CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Gabriella Cremona (a cura di Melania Valenti, Doris Bellomusto, Viola Bruno, Annalisa Lucini, David La Mantia)

 

Gabriella Cremona
(ph. di Margherita Francalanza)

Il Sorriso

XV.

Di certi Libri o di Immagini o di una Musica

:questa poesia è del Sorriso. Gli appartiene.

 

In verità, una Dimensione,

di quella dimensione che infigura – adagio –

 e sguarda senza vedere, e sente senza toccare

:un' Almagía, atomo di Grazia trafitto dall'orrore.

 

Trafitti dunque, come un sansebastiano alla colonna,

lasciando il mondo – vivi - a un'altra permanenza

poiché chi piú perde piú acquista,

- ed è sacra quell'antica indifferenza,

o carità che sanguina la luce.

 

Non di altro.

Non di altro stile è questa nudità nel buio

fedeli all'orma della Rosa a un oltrecanto –

Nota dentro Nota -alta - verticale –

in espansione al Centro, e la Bellezza è il tutto,

:un gioia che sfina e non si spegne. Est.


(da Opera continua, Book Editore, 2007)


*

Un parto spirituale

23. Incisa nella scrittura

da archi e fuoco bianco, da tanto,

da tanto tempo rinasco all'esistenza

delle santissime scritture - universali -:

 

esco viva - dai miei slanci interni,

visualizzo i vostri cervelli del sentire

in fiamme, raccolgo le pietre

di scarto e le risalgo in Dio:

 

per le Sue testate d'angolo perfette,

alla Speranza di una onesta

umanità, amplificando – per Amore

il Dono di una mappatura planetaria:

prossima a discendere nella tenerezza.


Ma - qui - ritorno a voi, ai vostri occhi

- con altra voce - da un'epica assolvenza

di spazi - interstellari - gallerie,

traversate in assenza della forma,

senza il corpo, senza l'aria:

 

nuotando in verticale, come sospinta

da un vento che non soffia,

e tuttavia conduce; ritorno in voi

nel verso di una chiarità che attrae.

 

Riscrivo delle mie scritture con le Vostre

- numinose - un parto spirituale

all'armonia vivente, per lavare queste nostre eliche hackerate

 

a miglioria della coscienza:

trapianti di non violenza, e pace in Terra;

così all'apertura della Porta Santa

la Speranza alla Sorgente: un'anteprima.


(da CON ALTRA VOCE- Cantica allo Splendore in tre Canti, prefazione di Novella Primo, La scuola di Pitagora editrice, 2025)

***

Le due poesie che presento, pure assai distanti cronologicamente, mostrano molti punti che permettono di riscontrarne l’unicità indubitabile della composizione. Già nella prima, infatti, si legge la profonda spiritualità di Gabriella Cremona (ripetuta sin dall’aggettivo del titolo della seconda lirica), il Suo tendere alla Luce, la sua ascesa continua verso quella dimensione che infigura, il suo tendere verticale al Centro, alla Bellezza, un gioia che sfina e non si spegne. Il Sorriso, quel sorriso sempre celato ma non troppo, sempre più inseguito e infigurato[1] nella Speranza del secondo componimento. Quel sorriso che Lei ha forse intravisto oltre la distanza e che mi unisce con l’Anima alla poeta concittadina trapiantata nella capitale.

Del 2025, quasi 20 anni dopo Opera Continua, è Con altra voce, da cui la seconda delle due poesie proposte, opera che conservo, con la cara dedica, e che Gabriella Cremona ha scelto quale dedica particolare alla sottoscritta, che immeritatamente ringrazia oltremodo.

