IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Adesso io ho una casa nuova…

 


Adesso io ho una nuova casa, bella

anche adesso che non v’ho messo mano

ancora. Tutta grigia e malandata,

con tutte le finestre rotte, i vetri

infranti, il legno fradicio. Ma bella

per il sole che prende ed il terrazzo

ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,

e perché da qui si può vedere quasi

tutta la città. E la sera al tramonto

sembra una battaglia lontana la città.

Io amo la mia casa perché è bella

e silenziosa e forte. Sembra d’aver

qui nella casa un’altra casa, d’ombra,

e nella vita un’altra vita, eterna.

 

Il mio interlocutore cita questa poesia, appena gli chiedo di indicarmi un testo che mi restituisca l’essenza dell’uomo e del poeta. Mi è capitato di leggerla più volte, penso, e anche a me è sempre sembrata una metafora che ha la densità rara d’una confessione. Poi penso a chi ha amato quella casa bella, forte e silenziosa, a chi ne ha apprezzato a pieno lo scintillio che sovrasta sulle ombre, il sole frammisto agli ingombri di ferraglia e di grigiume. Sarà che dentro quella casa mi sono sempre figurata un volto, così come dentro a ogni vita se ne può indovinare sempre un’altra. Un ritratto vero, d’altronde, deve riuscire a cogliere la bellezza della crepa, il buio dell’anima che pure è la radice della luce.

Sono le quattro di un caldo pomeriggio di giugno e dall’altro capo del telefono Claudio Masetta cerca di spiegarmi chi fosse il suo amico Beppe Salvia. E allora mi racconta di quella volta in cui incorniciò uno squarcio del muro come un quadro, come un compromesso unico di mille micro-spaccature che disintegrano l’omogeneità banale della superficie. Perché nessuna costruzione, sia essa umana o materiale, potrebbe essere bella senza le ferite che ne rafforzano il mistero. E il nostro racconto parte proprio da una grande casa, materna, di villeggiatura e da un oratorio salesiano in cui tutti i bimbi di Sant’Agata di Militello si ritrovavano a giocare durante le vacanze estive, sia che vivessero lì da sempre sia che lì tornassero solo nella bella stagione, muniti di quella nostalgia gioiosa che è propria di chi torna sapendo già di dover ripartire. Beppe Salvia le sue estati le passava tutte qui, in via Campidoglio, una strada lunga che arriva dritta fino al mare. Qui Claudio l’ha conosciuto, qui il poeta ha lasciato una parte del suo Cuore:

 

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.

Prima col suo pallore bambino, poi con l’eleganza giovane di chi porta con sé il fascino della capitale. Era nato a Potenza, Beppe Salvia, e poi, dopo la tragica e improvvisa morte del padre, s’era trasferito col resto della sua famiglia a Roma. Ma Sant’Agata, di cui la madre era originaria, era per lui il paese azzurro degli amici e dell’amore e i ricordi di Claudio me ne restituiscono l’evidenza vivida del tempo: i jeans strappati di tendenza, le riviste letterarie più in voga tra le mani, i vinili ricercati di chi la musica la insegue già dal vivo. Mi sembra quasi di vederlo, di sentirne le risate, di percepire la sottile fascinazione che emana, per natura, da chi ha tanto da dire. La voce del mio narratore trema ancora di commossa ammirazione per questo ventenne che leggeva abitualmente i classici ma che amava già Bukowski e Corso; che parlava correntemente inglese e frequentava in lingua i libri di Oscar Wilde; che ascoltava Chopin, passando indifferentemente al rock e al jazz; che senza averli mai studiati suonava la batteria, la chitarra e il pianoforte; questo giovane che affidava ai fogli sparsi e all’ascolto degli amici le sue impeccabili poesie.

Qui a Sant’Agata lo incontrò anche Vincenzo Consolo, che, per duplice fortuna mia e sua, il mio interlocutore ha conosciuto bene. Mi riferisce che, pur portando avanti un progetto letterario assai diverso, più anomalista e orientato verso lo sperimentalismo linguistico, Consolo apprezzò molto il giovane Salvia per la personalissima formazione classica e per l’adesione autentica a una voce poetica lontana. Fu proprio lui, poco incline ad entrare a gamba tesa nel mondo dei poeti, a indirizzare ad Andrea Zanzotto certe sue poesie. Perché si rivela sempre precocemente il brillio del talento, in poesia. Giovanissimo, Salvia venne pubblicato dalla prestigiosa rivista Nuovi Argomenti, alla cui attenzione lo aveva sottoposto il professore Salvatore Maira, e iniziò una fruttuosa collaborazione con Prato pagano, altra importante rivista specialistica, edita da Il Melograno e diretta da Gabriella Sica. In questo torno d’anni conobbe pure e frequentò Marco Lodoli, Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti coi quali fondò la rivista Braci. Strinse amicizia con Dario Bellezza. Fu un periodo di grande impegno culturale, in cui Salvia decise di spendere tutte le sue energie in una concitata attività di rinnovamento letterario, che ebbe il suo centro nella Roma degli anni Ottanta. Abbandonò gli studi universitari, rafforzò le collaborazioni, si impegnò nei lavori più disparati per riuscire a mantenersi, anche se purtroppo in ogni epoca si è sempre rivelato improbabile vivere di poesia:

