dove vuole. La sua perizia poetica emerge dal modo in cui commenta le poesie altrui, nello specifico quelle presenti nel libro (e nelle citazioni, a inizio capitolo). La sua onestà intellettuale, poi, è quella che ha determinato i criteri con i quali ha scritto questo testo.

“E noi, che scriviamo da luoghi sicuri, quanto sappiamo veramente onorare chi paga un prezzo così alto in nome della parola?”

L’epoca che viviamo è inevitabilmente contraddistinta da forti polarizzazioni ideologiche: ciascuno di noi si sarà sentito più volte chiamato (anche dalla propria stessa coscienza) a prendere posizione, a proposito di questo o quel conflitto, di questa o quella questione etica. In particolare, dagli artisti e dagli intellettuali ci si attende questo genere di impegno militante. Borowski sente che “il mio compito non è di fornire un commento o un giudizio, ma di creare uno spazio di ascolto. Il mio ruolo non è quello di un analista geopolitico, né di commentatore militante, consiste nel raccogliere voci, restituirle nel modo più fedele e limpido, e permettere al lettore di confrontarsi direttamente con esse. (…) La mia scelta di terzietà non è un atto di indifferenza, ma di responsabilità. (…) Non si tratta di neutralità nel senso di equidistanza morale, ma di rispetto radicale per le storie che mi vengono affidate. (…) Così questo libro non è un saggio politico né un pamphlet militante. È una raccolta di voci che provengono da un mondo ferito, e che hanno il potere di parlare di quelle ferite molto meglio di quanto potrei fare io.”

Peraltro, mi pare che la scelta dell’argomento intorno al quale costruire un testo simile, sia di per se stessa indicativa. Di un interesse sincero e significativo. Di una temperatura interiore.

Questo approccio fa emergere una verità complessa: alcune delle autrici intervistate sono diventate simbolo della lotta contro il patriarcato, anche quando ciò non è stato scelto a tavolino, ma è derivato dell’aver lasciato fluire in parole e versi quanto sperimentato, il dolore delle ferite di cui parla Borowski, e il sapore della ribellione che forse solo la poesia può restituire in pieno nitore. E sì, è la forza intrinseca delle loro parole e delle loro biografie, a monte, ad averle liberate. Prima di ogni fuga. Prima di ogni arresto e carcerazione. Prima di ogni presa di posizione diretta e consapevole.

La scelta della storia orale asseconda l’idea di libertà che percorre tutto il libro. Borowski rifiuta la rigidità dello schema "botta e risposta". Preferisce distillare il succo delle sue conversazioni con le autrici, trasformando i dialoghi in un flusso narrativo efficace e coinvolgente. Pregevole è il modo in cui egli ha saputo mixare il tutto, bilanciando i suoni in modo tale che le voci delle autrici non risultassero appiattite dalla sua, di narratore. E concedendosi il piacere di usare e modulare la propria. È un libro, questo, da leggere con rispetto e tenerezza. Lasciandosi attraversare dai sentimenti, dai pensieri e dalle emozioni che scaturiranno. A me ha portato, ancora, una domanda che mi accompagna da tempo: da quale dolore viene la tua poesia?

 

 

COME SEPPELLIRE UNA RAGAZZA CURIOSA (Amirah Al Wassif)

 

Quando ero più piccola

stavo in piedi su una montagna di cuscini

con la coraggiosa decisione di ingoiare

un intero dito. Mio padre mi insultò

per via della mia curiosità.

Per tutta la sua vita ha desiderato avere

Una prole che non desse problemi, non importa se

femmina o maschio.

I miei antenati preferivano seppellire le bambine

piuttosto che metterle

in una carrozzina e cantare loro una ninna nanna.

Sono nata con una grande motivazione a

graffiare il cielo sulle mie spalle, scimmie

andate fuor di senno e smodati pesi, la mia pena

la cucinavo ogni notte.

E alla luce del giorno, mentre si davano da fare

a vendermi,

passavo il tempo a calcolare la distanza

fra il mio genere e il funerale che mi aspettava.

Quando mossi i primi passi, la mia tribù mi circondò

a mo’ di sciame d’api.

Si avvicinarono prendendo atto che avevo

cosce e seni. Mi infilarono

nella tasca dell’obbedienza, mi rinchiusero

in una gabbia di ferro. Le orecchie se le mangiarono.

Quando ero più piccola,

strisciavo verso le spalle di mio padre.

 

 

 

 


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