Il nuovo poema, già dal titolo in evidente riferimento alla dantesca Commedia, presenta una ulteriore ascesa simbolica della ricerca filosofico-spirituale di Cremona, una ascesa che culmina nella Resurrezione, nello Splendore, nell’altra voce con cui si può (e si deve) ri-generare la Speranza. Tantissimi i riferimenti alla già citata Commedia, dalla simbologia alla struttura (cento testi suddivisi in tre canti, a formare un unicum), in una multiforme compresenza di termini mutuati dalle santissime scritture fino al linguaggio tecnico-cinematografico (da un’epica assolvenza di spazi - interstellari -), che qui assume una valenza metafisica, indicando il dissolversi graduale del confine tra l’immensità del cosmo e la concretezza del sentire umano. Ed è una delle note originalissime dello scrivere della poeta siciliana, la ricercata multiformità del lessico, quella miscellanea naturale di termini tecnico-scientifici e contesto sacro, dove le Eliche Hackerate rappresentano allegoricamente la corruzione del DNA spirituale umano, visto come un software infettato, che necessita di un “lavaggio” del codice sorgente, in cui la Scrittura agisce come il codice di riparazione per le eliche corrotte dell'umanità.

È una Matriosca, lo scrivere di Cremona, una scatola cinese di elegante e raro pregio, in cui le figure retoriche, abilmente maneggiate, non sono altro che la forma con cui la vera Sostanza si palesa ad ogni ri-lettura, e che dona quell’Altra voce così generosamente offertaci.

Melania Valenti



[1] La poeta è autrice anche di Nel segno nuovo dell’Infigurazione. Saggio breve con Monologo “Sicilia come Infigurazione (Il Convivio Editore, 2022), in cui conia il neologismo e ne teorizza  in ambito letterario, per definire “una «figura dell’invisibile» che si può concretizzare, sotto varie forme, nella scrittura attraverso il confronto con un limite che viene a costituire un’imprescindibile cornice verbale tale da consentire un «attraversamento di soglia» per rendere visibile con le parole l’invisibile, sì da ritrovare «frammenti dell’universale nel particolare»”. (Novella Primo)

 

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Di più, è - cosa viva -


2. È impensabile. Eppure accade,

accade, ai confini del mondo

tra gli universi, dentro i multiversi,

come all’interno della tua stessa stanza,

o agli occhi interni del tuo corpo:

la — Luce — l’invocata, non è nostra sostanza,

è radiante, immateriale; non è terrena.

Di più, è cosa viva — d’altra vita vivente.

(da Con altra voce. Cantica allo Splendore in Tre canti, La scuola di Pitagora editrice, 2025)

 ***

Palpitano, i versi di Gabriella Cremona, contengono un respiro, un respiro divino per chi crede in Dio, profondamente umano, viscerale e selvatico per me, che leggo questi versi dal basso della mia esistenza terrena, da una prospettiva atea e concreta.

Eppure accade che lo stupore mi accarezzi lo sguardo e che leggendo io voglia respirare più profondamente e riconoscermi creatura viva e piccola, infinitesima parte di un universo infinito e immenso, che mi contiene come il deserto un granello di sabbia, il cielo una rondine in volo, la terra un seme di tarassaco, come gli occhi la - Luce - l’invocata.

Fa bene questa luce, è cosa viva.

Fa bene riconoscersi creature vive e partecipi di una realtà che ci attraversa e ci trascende, fa bene riconoscere il mistero, fare spazio allo stupore, essere grati.

Doris Bellomusto

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Bibliotecaria d’anime scritte

 

L’infinito presente s’infigura all’apertura:

una versione fluminare dall’Alto

ha un improvviso scorrere di Luce.

e il suo sguardo – ora – lo contiene.

 

Mi dispongo alla catalogazione

dei valori evolutivi, di creature – trasparenti:

bibliotecaria d’anime – scritte –

così comanda la responsabilità,

 

dove la voce della Luce –ora – ci risorge,

all’obbedienza, in umiltà e consultazione.

(da Con altra voce. Cantica allo Splendore in Tre canti, La scuola di Pitagora editrice, 2025).

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Nella poetica di Gabriella Cremona il linguaggio è strumento che veicola un messaggio, che già dai primi versi si palesa nella percezione di universalità di cose, luoghi, entità.

L’infinito presente visivamente richiama un uroboro, ad indicare la ciclicità di un tempo nel quale c’è anche quel ritorno eterno che, in qualche modo, ci rende frammenti di universo.

Ed è in quel s’infigura che Tutto è contenuto: scorre dall’alto la fonte della sapienza ed è da lì – da quel fluminare – che ha origine la Luce, intesa forse come spazio, unico spazio, in grado di ridurre ai margini il buio e l’assenza di conoscenza.

