IL SORRISO DEL SOLE - Ornella Mallo - Viaggio nell'indicibile
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| Ornella Mallo |
Prima di intraprendere un viaggio,
bisogna aver ben chiara la meta: da quest’ultima, infatti, discendono sia il
percorso che il mezzo atti a raggiungerla. Il titolo “Viaggio
nell’indicibile” è chiaro e oscuro al tempo stesso: infatti, se si parla di
indicibile, evidentemente, si allude a qualcosa di così indefinito da essere
inesprimibile, ma che, al contempo, proprio nella sua indefinibilità trova la
sua essenza e, paradossalmente, la sua definizione.
Facciamo una ricerca etimologica: indicibile discende dal tardo latino ‘indicibilis’,
composto dal prefisso negativo ‘in – ‘, che significa ‘non’, e dal termine ‘dicibilis’,
derivato dal verbo ‘dicere’, che significa ‘può essere detto’.
A sua volta, ‘dicere’ risale alla radice indoeuropea ‘deik- ’, il cui
significato era ‘mostrare’ o ‘indicare’. Dalla stessa radice indoeuropea
derivano anche parole come il latino ‘digitus’, dito. Questo dimostra la
sussistenza di un’antica associazione concettuale tra l’atto del parlare (‘indicare’
con la voce) e l’atto fisico di mostrare qualcosa puntandola.
Scriveva Heidegger ne “In cammino verso il linguaggio”: «Nessuna
cosa “è” dove la parola manca.», ossia le cose acquisiscono una loro realtà
manifesta a partire dal momento in cui vengono nominate e comprese attraverso
il linguaggio. Non siamo noi a dominare il linguaggio, al contrario è il linguaggio
che ci permette di “abitare” il mondo, e di strappare le cose – chiamandole con
la parola – all’indistinto, all’insignificanza, al nulla. Dunque, il mezzo di
cui ci serviremo per compiere il nostro viaggio nell’indicibile è la parola.
Vedremo, nel corso della nostra dissertazione, che tipo di parola è necessario
per dare un nome all’indicibile.
Infatti, quando ci muoviamo tra realtà visibili, conoscibili in modo empirico
attraverso i sensi di cui disponiamo, è semplice la nominazione delle cose. Il
mondo fenomenico, infatti, - da ‘phainómenon’, greco, ossia ciò che
appare o ciò che si manifesta - si compone di cose che possono essere indicate
con il dito, e che possono essere sperimentate e sezionate fino a poterne
rilevare l’atomica composizione. In questi casi è possibile individuare la
parola che abbia una potenzialità significante adeguata al suo significato,
anche se si tratta comunque di una parola “traditrice”, ossia in qualche modo incapace
di tradurre l’intima essenza del suo contenuto.
È il poeta Rilke a rilevarlo, nella celeberrima poesia dal titolo “A
me piace sentire le cose cantare”:
“Io temo tanto la parola degli uomini. /
Dicono tutto sempre così chiaro: / questo si chiama cane e quello casa, / e qui
è l’inizio e là la fine. // E mi spaura il modo, lo schernire per gioco, / che
sappiano tutto ciò che fu e sarà; / non c’è montagna che li meravigli; / le
loro terre e giardini confinano con Dio. // Vorrei ammonirli, fermarli: state
lontani. / A me piace sentire le cose cantare. / Voi le toccate: diventano
rigide e mute. / Voi mi uccidete le cose.”
