FRASEGGI DI LUCE - Annalisa Lucini - VIK STRAGOVIN tra Moderato cantabile e Gasoline
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| Annalisa Lucini |
“Non dimenticare: moderato cantabile. Pensa a una
canzone che ti cantano per farti addormentare”.
Nella scena iniziale che Marguerite
Duras descrive prima che tutto si compia nel suo romanzo, c’è un bambino,
una madre e una lezione di pianoforte.
Nella trama l’amore è
invenzione, il desiderio non è subordinato ad alcun codice morale e Moderato
cantabile cerca di sovvertire il linguaggio, nel tentativo di dire
l’indicibile.
Ho scelto di introdurre
così la conversazione avuta qualche giorno fa con Vik Stragovin.
Illustratore e poeta, laureato
in Filosofia alla Federico II di Napoli, Vik si esibisce in poesia performativa
e, per tre anni consecutivi, è stato finalista di Slam Poetry LIPS in Campania.
Non uno qualsiasi, piuttosto
un artista poliedrico che passa da segnalazioni di merito in prestigiosi premi
letterari, alla scrittura di brani musicali, come coautore insieme a Luca
Romagnoli, con i Management del dolore post-operatorio che con un pezzo
si ritrovano tra i finalisti in album debuttanti al Premio Tenco.
La grande bellezza di Vik
è ascoltarlo durante le sue esibizioni che lasciano senza fiato, aprendo
scenari che dallo sprofondo -più cupo- tentano risalite attraverso viscere di
stati inconsci ed emotivi.
Esiste un sottilissimo
equilibrio tra ciò che siamo e ciò che viviamo e nella poesia, forse, c’è un
tentativo di percorrere anche l’inenarrabile, il sospeso, il dimenticato che
costituisce comunque sedimento.
Parlo con Vik, che è poi
il nome d’arte di Vinicio Di Stefano, e viene fuori un viaggio.
Un bellissimo viaggio in
tre domande che si conclude con un suo pezzo dal titolo: Il mondo lo
trascinano i cuori sfondati delle donne.
Tenetevi saldi -ma non
troppo- nelle vostre convinzioni e lasciatevi trascinare dall’enfasi emotiva di
Vik Stragovin nel quale percepisco sfumature alla Gregory Corso nel
mood espressivo di Gasoline:
Tutte le cose belle/cose mie/nei cani morti avvolti
in cellofan e legati/e immobili e belli come i miei/nelle mie stanze-tomba di
polvere e niente cose
Dove è
la luce quando tutto intorno c’è soltanto buio?
Quando tutto è buio, la luce probabilmente sta fumando nervosamente fuori da un diner di Brooklyn, col mascara colato e la dignità compromessa. Ha le calze smagliate, un principio d’ulcera e quell’odore stanco di profumo economico mescolato alla pioggia dei tombini di Manhattan. Non aspettartela qui, nelle nostre cucine coi piatti sporchi e le bollette aperte.
Sì. Se la fa coi broker insonni di Wall Street, coi
registi ebrei nevrotici che parlano dell’infanzia come d’un incidente
ferroviario, coi pianisti jazz che tossiscono sangue dentro bicchieri di
bourbon annacquato. Si vende per una striscia di coca sopra il coperchio d’un
water nell’Upper East Side e per una borsetta Armani che non può permettersi
nemmeno moralmente. È diventata una luce corrotta, cittadina, isterica: una
luce che ride troppo forte alle feste e poi piange dentro l’ascensore
specchiato d’un hotel.
E forse è proprio questo il punto più osceno della
faccenda: che la luce torna sempre, la puttana luce caravaggesca, e tardi,
spettinata, col rossetto sbavato e la coscienza sporca. Però torna. Non per
amore dell’uomo, sia chiaro. Ma come certi gatti randagi o certi sensi di colpa
ebraici. E noi lì, poveri scemi verticali, ad aspettarla pure. Come si aspetta
una ex moglie alcolizzata che forse verrà a Natale.
Perché la luce non è vergine, non è pura, non è
redentrice. La luce è una consumata del cosmo. Una corista col fiato corto e le
ciglia appiccicate dal sonno. Per ottenere una particina in Cats avrebbe
spompinato mezza Broadway, produttori pelati col colon irritabile, coreografi
cocainomani, critici teatrali con le mani sudate e il desiderio di morire
dentro un loft di SoHo arredato male.