Nella seconda strofa è l’Io lirico a chiarire quale sia il ruolo che la poeta vuole assurgere a sé: una bibliotecaria d’anime scritte nell’infinita ricerca di un senso che è anche custode di creature trasparenti.

Nell’atto del catalogare è insito un ordine ben preciso: schedare testi, renderli disponibili alla consultazione, archiviarli per argomenti ed epoche, consigliarne la fruizione sulla base degli argomenti di interesse.

Nel voluto contrasto tra immateriale e materiale, risiede l’intento di rendere visibile anche l’invisibile.

Leggendo i versi di Gabriella Cremona ho pensato alla Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges e mi sono chiesta: negli scaffali di quelle infinite gallerie esagonali, tra tutti i libri possibili, ci sarà sempre spazio per la Poesia?

Annalisa Lucini

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Noi

il tempo il limite il confine

 

ma dove strappo apre

l’uncinata carne

 

il nostro impero

riconosce la tua assenza

 

Qui la notte è una finestra

infigurata al desiderio

 

da qui tacitamente veglia

la nostra traduzione

(da Alfabeto notturno, Book Editore, 1998)

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Dove strappo apre…

Rileggendo oggi questa poesia tratta da Alfabeto notturno — raccolta composta tra il 1992 e il 1996, e pubblicata nel 1998 — colpisce come siano già presenti alcuni dei nuclei più profondi della ricerca di Gabriella Cremona: il limite e l’assenza, la ferita e il desiderio, la parola intesa come attraversamento. Tutto è ancora in nuce, eppure già straordinariamente riconoscibile.

Anche questo breve componimento possiede la densità delle opere in cui il seme e il compimento convivono già nello stesso gesto. Pochi versi, nessuna punteggiatura, una lingua rarefatta e concentrata: tutto sembra raccolto in un campo di massima pressione, dove ogni parola porta un peso maggiore di quanto riveli.

Noi / il tempo il limite il confine: l’esordio non ha il tono dell’appartenenza, ma quello di una condizione originaria. Essere “noi” significa stare dentro il tempo, urtare contro il limite, riconoscersi nel confine che ci separa e, proprio per questo, ci espone.

Non una dichiarazione identitaria, dunque, ma una sorta di fondazione fragile: il noi nasce già inciso dalla misura della finitudine.

È sufficiente un solo verso perché la poesia abbandoni ogni astrazione: ma dove strappo apre / l’uncinata carne.

La carne entra nel testo con una forza improvvisa. Nell'aggettivo “uncinate” si concentra tutta la durezza dell'immagine. La ferita non appare come un evento concluso, ma come una forza che continua ad agire.

Eppure il centro dell'immagine non è il dolore. È quel verbo — apre — ad imprimere al testo il suo movimento più profondo, sospeso tra lacerazione e apertura, tra ciò che lacera e ciò che dischiude.

Ed è proprio da questa apertura che emerge il tema dell’assenza: Il nostro impero / riconosce la tua assenza…

In questi versi ciò che è lontano o perduto non smette di esercitare la propria forza. Rimane al centro del campo magnetico della poesia, attorno al quale il linguaggio continua a muoversi. Anche la parola “impero”, con la sua gravità quasi monumentale, finisce per piegarsi a questa attrazione silenziosa. Non custodisce un possesso, ma ciò che continua a sottrarsi.

Qui la notte è una finestra / infigurata al desiderio: La notte si fa luogo di transito e di attesa. La sua materia oscura non viene dissipata; resta intatta, e tuttavia si apre a una tensione che la oltrepassa.

In quel solo aggettivo — infigurata — sembra già depositarsi una parte importante del cammino che la poetessa compirà negli anni successivi. Non ancora una teoria, ma un'intuizione. La finestra non si apre sul visibile, ma verso ciò che il desiderio continua a inseguire senza riuscire a trattenerlo in una forma definitiva.

Si avverte qui una concezione della parola che non pretende di sciogliere il mistero, ma accetta di sostare sulla sua soglia.

