Alessandro Falconi - Nel mondo come rappresentazione, In principio sia l'azione.
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| Alessandro Falconi |
In principio era il verbo, c’è chi crede il lògos; gli intellettuali e i teologi si sono spaccati la testa intorno alla questione, e c’è chi si azzardò addirittura a dire che in principio fu l’azione. Ora, quando non solo Dio, ma anche la realtà ci ha abbandonato e riposa sotto terra si vive in tempi di ideologia e davvero si direbbe che il principio di tutto sia la favella, specie quella dissonante e distaccata, in verso totalmente contrario, dalla realtà, non solo stonata, voglio dire, ma una diretta — con una consapevolezza dissimulata — avversione alla realtà. Simulatori e dissimulatori — non bisogna aver paura di riesumare Catilina — ma a tal proposito, ci è utile scomodare il filosofo, senza bisogno di presentazione alcuna, Slavoj Žižek, che in un recente intervento per IAI (Institute of Art and Ideas) —come d’altronde nel suo ultimo libro—afferma proprio questo: che la realtà sia morta, morta nei giorni dei totalitarismi, in cui, dice il pensatore sloveno, fu di massima importanza non dimostrare fede all’ideologia nell’agire, quanto in una fedelissima e pedissequa adesione formale a quella serie di fondamentali precetti e assiomi che avevano dapprima vinto le masse. È difficile che si torni indietro dal mondo dei morti, e questo è quanto ce ne è risultato: una nuova stagione dell’eristica e del sofisma in cui la realtà è del tutto determinata da un vociare circonfuso, indeterminato e indeterminante, inconcludente e ricorsivo che annuncia un mandato senza guerra e inaugura una pioggia di bombardamenti in Libano. In tal senso, sempre Žižek, aveva avuto modo di esprimersi in merito alla questione dei sofisti americani, specie in riferimento a Donald Trump, come un uomo che trae consenso dalla menzogna o dall’errore (si veda l’imbarazzante confusione “Greenland-Iceland”) come perni di umana verità, dimostrandosi nell’errore il messia MAGA: demone e demiurgo sostanzializzato in uomo fallibile. Ma il tycoon che — a onor del vero — vede i suoi consensi calare a picco, non offuschi il nostro sguardo agli affari che si dipanano dalle nostre parti, dove si celebra la carriera di un gerarca fascista nell'anniversario della sua morte e i “terroristi” sono ostaggi solo quando conviene. È chiaro, si è detto, la lingua ha assunto adesso un nuovo e più preponderante ruolo non solo plastico (deformandosi sulla realtà) ma, a dire il vero, anche demiurgico (plasmando la realtà). Ecco che allora diventa disperata la necessità di un’azione coerente e di individui, cittadini, elettori —critici— capaci di riconoscere l’inattività, la stagnazione e l’incoerenza.
Diventa disperata la necessità di un nuovo materialismo, una rinnovata consapevolezza della nostra condanna alla libertà e la nostra natura politica, ora che il potere di incidere sulle vicende ci sembra sempre più lontano, ora che i luoghi della politica devono essere anche le scuole, le università e le piazze. In tal senso, riprendo di nuovo dal filosofo sloveno quando affermo che “Il nuovo motto della politica deve essere << Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate >>”, “La speranza”, continua, “[...] è la speranza che qualcun'altro agisca al posto mio”, dunque “La massima condizione dell’essere attivi, ora, è abbandonare ogni speranza”, inaugurando in questo modo una stagione di confusione e dispersione, “aprogrammatica”, di azione che principia da piccole battaglie e questioni in funzione di una ristrutturazione dell’establishment a tuttotondo. Disamina senz’altro riformista che trovo non sia in realtà lontana dal vero. In fondo se la transizione a società liquida di Bauman ci ha insegnato qualcosa è che — almeno in Italia — il partito, come istituzione e riferimento, l’abbiamo seppellito sotto la lapide che recita “mani pulite”, mentre il tardo capitalismo (e il tecnocapitalismo, quello che si annida in internet e ci fa vivere in abbonamento, lo stesso delle obsolescenze programmate, come dei bisogni imposti) pasce del particolarismo e della frammentazione, non solo sociale, ma anche identitaria. Viviamo parcellizzati, mossi e scossi da notizie non vere quanto convincenti, trascinati da trend e mode inconcludenti e vane; siamo prigionieri della nostalgia di quando potevamo immaginarci di avere un futuro; siamo paralizzati in una palude. Ma, in una realtà che cammina sulla propria testa, ecco che — come fece Feuerbach per Hegel — bisogna farla di nuovo camminare sui piedi, poiché in fondo è più facile che si esca dalla palude camminando, piuttosto che pensando che prima o poi ne saremo fuori. Bisogna che ci si riappropri della voce, dell’azione, ad ogni livello; bisogna proporre un nuovo Oltreuomo che sia capace di superare un nuovo e più nero nichilismo: la morte della Realtà; bisogna che ci si unisca e si lavori per le conquiste di tutti nel mondo dell’1%. Passo dopo passo. Basta saper cominciare. Bisogna, ecco, che in principio sia l’azione.
Ma rimane un dubbio da sbrogliare: quale sia, in questo, il ruolo della letteratura, della saggistica, della narrativa e specie della poesia; ebbene, impiego precipuo ed inalienabile dell’uomo, le lettere hanno il diritto e il dovere di cittadinanza nelle nostre vite, in quanto nonostante la feroce rivendicazione dell’agire che faccio, è evidente che mi serva di questi mezzi per comunicarla al mondo. Risulta quindi anche la letteratura una forma dell’azione, prima di tutto — e sarebbe, confesso, assolutamente incoerente sostenere il contrario —.
Ciò detto, non si può ignorare il ruolo di “boa” sotteso ad ogni atto artistico, vale a dire che ogni espressione del pensiero è un fotogramma dello zeitgeist, della temperatura della società e della nostra rispetto a quella. È perciò tanto impensabile quanto inverosimile che ci si immagini una fine dell’arte, che sarebbe — ci si può pure sbilanciare —universalmente sconveniente, perché proprio dall’arte, dalla società, io fondo e comprendo la necessità dell’attività e del riscoperto e rinnovato materialismo di cui prima: l’arte, specie nelle sue forme elementari, una tra le quali è la forza della parola, — come, ci tengo a precisarlo, il lavoro di ricerca accademico — in quanto specchio della realtà, ha il compito di battere per noi la direzione da intraprendere, o quantomeno dispiegare la moltitudine delle nostre possibilità. Ecco che va precisato e tenuto sempre presente il doppio valore dell’arte, che è risposta e principio, come i due capi di un anello che si saldi, della società e delle sue imprevedibili eppur costanti macchinazioni.


Falco stavolta esce allo scoperto e propugna un impegno dell'artista, del letterato. Già Cicerone aveva dato inizio alla stagione delle grandi opere filosofiche allorché aveva compreso l'impossibilità dell'agire in una res publica sull'orlo del baratro dei personalismi; ma fino a quel momento aveva preferito l'azione.
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