E invece la parte non l’ha avuta.
E allora torna qui. In Europa. Sul primo volo sporco
dell’alba, con i suoi raggi slabbrati, la faccia gonfia di gin e insonnia, e
quella bocca luminosa ormai consumata dal contatto con troppi desideri altrui.
Torna disillusa, con le scarpe rotte e un livido spirituale sotto l’occhio
sinistro, a illuminare i nostri bidet crepati, le cucine coi pensili scrostati,
le tovaglie con la macchia dell’olio vecchio.
Perché la luce, quando fallisce in America, viene
sempre a morire in Europa.
E ci arriva addosso ubriaca e isterica, spalmandoci
in faccia i suoi riflessi sporchi e la sua disperazione, come una diva
decaduta, frustrata, che non accetta l’idea di non essere più desiderata.
Illumina tutto senza pudore: le Madonne impolverate sopra i frigoriferi, i
preservativi accartocciati nei motel di provincia, i tramonti sopra le
tangenziali e le ascelle pezzate degli impiegati comunali che mangiano
tramezzini tristi davanti ai distributori automatici.
È una bocca puttana che ha perso il criterio del
bacio.
E noi, come dementi, continuiamo a interpretare
quella specie di catarro luminoso come speranza...
Ogni alba è una ex ballerina di Broadway che torna
truccata male a chiederti se hai ancora un po’ d’amore da darle dopo che ti ha
tradito con un continente.
Quale
è per te la migliore arte per esprimersi e veicolare messaggi?
La musica.
Perché
la Poesia?
In fondo scrivere poesie è il modo più economico di avere un crollo nervoso con una certa dignità.
****
"Il
mondo lo trascinano i cuori sfondati delle donne”
Se mi tagliassero la testa, adesso?
Che diritto avrebbe la mia testa di chiamarsi “me”?
Io sarei la testa che rotola
o il corpo che cade a terra come un sacco di merda?
Dove risiederebbe “l’umano”?
Ma è semplice:
nella lama…
Solo nella lama.
Gli uomini?
Il vento li mena come vuole,
loro dicono che hanno sogni, che hanno mete.
Macché: sono solo cartacce.
Il signor Spolverino?
Te lo ficcano dentro l’addio, gente così.
Te lo lascia sottopelle come una scheggia marcia.
Non te ne accorgi subito.
È dopo che cominci a zoppicare.
L’amore?
“Je” te lo dava come si danno le coperte
ai moribondi o ai barboni:
tanto per non vederli tremare,
tanto per far finta.
Per decenza.
Insomma…
Ma io sono
un parassita…
E sono stra-orgoglioso.
Quando hanno piantato
la corona di spine a Cristo,
hanno separato due pidocchi innamorati.
La prima vera tragedia
della storia fu dei parassiti, non degli uomini…
L’anima bucata
è un privilegio sleale:
il dolore ci fa il nido,
ci pisciano i cani…
Ma ci cadono anche le stelle,
a volte…
Chi si crede ancora saldo
è solo un cartone più bagnato degli altri.
Quando tira il vento forte... ah...
mica li distingui più i morti dai vivi, no...
Tutti lì, a sbatacchiare come cartacce sdrucite...
Chi aveva un cuore, chi un buco.
Non cambia più niente.
Sono tutti vestiti strappati,
camicie sfondatissime, anime sfondate...
Tutti crocefissi a niente, appesi all’aria...
Il vento se li porta via come sputi,
come cicche fredde.
Il vento fa il lavoro di Dio adesso.
E lo fa pure meglio.
Certe volte il vento fa pure il poeta, se ci metti
l’orecchio.
Ti sibila all’orecchio: “Sei finito, merda”.
Non erano vivi loro, no...
era il respiro delle donne... sì...
quelle sputacchiate dai balconi...
quelle smunte, quelle avvizzite
sotto i lampioni, coi capelli come mocio...
era il loro soffio a farli muovere, gli uomini...
a dar loro quella parvenza di carne, quella parodia
schifosa di passo...
Camminavano storti,
quei poveri cazzi,
come fogli di giornale pisciati dal cane...
un colpo d’aria ed eccoli che barcollavano...
una ginocchiata al vento ed eccoli che ridevano
storti...
mica per amore, mica per forza loro...
era solo il fiato delle donne.
Bastava uno sbuffo più forte...
un sospiro un po’ più disperato...
e via!