Da qui tacitamente veglia / la nostra traduzione è una chiusa sorprendente. La parola “traduzione” sembra provenire da un altro lessico e tuttavia raccoglie in sé il movimento dell'intera poesia. Nella traduzione qualcosa si conserva e qualcosa si perde. Vi è sempre uno scarto, una distanza che non può essere completamente colmata — ed è proprio questa fragilità a renderla una figura così intensa all’interno della poesia. Il verbo veglia aggiunge a questo movimento una dimensione ulteriore: pazienza, cura, attesa. La poesia non elimina la distanza. Rimane accanto ad essa.

In questi versi sembra risuonare in fiiligrana La ragione poetica di María Zambrano: una forma di conoscenza che accompagna il reale senza pretendere di esaurirlo.

La poesia procede nella penombra, là dove il senso non si offre mai completamente e tuttavia continua a chiamare.

Anche Gabriella Cremona affida la propria ricerca a questa prossimità con l’inesauribile. Non cerca di sciogliere il mistero che attraversa i suoi versi; ne custodisce il movimento.

È forse proprio questa fedeltà a ciò che sfugge, questa capacità di dare ospitalità a ciò che non può essere interamente detto, che continua a parlarci a distanza di anni.

Viola Bruno

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III.

Calyx

 

Ora vai, lontano dalle rotte

e non vadano dispersi i poteri

:guarda l'odore delle foglie

 quando si aprono sui tronchi

:ecco, nel punto giusto della linfa.

 

Adesso, le proprietà si staccano

:per raggiungere - le dimensioni -

Ma chi è solo, come ama splende.

 

E non di altre - ferma -

è questa l'occasione

:avvicinandosi alle tracce

 

Adagio, dentro il vicolo dell'oro

il fiume dentro le navate- immersi-

nella Montagna, nell'Oceano

e Tu sopra le guglie - Calyx -

alla riva del decollo, o radar.

(da Opera Continua, Book Editore poesia, 2007)

 

 

La poeta mescola biologia e fisica: le foglie, la linfa, le dimensioni. Sembra quasi un’istruzione per crescere senza rompersi. E così troviamo il calice del fiore, la parte che protegge il bocciolo. Poi “tronchi”, “linfa”, proprietà botaniche che diventano un cosmo.

 

Il tono è elegiaco, quasi da congedo: Ora vai, lontano dalle rotte / e non vadano dispersi i poteri sembra quasi una indicazione callimachea, o Robert Frost. Cremona ti allontana dalle strade battute, ma ti dice: conserva la tua forza. E come farlo? Osservando, guardando l’odore delle foglie quando si aprono, cioè il momento esatto in cui osserva come le cose nascono, dove c’è il punto giusto della linfa.

Formidabile il verso, con accento ossimorico, Ma chi è solo, come ama splende. Verso chiave, che lascia comprendere come per l'artista la solitudine non è mancanza, non è assenza, ma è la condizione per brillare davvero. Chi ama da solo non si perde e conserva intatte le proprie energie.

Anche nel finale, d'impianto quasi sacro Tu sopra le guglie - Calyx - / alla riva del decollo si sommano elementi di protezione e direzione, come il radar, e di slancio, come il decollo.

Poesia altamente allegorica, poesia quasi come protrettico per una partenza. Quindi una poesia-manuale per partire. Con gli elementi chiave della solitudine, dell'integrità, dell'osservazione. E dell'amore.

Dal punto di vista retorico, sono frequenti le analogie, come il vicolo dell’oro e il fiume dentro le navate, sinestesie dal sapore zeugmatico, come guarda l’odore delle foglie quando si aprono, in cui è evidente il rapporto ellittico, quasi una personificazione, tra foglie e mani.

A garantire il tono solenne, da preghiera, ci sono le apostrofi come Ora vai…  ed il formidabile e Tu sopra le guglie.  Bellissimi anche gli anacoluti, esaltati dai trattini che isolano la parola, e gli enjambement, fratture delle frasi a metà o fine verso, che creano sospensione, attesa, mistero. Il tono risulta talora anaforico, parallelo, litanico.

Uno stile immaginifico, talora ermetico, eppure sempre materico. Il sacro è un organismo vivente.

David La Mantia

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