CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli - Valeria Cagnazzo, IL PESCE LAMPADA, La Vita Felice 2026

 

Il pesce lampada di Valeria Cagnazzo (La Vita Felice, 2026)


Questo recente lavoro della salentina Valeria Cagnazzo si colloca, seppur in versi,nell’universo del Realismo magico e dimostra un’evidente capacità di accompagnare il lettore in una dimensione in cui ordinario e fantastico si fondono perfettamente. Gli elementi surreali, come da tradizione, appaiono in contesti quotidiani e lo fanno con una naturalezza incredibile, senza destare mai stupore e sempre impreziositi da dettagli realistici e minuziosi, che riescono a creare un effetto di assoluta suggestione. Anche il tempo è soggettivo, con una narrazione che distorce o addirittura annulla la sua linearità.

Si parte da una data specifica, di indubbia valenza storica, e da un obiettivo dichiarato (“Quando il venti di settembre mio padre si imbarcò per la caccia alla balena"), ma subito si delinea una precisa scelta di campo (“Mio padre nel mare, come una corrente. / Gli divenne amico un pesce lampada e si affidò alla sua luce / più che alla stella polare”), nella quale si scelgono gli abissi piuttosto che guardare verso il cielo e che, probabilmente, porta con sé una dilaniante esperienza di dolore.

Tornando per un’istante al Realismo magico, l’autore che più viene in mente in questo caso è senza dubbio Manuel Scorza, in cui la magia non è mai fine a sé stessa, ma ha funzione di allegoria della condizione sociale e delle varie forme di resistenza reale. Il mito diventa quindi strumento di denuncia e la parola si fonde con la Storia e con le storie dei singoli, trasfigurandoli attraverso un linguaggio poetico e favolistico.

Qua la dimensione è onirica: “Mio padre ha un cuore come cuoio, / il suo pianto lo ricordo e non l’ho visto. Approdò a Otranto nel giorno /in cui i Turchi prendevano la città”. Cagnazzo infatti non adotta un approccio puramente documentaristico. La sua scrittura è come una marea che si oppone al non-senso del dolore servendosi della ricchezza delle immagini e di una notevole tensione stilistica. 

Si fa luce sulla storia, ma aprendo anche flash sanguinanti sul presente e sull’attualità: “I Turchi venuti a prendere tutto, come soldati israeliani qualunque. / Le case vuote delle voci”. Oppure: “Martire, invece, all’improvviso – vale a dire / testimone. Non doveva morire così, eppure muore. La sua fine / un errare in mezzo a tanti”. O ancora: “Il Turco che l’ha ucciso aveva un tumore tiroideo, / le cellule gli si replicavano dentro mentre lo decapitavano”.

Davide Castiglione parla saggiamente di un realismo preciso e immaginifico, sostenuto in egual misura da pietas e crudezza, da meraviglia e resilienza miste alla consapevolezza degli orrori che una parte di mondo infligge ad altre parti: “è una poesia di testimonianza ma non assoggettata alla cronaca, di fantasia ma mai escapista o ammiccante”. Una poesia compiutamente umana

Ma la realtà è altro: “Tutte queste cose mio padre non le vide, / fermo sopra al molo a scoperchiare scatolette di tonno. / Imbucò una cartolina dove scrisse: / «Otranto, città molto, molto tranquilla»”. A casa intanto “Aspettavano sue notizie in una bolla di amnesia. La crisi del 2008 / produsse distrazioni”. E “Non sapevano più come chiamarlo / questo padre che nuotava in preda alle correnti”. Questo padre che non torna, forse destinato ormai agli abissi, è creatura magica e quasi trascendente. 

Appare anche la figura della madre, colta nel tentativo di salvataggio di tre uccellini di nido: “Li nutrì con siringhe finché non crebbero del necessario: / riconobbero il cielo, senza averlo mai visto. Questo lo chiamammo / un successo familiare. Così quella volta abbiamo fatto / il nostro per la vita, abbiamo proprio fatto il nostro”. Una "mitobiografia" in versi, un poema di formazione che mescola fiaba, realismo magico e meditazione esistenziale. Una palese dimostrazione di una grande attenzione agli altri e di un persistente richiamo comunitario (“Non esiste Paradiso se non può andarci anche il mio gatto, // il rinoceronte, il pitone ametista, la farfalla vulcano / (…) // Proponimi una resurrezione per loro e l’avrò trovata per me”), con uno sguardo alla quotidianità e al lavoro degli operai (“Il lavoro parifica come la morte. Gli operai si stendevano al sole / e il tempo passava sopra ai corpi come una biscia azzurra. / Ma la bambina che ero io la spaventavano le zolle dei campi. / Temeva di inciamparci con le suole e non camminare più. / Allora il padre che era nei mari impegnato nella caccia alla balena / disfece le credenze nel cuore della nave e all’indirizzo di casa inviò / certificati sulla morte e la sua insensatezza”).

È nella mitopoiesi che prende forma una preziosa immagine nella quale specchiarsi: “La madre di tutti i pesci, mancandole / poco a poco i figli, pose a ciascuno nel centro della fronte / una lanterna per salvarlo. Ci sono pesi impossibili / da tollerare, il mare intero sulla schiena o sapere di dovere / morire: distrarli li strappò all’estinzione. E nel reale si configura una soffocante situazione di assedio: “Non si trattava solo di morire. Prima / venivano i debiti. La casa era circondata. Le torce / volevano incendiarci, le mani nella cera sudavano, si scioglievano / nella fretta di mangiarci. Cosa chiediamo al fuoco: / di essere rovinoso. Le fiamme oltrepassano i sigilli / e le prime ad essere raggiunte / sono sempre le stanze dei bambini. Ancora una volta, per intravedere una possibile salvezza, si reagisce rifugiandosi nel mito-specchio del reale: “Io emersi dalla vasca / con la lanterna in mezzo agli occhi che ancora sanguinava / per consegnarmi a questa stirpe arrivata a incendiarci la casa: / non portava più collane né profumo, né fedi nuziali attorno alle dita.