Gli uomini si staccavano dal marciapiede,
rotolavano giù per i tombini,
finivano in culo ai topi.
Pure io, mica facevo differenza.
Stavo lì, piantato tra le pozzanghere e i mozziconi,
a farmi sventolare dalla tristezza di qualche
ragazza sfondata...
mica mi reggevo da solo...
macché!
La mia volontà era una carta sporca,
un biglietto dell’autobus strappato a metà.
E quando passavano loro, le donne...
tutte bocca secca e occhi slavati...
loro, coi respiri che parevano carezze fatte di
sputi...
beh...
per un attimo sembrava davvero che il mondo si
rimettesse in piedi.
Ma poi basta un colpo più forte...
basta la malinconia vera...
e tutti giù, di nuovo,
a macerare sotto i treni
come sogni scoloriti.
Gli uomini non camminano, no...
sono solo il refolo del rimpianto
che passa attraverso il buco delle gonne strappate.
La vita?
Una soffiata.
La morte?
Una cartaccia che ha smesso di tremare.
Quando una donna tira su col naso,
c’è un morto che inciampa nella strada.
A quel punto, ubriachi come rospi,
mica si capiva più chi era Dio e
chi era la baldracca sotto i balconi.
Le vedevo, io, le donne...
stecchite nei loro scialli,
coi capelli che facevano i nidi dei topi,
e pensavo: ecco Dio che soffia nel mondo!
Non c’era altra creazione, altro miracolo...
solo i loro sospiri spelacchiati...
solo il loro fiato di cipolla andata a male.
E noi?
Cartacce...
Stracci...
Gonne strappate, berretti flosci, mani di
plastilina...
bastava una bava d’aria, una tossita stanca di donna
e via!
Ci mettevamo in moto...
zoppi... spastici...
sembrava che avessimo un cuore!
Sembrava...
Oh, la creazione era tutta lì!
Mica nelle galassie, mica negli angeli, la
creazione!
“Più debole è il cuore, più forte ti sembrava il
mondo.”
Non erano vivi loro, no...
era il respiro delle donne che li faceva schiodare
dal marciapiede.
Mica la forza, mica la gloria, no, era solo il
fiatone.
Come un motore guasto sotto la pioggia,
tossiva, sputava, arrancava.
Il cuore delle donne era la benzina andata a male
e più era fiacco, più ti sembrava che il mondo
corresse forte.
Il respiro delle donne, ecco,
il vero motore...
ma mica un motore bello, mica la gloria, no...
un catorcio senza ruote, pieno di ruggine e
bestemmie,
che tossisce, si spegne, riparte a calci...
Più il cuore delle donne
faceva acqua da tutte le parti,
più sembrava che il mondo galoppasse.
E i giudici saldi a terra erano in realtà solo
cartoni pisciati.
I cuori sfondati fanno
il rumore del vento nei tubi. E ti illudi che sia
musica.
Non ero io a camminare, no...
era lei... quella donna...
“Jeje”
quella sfatta lì, coi polsi gonfi e i piedi spezzati
dalla Coop...
coi fianchi slabbrati dalla fatica...
Era il suo fiato a tirarmi avanti,
a strattonarmi come uno straccio legato a un furgone
in corsa.
Ogni sospiro suo era un colpo di frusta.
Ogni respiro sfiatato, una ginocchiata nei reni.
Mica respirava per vivere, quella, no...
respirava come un motore scassato,
come un trattore in agonia che ancora ci prova.
E a ogni singhiozzo
mi trovavo più lontano,
più strusciato sui marciapiedi, più sgonfio.
Era il suo cuore
sfondato che mi trascinava...
un motore rotto, ubriaco di dolore...
Più era debole, più mi pareva forte il mondo.
Io stavo là, come un sacco di cenci,
un avanzo di barbone.
Mi portava il fiato di quella povera stronza...
manco se ne accorgeva, lei.
Continuava a sfiatare la sua malinconia
addosso alle strade,
ai pali storti, ai vecchi,
ai cani senza pelo...
e io dietro,
come un pezzo di carta sporca...
un manifesto strappato...
Non era amore, no...
era logorio.
Dolcezza.
Bastava che lei si fermasse un secondo...
un attimo a pensarci...
e io sarei crollato giù,
disfatto in polvere e piscio, come tutti gli altri.
Il mondo lo trascinano
i cuori sfondati delle donne.
Io avevo “JeJe”.
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