FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Esercizi di spiritualità e spoliazione
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| Deborah Prestileo |
Esercizi di spiritualità e spoliazione
I
Oggi ho pensato che la poesia nasce dalla caduta e che ogni verso
autentico viene al mondo solo dopo che qualcosa è stato lasciato cadere,
come accade ai viatori che, accorgendosi che il peso del bagaglio impedisce
loro di vedere il cielo e persino di sentire il rumore dei propri passi,
abbandonano uno a uno gli oggetti che avevano creduto indispensabili, fino a
ritrovarsi quasi vuoti e tuttavia più vicini alle cose, cosicché la parola
poetica, liberata dall’ambizione di spiegare e possedere, finisce per assomigliare
a una ciotola povera, dentro la quale può raccogliersi, per pochi istanti e
senza alcuna garanzia di permanenza, la luce errante delle stelle
II
Mi è venuto in mente che
Francesco non chiamava fratello il Sole e sorella la Luna perché vi scorgesse
dei simboli, ma perché aveva attraversato una spoliazione tanto radicale da non
poter più guardare il mondo come un insieme di cose: oltre quella soglia, nulla
era più oggetto e ogni creatura diveniva appartenenza;
che la poesia, se e quando accade,
compie qualcosa di simile, poiché sospende per un momento la distanza che
continuamente costruiamo tra noi e l’esistenza, permettendo che tutto, a
cominciare da una costellazione dispersa sopra i tetti del mondo, partecipi di
una fraternità segreta, nella quale nessuna creatura prevale sull’altra e
nessuna presenza può essere considerata insignificante
il Creato, se riesci ad
ascoltare, è un respiro…
III
Mi domando se il poeta non sia semplicemente qualcuno che ha
smesso di difendersi, qualcuno che, dopo aver visto crollare le proprie
impalcature interiori, si ritrova esposto alle cose come una casa senza porte sul
vento, e che, proprio per questa esposizione, riesce a percepire il legame
misterioso che unisce la più remota stella alla più piccola inquietudine del
cuore umano, come se entrambi provenissero dal medesimo slabbro cosmico e
fossero attraversati dalla stessa ferita dell’origine
IV
Forse la poesia è il luogo
in cui le creature vengono restituite a se stesse, perché viviamo in un tempo
che nomina continuamente le cose per ridurle, catalogarle, amministrarle e
renderle funzionali a un qualche progetto umano, mentre il verso autentico si
spoglia fino a restituire a ogni presenza la propria irriducibilità e la
propria eccedenza, cosicché una stella torna a essere una stella, non
tautologicamente ma nel senso vertiginoso di una presenza che non appartiene a
nessuno e che, per questo
è (di) tutto
è (di) tutti
V
L’Amore ha un movimento
cosmico che continua a circolare sotto le forme del Creato e che sembra
sospingere ogni cosa fuori dal proprio esilio di solitudine
e la luce attraversa
distanze che nessuna vita potrebbe percorrere e persino le creature più fragili
insistono nell’esistere contro il nulla che continuamente le assedia;
e mi sembra che il poeta non
faccia altro che intercettare per un istante questo consenso segreto
dell’essere a sé stesso, questa forza che non possiede nulla e tuttavia
sostiene tutto, come se continuasse a tessere relazioni tra cose infinitamente
presenti e lontane e ogni verso rendesse visibile uno dei suoi fili per un
attimo
VI
Mi pongo spesso questa
domanda e cioè dove abitino i morti: li collochiamo dietro di noi, ma forse esistono
in una profondità dalla quale il tempo appare diversamente
e allora la poesia nasce
proprio quando la distanza tra i due regni si assottiglia fino a scomparire,
permettendo che una voce non più udibile continui a risuonare nel linguaggio
dei vivi
e allora il verso diventa
una soglia attraverso la quale i morti non ritornano ma smettono di andarsene,
rimanendo presenti in una forma più vasta e meno visibile, come se il Creato
intero fosse una conversazione tra vivi e morti che nessuna vita e nessuna morte
riescono a interrompere
VII
Mi viene da pensare che Dio
non sia ciò che la poesia cerca ma ciò da cui ogni autentica poesia viene
cercata, perché vi sono momenti nei quali il mondo appare troppo vasto per
essere soltanto il mondo, troppo traboccante di essere per poter essere ridotto
alla semplice somma delle sue creature;
e forse il poeta non è altro
che colui che, avendo deposto per un istante l’illusione di essere il centro
delle cose, riesce a percepire che nulla esiste da sé, che nulla si fonda da sé
e che perfino le galassie, con il loro sterminato splendore, assomigliano a
mendicanti colmi di una luce che le precede infinitamente, cosicché ogni verso
autentico diventa non un discorso su Dio ma una traccia del suo passaggio, una
piccola brace caduta dal roveto ardente dell’essere
VIII
Forse la vera insurrezione
consiste nell’arrendersi, perché viviamo immersi in una civiltà che ci educa
fin dall’inizio a conquistare, accumulare, controllare e difendere, come se il
valore di una vita dipendesse dalla quantità di materia che riusciamo a
trattenere tra le mani, mentre ogni esperienza spirituale autentica sembra
condurre verso la direzione opposta e cioè smantella una dopo l’altra le
architetture della volontà fino a mostrare che nulla ci appartiene e che in
questa perdita si nasconde una forma di comunione infinitamente più cosmica
e mi sembra che la poesia
nasca da tale smantellamento, da questa resa progressiva delle frontiere che
separano l’Io dal resto delle creature, cosicché il mondo torna a manifestarsi
come fraternità di presenze che esistono indipendentemente da noi e che, per
questo, possono finalmente essere amate con la gratuità e la nudità e la
vulnerabilità di Amore.


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