Se la parola, dunque, non riesce a esprimere compiutamente ciò che è visibile, dal momento che l’essenza invisibile ad esso sottesa resta inespressa, a maggior ragione, tutto ciò che sfugge ai nostri sensi, cui si riferisce Rilke in quest’ultima citazione, è difficilmente esprimibile a parole, e dunque viene comunemente ascritto all’ambito dell’indicibile, che poi è la meta del nostro viaggio. Cos’è allora ‘l’indicibile’? Tutto ciò che è astratto, metafisico, che trascende la realtà terrena, e di cui però avvertiamo fortemente l’esistenza, al punto che tentiamo continuamente di esprimerlo, di catturarlo in qualche definizione. Giusto per citare un esempio eloquente, di difficilissima definizione è il concetto di verità, la cui ricerca è il fine cui tende ogni filosofia, e di cui è sicuramente possibile registrare la tensione agonica, ossia l’incessante tentativo, da parte dell’Uomo, di conoscerla, di scoprirla. Scriveva Cioran, in “Finestra sul nulla”: “La verità è facile; la sua espressione difficile”. Ed Hermann Hesse in “Siddharta”: “L’opposto di ogni verità è altrettanto vero! […] Tutto ciò che può essere pensato con la mente e detto con le parole è unilaterale, è tutto solo la metà, privo di completezza, rotondità o unità. […] Ma il mondo stesso che esiste intorno a noi e dentro di noi non è mai unilaterale. Una persona o un’azione non sono mai interamente Samsara o Nirvana, e una persona non è mai completamente santa o peccaminosa. Sembra davvero così, ovviamente, perché siamo soggetti all’inganno che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; l’ho sperimentato molte volte. E se il tempo non è reale, allora anche la divisione che sembra separare il mondo dall’eternità, la sofferenza dalla beatitudine e il male dal bene, è un inganno.” Questo stralcio tratto dall’opera di Hesse ci dimostra come per la realtà trascendente non sia possibile un’univoca definizione, ma tante definizioni a seconda del punto di vista da cui si osservano le cose; è il fisico premio Nobel Niels Bohr ad asserire: “Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità”.
Focalizzandoci sulla parola, allora, posto che la realtà sovrasensibile è di difficilissima definizione, dal momento che abbraccia un’asserzione e il suo contrario, qual è la parola che più delle altre ci permette di conoscere e di esprimere l’indicibile verità? Secondo il filosofo Martin Heidegger è la parola poetica, o meglio ‘poietica’, da ‘poiein’, fare, produrre: infatti, la parola poetica, lontana dal linguaggio quotidiano, spesso ridotto a mero cliché, si discosta da una funzione assertiva, ma semmai svela, attraverso la nominazione, l’essenza insita nelle cose, essenza che viene portata alla luce. Nel saggio “L’origine dell’opera d’arte” scrive: “Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accedere alla parola e all’apparizione […] Il linguaggio stesso è Poesia nel senso essenziale”.
Il linguaggio poetico, grazie all’uso della metafora, permette di accedere al mondo interiore svelandone i contenuti e traducendo i più segreti moti dell’anima, al punto che i più grandi psichiatri si sono avvalsi della Poesia per studiare l’indicibile sfera emotiva, sia nella sua fisiologia, sia nelle sue svolte patologiche. Stati d’animo come la tristezza o la felicità, l’entusiasmo o la depressione, possono trovare in poesia un’espressione, dal momento che l’impiego di immagini attinte dal mondo empirico possono, in qualche modo, agevolarne l’intuizione; ma, per quanto le parole poetiche si avvicinino alla sfera psichica rendendola comprensibile, resta sempre qualcosa di ineffabile in fondo, al punto che il filosofo Batailles asseriva ne “L’impossibile”: “Ogni poesia tradisce la poesia”; e il poeta Tennyson scrive nel suo bellissimo poema “In memoriam”: “A volte penso sia un peccato / dare parole all’angoscia che sento, / poiché le parole, come fa la Natura, rivelano / e insieme celano l’interno dell’Anima. // Nelle parole, come in gramaglie, mi avvolgo, / come in ruvidi panni contro il freddo, / ma della grande angoscia che coprono / appare il contorno e niente più.”
