INCROCI - Iolanda Cuscunà – IO E SALVO BASSO- “SCRIVERE È MORDERSI LA LINGUA”

 

Salvo Basso, PICCA, Nous, 2026


Uno pensa: mi dicono

che ho tre mesi di vita.

E allora mi organizzo 

per bene quello che devo

fare- comedire, sempremeglio 

che morire all’improvviso 

senza avere tempo

di salutare, dire, pensare

organizzare…


Invece il tempo

dell'attesa della morte 

è solo paralizzato.

Nessun saluto,

nessuna organizzazione,

nessuna consolazione.

*

Scrivu picchì 

nun mm'arresta autru 

*

Nun pigghiati propriu tuttu

cosi. Ascigliti sulu i 

megghiu. 


L'anno in cui Salvo Basso moriva, io iniziavo la mia nuova vita. Era il 2002, finito di dare gli esami all’Università, aspettavo il mese di novembre per discutere la mia tesi e concludere così il mio percorso alla Facoltà di Filosofia. Nei mesi che mi separavano da quella data avevo deciso di seguire un desiderio che avevo da sempre: lavorare in libreria. Così, dopo un colloquio ero riuscita a farmi assumere nella libreria più importante di Catania, un lavoretto di tre mesi che dura fino ad oggi. 

Lavorare in mezzo a quell’universo di carta mi dava la possibilità di esplorare a mio piacere, di sfogliare, annusare e leggere anche autori che sconoscevo.

Già scrivevo poesia, quindi uno dei primi scaffali che andai a “visitare” fu proprio quello dei Poeti. Ricordo che presi a soffermarmi sulle pagine di piccoli volumi in fila di uno stesso autore: Salvo Basso. Non sapevo chi fosse. La prima pagina che mi capitò sotto gli occhi conteneva dei versi in cui l’autore scriveva che sarebbe stato meglio fare il Dottore piuttosto che studiare Filosofia. Sorrisi, sembrava che quelle parole fossero dirette a me. Chiusi il libro e ne aprii un altro, ce n’erano diversi, evidentemente doveva essere un autore importante.  


Scrivu

picchì mi mangiunu i manu

(Scrivo

Perché mi prudono le mani)

*

a penna 

è

nfilu i capiddu

(la penna

è

un filo di capello)

*

a poesia è

comu na cannila:

sciuscia ccà.

(La poesia è 

come una candela 

soffia qua). 


Fu una rivelazione. Come faceva questo Poeta a dire il mistero della scrittura con così pochi versi?

Avevo ventiquattro anni e i miei componimenti erano infarciti di aggettivi, verbosità, metafore. Tutto inutile. Incrociare la poesia di Salvo Basso fu emozionante. Una deflagrazione. Avevo davanti un Poeta che modulava i suoni con assoluta originalità, una voce unica.

Guardai le quarte di copertina e scoprii che l’autore era morto pochi mesi prima: ad aprile, a soli trent’otto anni per un tumore al cervello. Cinque mesi prima l’inizio del mio lavoro in libreria. Chiesi al libraio che mi faceva da “maestro” se ne sapesse qualcosa: lui sapeva tutto, lo conosceva bene, era stato un cliente della libreria e caro amico delle titolari. Un uomo coltissimo, un professore attivo nella vita politica del suo paese: Scordia. 

La sua scrittura in dialetto aveva rivoluzionato la poesia siciliana contemporanea. 

Nel tempo ho cercato di leggere quante più cose ho potuto di Basso e torno spesso ai suoi versi che hanno avuto, e continuano ad avere, un’influenza decisiva sulla mia scrittura.

Adesso che la Casa Editrice Nous ha pubblicato gli inediti trascritti nell’agenda in cui annotò gli ultimi pensieri prima della morte, risale la marea di emozioni. “PICCA” è tra le mie mani, giro le pagine, curate dal poeta Renato Pennisi e introdotte da Giovanni Tesio, e mi pare di sentire la voce di Salvo, io che non ho mai avuto il privilegio di conoscerlo, né di ascoltare quella risata che pare s'impigliasse nelle orecchie. 


Non scriverò più. 

Posso solo scrivere 

banalità da

banale morente. 

La mia ispirazione è

morta per sempre.


Sono versi dal fiato spezzato, parole che si frammentano e lasciano spazio al bianco della pagina che è silenzio, pausa per rifiatare. La scrittura fa i conti con un tempo che si sa in scadenza, eppure la necessità del dire valica la volontà stessa di chi scrive, e guarda al domani:


Penso al futuro

delle persone 

che amo e

alla mia 

futura

solitudine.


Penso

al futuro 

delle mie poesie

del mio nome

e cognome.


La scrittura di Salvo Basso non è scrittura di morte, fa i conti con la morte ma resta ancorata alla vita. È “npinseri ca nun finiscia” e arriva a noi più vivo che mai. 

Si, la poesia è “un filo di capello”, ma abbastanza robusto da reggere il peso del mondo anche dopo essere passati “di ddabbanna”.



Nota. Ho scelto per questo pezzo versi tratti da due raccolte di Salvo Basso: la prima e l’ultima. Inizio e fine, o forse nuovo inizio.

Quattru sbrizzi, poesie, Edizioni Nadir, 1997.

PICCA, Nous, 2026

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Salvo Basso nacque a Giarre (Catania) nel 1963, ma trascorse tutta la vita a Scordia dove  morì nel 2002. Laureatosi in Filosofia  all’Università di Catania, dal 1994 fu Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Scordia, poi dal 1998 anche con funzioni di vice sindaco, fino alla morte.


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