 

(Quanto fu lunga la mia malattia,

e tanto amara la mia vita in quella

fu stretta e spiegazzata come un cencio,

e io pallido e stanco come un mondo

intero dovessi sopportar tutto

su la mia schiena, faticavo tanto,

m’immaginavo mondi tutti assai

più lievi e volatili di questo mio,

che tanto m’affliggeva e tormentava,

e vaneggiavo di nascoste verità

e cieli quieti di pensieri chiari

ove più mio l’animo affranto potesse

dimorare, e non trovavo queste

cose che non esistono, e soffrivo)

 

Di fatto, in vita, nonostante l’impegno profuso e gli importanti riconoscimenti ricevuti, nessuna pubblicazione prestigiosa arriva e questo non fa che alimentare nel giovane poeta una crescente e motivata insoddisfazione. Eloquente, in tal senso, la sua storia editoriale. Il primo libro, Estate di Elisa Sansovino, esce postumo nel 1985, come Quaderno di Prato pagano. Cuore, Cieli celesti esce nella sua prima edizione per Rotundo nel 1988 (e viene ripubblicato nel 2021 da Interno Poesia); Un cuore solitario viene edito da Fandango solo nel 2006; I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale di Palmo, esce per la prima volta nel 2007 per la Casa editrice Il ponte del sale (da cui viene ripubblicato pure nel 2019).  

Qual è - mi chiedo, durante questa pur piacevole conversazione - la zavorra da cui i poeti non si riescono mai a liberare? Sono forse certe tristezze della vita che continuano a rimbalzare forte su una cassa di risonanza troppo grande? o forse è la poesia che brucia troppo in fretta la scoperta del senso precario delle cose? o forse ancora c’è una lungimiranza primigenia che ai poeti il mondo non sa proprio perdonare? O, più probabilmente, un fato amorevole vuole sottrarli al tempo e al suo processo implacabile di deterioramento, vuole conservarli giovani, belli ed eleganti, proiezioni esteriori della potenziale perfezione insita nella parola.

Beppe Salvia muore a Roma, il 6 aprile 1985, a soli trentuno anni, gettandosi (o cadendo? si chiede ancora l’amico) dalla finestra del bagno suo di casa. Eppure quella Pasqua avrebbe dovuto passarla a Sant’Agata con gli amici, la fidanzata, i famigliari - mi si racconta con amarezza mal celata - invece di tornare a Roma, in quella casa troppo silenziosa per proteggerlo davvero. Chiedo a Claudio cosa, secondo lui, sarebbe diventata oggi la sua poesia, su quale strada avrebbe continuato il suo cammino. «Su una strada partigiana» - mi risponde, senza indecisioni; la strada di una poesia impegnata a costruire mondi possibili e migliori, dove i poeti non abbiano a restare eternamente giovani, e soli:

 

A scrivere ho imparato dagli amici,

ma senza di loro. Tu m’hai insegnato

a amare, ma senza di te. La vita

con il suo dolore m’insegna a vivere,

ma quasi senza vita, e a lavorare,

ma sempre senza lavoro. Allora,

allora io ho imparato a piangere,

ma senza lacrime, a sognare, ma

non vedo in sogno che figure inumane.

Non ha più limite la mia pazienza.

Non ho pazienza più per niente, niente

più rimane della nostra fortuna.

Anche a odiare ho dovuto imparare

e dagli amici e da te e dalla vita intera.

 

 

 

 

Riferimenti:

I testi riportati sono tratti da Beppe Salvia, I begli occhi del ladro (Il Ponte del Sale, 2004).

La foto di Beppe Salvia in apertura mi è stata gentilmente fornita da Claudio Masetta, che non ringrazierò mai abbastanza per aver condiviso con me i suoi preziosi ricordi. Perché l’amicizia resta tra le forme più alte di poesia.

 

Ester Guglielmino, giugno 2026

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