Ecco che il poeta Tennyson apre il varco a un altro strumento espressivo, che travalica la parola, ossia il silenzio. Pensiamo che alla provocatoria domanda di Ponzio Pilato «Che cos’è la verità?», Gesù rispose restando in silenzio. Il silenzio subentra lì dove non arrivano le parole. Non per niente, il poeta – filosofo francese di origini ebraiche Edmond Jabès asseriva: “Dio si scrive contro Dio”, proprio per ribadire l’ineffabilità del concetto di Dio: qualunque tentativo di nominare il divino è destinato al fallimento, dal momento che Dio si sottrae alla conoscenza dell’uomo e a qualunque tentativo di definizione. Quindi ogni parola su Dio è una parola contro Dio, perché non può contenerne l’essenza. “L’altrove si può raggiungere soltanto con il silenzio”, scrive Jabès, “Bisogna imparare a scrivere con parole inzuppate di silenzio… Penetrare nel silenzio come in una cattedrale”.
Nella poesia ogni parola viene preceduta e seguita dal silenzio, che finisce con l’esaltarne la potenzialità espressiva. Al punto che il poeta Hugo Mujica scrive: “Per me la parola e il silenzio sono la stessa cosa: il flusso e il riflusso. In realtà il silenzio è una metafora del niente. Quello che chiamiamo silenzio è la possibilità di ascoltare ciò che non trova nulla su cui rimbalzare, nulla che lo rimandi…” E Ungaretti: “Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso.”
Tirando le somme a conclusione delle riflessioni appena esposte in questo viaggio ideale nel mondo dell’indicibile, si potrebbe dire che, mentre una nominazione univoca denotativa degli esseri - viventi e non - che fanno parte della realtà fenomenica è più facile, l’espressione del mondo sovrasensibile è difficile e controversa, perché ognuno riempie il significante di contenuti diversi a seconda della propria visione, e spesso la parola non traspone esattamente ciò che si vuole dire. Giungiamo dunque alla stessa conclusione cui perviene Flaubert nella celebre citazione attinta da “Madame Bovary”: “Nessuno riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare agli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.”
La poesia è allora tensione verso l’espressività della parola, e riesce, attraverso la modulazione di parola e silenzio, a lambire il mondo metafisico, come scrive il poeta arabo Adonis: “La poesia è la voce dell’invisibile. Non è semplice decorazione delle parole, ma lo strumento elettivo per esplorare e dare forma a ciò che non si vede, non si dice e che spesso sfugge alla logica e alla quotidianità”.
La poesia scandaglia il mondo metafisico, ma non riesce a carpirlo del tutto. Ricordiamo al tal proposito quanto scrive Ungaretti nella sua poesia “Il porto sepolto”: “Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde // Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto”.
Tentano un’espressione del trascendente non solo la poesia, ma tutte le espressioni artistiche. Scriveva Andrej Tarkovskij in “Scolpire il tempo”: “L’idea dell’infinito non può essere espressa a parole e nemmeno / descritta, ma può essere colta / attraverso l’arte, che rende / tangibile l’infinito. L’assoluto è / raggiungibile solo attraverso la / fede e nell’atto creativo.” Naturalmente questo atto creativo deve essere dell’uomo, e non demandato all’intelligenza artificiale, che non avendo un vissuto paragonabile a quello umano, non ha una sfera emotiva attraverso cui questo vissuto viene rielaborato e filtrato. Si spera che l’uomo mantenga nel tempo la sua tensione verso la verità, e non deleghi alle macchine la facoltà di pensare. “Il problema non è tanto l’esistenza dell’intelligenza artificiale ma delle intelligenze che diventano sempre più artificiali rinunciando all’esercizio critico e creativo del pensiero.”, scrive Recalcati. Gli fa eco Papa Leone XIV nella sua ultima enciclica “Magnifica Humanitas”, che ha per tema, appunto, la dignità umana ai temi dell’intelligenza artificiale: “L’umanità, magnifica e ferita, non deve essere sostituita né superata”.
Concludiamo allora con un aforisma di straordinaria attualità di Paul Celan, poeta rumeno naturalizzato francese nato nel 1920 e morto nel 1970, aforisma che rende la stretta connessione esistente tra vita e poesia, che non va mai tradita: ”Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. Viviamo sotto cieli cupi - e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche.”


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