La coscienza della propria finitudine è la costante dell’intero lavoro e prende concretamente corpo in un verso inesorabile ed esatto, che si configura in una marea minacciosa e incalzante, ma anche assolutamente vitalizzante. Soprattutto ipermetri, i versi della Cagnazzo esondano in immagini convincenti che creano mondi e suggestioni o che attingono a una sorta di memoria ancestrale e collettiva. Perché “Fino a prova contraria, Lucy è il primo ed è una donna. E il suo primo dolore è anche un mettere al mondo, quindi “Quando le nasce un figlio / le sembra una cosa normale, una gemma spuntata di traverso / al ramo, uno scarabeo dalla terra, un mal di pancia. / Ma la fame è diversa da quando esiste la sua. / Se lui ride o piange, le lacrime le cadono su un fondo nuovo / dentro al petto di velluto e taffetà. Gli insegna a camminare / e ogni inciampo è un masserello che si distacca dalla roccia, / le provoca un dolore in posti che non sa nominare. Più che vivo / lo vorrebbe immortale: per questo inventa la scrittura.

Dall’esperienza e dall’attività dell’autrice in luoghi di conflitto (Etiopia, Sudan, Afghanistan, Nablus, Jenin e non solo) nascono testi che denunciano gli assurdi conflitti della contemporaneità e l’orrore soffocante del presente: “Oggi alla tv nel servizio da Kabul due bambini nella neve senza calze. / La cosa più importante è domandarsi dove alloggi la giornalista, quanto spende / il suo giornale, con o senza colazione, basta pensare sempre al cibo, chissà / se è una brava giornalista anche se chiama tutti per nome e le donne / se le stanno davanti coi baci come gatti. Da brava, devi distrarti, se ti addormenti / arrivi a domani, le bombe vengono disinnescate. Per oggi nel mondo / nessuno muore più”.

È il pesce lampada a continuare a fare da guida, a far scorgere negli abissi della quotidianità le possibili soluzioni, magari mediante un sanguinoso sacrificio: “Finché una mattina con un cielo di medusa ci svegliamo in una vasca / tappezzata d’occhi. Sui bulbi lisci non puoi appendere niente. / Così mio padre dice: «Se è mangiare che vogliono». / Spalanchiamo la porta del garage perché entrino tutti / e davanti al corpo di pesce abissale stacchiamo la lampada / per l’ultima volta. Col coltello migliore gli apriamo il dorso / e uno a uno serviamo chiunque coi tagli migliori che fumano sangue, / per un giorno intero lo svuotiamo fino a liberare / la spina dorsale con una forchetta. Altro non hanno da offrire / questa madre e questi figli. / «Prendete, se così grande era / la vostra fame»”.

Dopo l’epilogo salvifico de Il pesce lampada, ci troviamo di fronte ai Materiali di appendice, che costituiscono forse il piccolo capolavoro di questo libro: prima una ventina di pungenti Scherzi (Pronunciati dalle labbra della bambina in un sogno felice, dove batteva la morte in una gara di prese per il naso), nei quali il verso si fa più essenziale, pur non snaturandosi affatto (“Zitta, zitta, come la cenere devo stare, come i fiori nelle corone / da morto che hanno sentito tutta la storia dalla fine”) e non rinunciando mai al suo piglio ironico e sferzante (“La prima volta che ho dormito con un uomo mi ha chiesto / «Sei venuta?». Voglio risorgere in quel momento, dirgli Io vengo, / io vado dappertutto, ma non ho bisogno dell’accompagnatore”); seguono cinque Certificati sull’insensatezza della morte (Recuperati dal padre durante la caccia alla balena e fatti recapitare alla figlia in un plico avvolto da carta di giornale), lettere o articoli di giornale dal taglio quasi bibliografico; chiudono venti Moeche (La storia della buonanotte che il padre recapitò alla madre perché ogni sera la recitasse alla figlia), una vera perla di essenzialità che riesce a ridurre all’osso il corpo stesso della parola focalizzando l’attenzione su questi piccoli granchi che diventano allegoria e prospettiva (1 - “Prima dell’alba, i pescatori / arrivano al punto convenuto / nelle stagioni di mutamento / per le specie terrestri e le moeche”; 6 - “Tra quelle che conosciamo / le moeche / sono la cosa più vicina / alla trasmigrazione delle anime”; 20 - “Diventa una specie meno timorosa / come quella delle moeche. / Nell’attraversamento / sii veloce”).

A tal proposito, Mariasole Ariot suggerisce puntualmente che i versi della Cagnazzo si posano sulla pagina come incisioni, immagini disegnate a sangue, potenti ma composte, secche ma mai essiccate. Il suo libro regala universi possibili, senza mettere mai da parte il presente, esplora il contrasto tra l’umano e il selvaggio, la crescita in un Sud archetipico che coincide inevitabilmente anche con il Sud del mondo, l’elaborazione del lutto attraverso un linguaggio immaginifico e rivitalizzante. Il pesce lampada e le moeche, seppur discreti, ci si stagliano davanti come esempio e come guida.



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