CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - Tre parole
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| Anna Segre |
La mia arte marziale è dire girando attorno, evitando parole, capoeira di parole, sfiorare senza colpire.
Togliere gli zuccheri, togliere i fritti, togliere la prima persona plurale, omettere la parte compromettente. E cos’è che ti compromette? A seconda dei decenni, che eravamo andate alla marana a vedere gli uomini con le puttane, che avevo spento la luce alle due del mattino, che amavo Silvia, che anche oggi avevo passato la giornata con Fiamma, che dopo Fiamma venne Teresa, che dopo Teresa venne un’altra donna, che ormai era chiara la mia omosessualità.
L’equilibrismo di non dire e non nascondere, il dribblare la disapprovazione degli altri senza rinunciare a me stessa è la vera pratica marziale.
Giro attorno al buco della parola proibita, allenata a schivare, a far finta che non c’è niente da schivare, mimetizzata nella postura tranquilla mentre sono tesa, in guardia.
Sono tentata di dire: più la vita dell’identità, ma alla fine anche non sentirsi appartenenti a nessun gruppo è un’identità. E comunque non sei tu che puoi dire ‘sono questo o quello’, sono gli altri che automaticamente ti mettono in una casella identificativa. Che soprattutto dice quello che non sei.
E tu, il coacervo indefinito, che non ha scaffale in libreria, che non ha attivismo se non opporsi attivamente all’etichetta diqua o dilà, ti accucci nei cespugli, immobile, cercando di sottrarti alla caccia, però sapendo che anche il silenzio è una posizione. Non la tua. Ma lo è. Sì, ma qual è la tua posizione?
La mia posizione è che voglio vivere.
Che mi orripila l’obbligo di schierarmi quanto il partecipare a una rissa.
Che parlo solo di cose che so. E adesso so che ci sono tre parole pericolose, tre parole clitoride, che pronunciarle è entrare in un tifone di urla e presupposti, comunque anche non pronunciarle viene notato.
La mia posizione è in bilico. Per tutto il tempo.
Mentre dico millemila altre parole che parlano d’altro, tenendo sempre presenti le tre da non dire mai.


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