VOCI D’ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - PALERMO


Renato Guttuso, Vucciria

(1974; olio su tela, 300 x 300 cm; Palermo, Palazzo Chiaramonte-Steri)


PALERMO

Palermo si rivela solo a chi ha la pazienza di aspettare. Per capire la città iniziamo ad abbandonare le guide turistiche che invitano a fotografare i mercati. Bisogna affidarsi alla sua struttura verticale che richiede un tipo di sguardo geologico più che panoramico, per imparare a vedere in profondità verso il basso, negli strati. Bisogna anche imparare a leggere il palinsesto, una parola tecnica per indicare un manoscritto medievale raschiato e riscritto su una pergamena recuperata, rimuovendo l’inchiostro precedente per scrivere qualcosa di nuovo sopra. Il raschiamento non era mai perfetto. Le tracce dell’inchiostro precedente rimanevano visibili sotto la nuova scrittura, per secoli, leggibili a chi sapeva guardare con la lente giusta. Palermo è, per l’appunto, una superficie scritta e riscritta. Chi arriva aspettandosi una città da decifrare subito, si troverà disorientato tra i vari stili. Gli arabi conquistano l’antica Panormus, città pari in ricchezza e splendore artistico-culturale ai maggiori centri del mondo musulmano, nell’831 e vi restano per due secoli, trasformandola nella Conca d’Oro, che Goethe chiamerà nel 1787 «il più bel paesaggio del mondo». I Normanni la conquistano nel 1072 e assicurano la convivenza delle sue tre popolazioni, araba, greco-bizantina e latina e della minoranza ebraica. A partire dal 13° secolo diventa centro nevralgico della vita intellettuale europea, con il fiorire della scuola poetica siciliana e gli studi di scienze naturali a corte. Prima capitale dell'Emirato di Sicilia, poi capitale del neonato Regno di Sicilia, e infine del Regno delle Due Sicilie. Vi passarono gli Svevi, gli Aragonesi, i Borboni e tante altre civiltà; poi arrivarono le bombe della seconda guerra mondiale che aprirono voragini nel centro storico. Su queste cicatrici la città continua a vivere, a vendere, a cantare. Senza che nessuno abbia mai cancellato le ferite.

 NARRATIVA Retablo, di Vincenzo Consolo · Sellerio, Palermo 1987

 

Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha róso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, ahi! con la sua spina velenosa in su nel cuore.

 

Bisognerebbe leggere Retablo prima di mettere piede a Palermo e carpire il senso poetico della città solo dopo averla visitata. Il libro di Vincenzo Consolo, pubblicato da Sellerio nel 1987, scritto nella Palermo editoriale che Elvira Sellerio aveva trasformato in uno dei laboratori intellettuali più vivi dell’Europa meridionale, è uno di quei romanzi che resistono alla prima lettura e che rivela, poco alla volta, il vero ruolo della letteratura e della poesia. Vale la pena leggerlo per conoscere anche la complessità di Palermo. Partiamo dal titolo. Consolo sceglie la parola catalana Retablo, «il conjunto de figura que rapresentan la serie de una historia ò suceso», per annunciare la forma del libretto, alludendo alla pala d’altare a pannelli multipli, una forma pittorica dove più scene, tempi e narrazioni coesistono sulla stessa superficie senza fondersi in un’immagine unica ma sono divisi da una cornice, corrispondenti alle varie sequenze della storia. Il protagonista Fabrizio Clerici, amico di Consolo e rappresentante del surrealismo degli anni Cinquanta, è un pittore lombardo che attraversa la Trinacria del Settecento armato delle certezze dell’Illuminismo. Per lui il reale può essere misurato, riprodotto su tela e su carta. Tre sono le principali voci che narrano la peregrinazione: il Cavalier Clerici, in fuga da un amore infelice per donna Teresa Blasco che occupa la parte centrale del racconto della vicenda amorosa nel suo diario, un fraticello siciliano smonacato per amore di Rosalia di nome Isidoro, e Rosalia, «monaca per amore del ricordo più bello e interrotto, monaca per amore dell’amore, in clausura d’anima fino alla morte». Sullo sfondo, il paesaggio luminoso di una Sicilia classica, greca e arcadica, attraversata dall’arretratezza economica della civiltà contadina.

La struttura narrativa a trittico è soltanto il primo strato di un palinsesto. Il secondo è linguistico, ed è qui che Retablo diventa un caso unico nella letteratura italiana del Novecento. La prosa di Consolo scava e porta in superficie le lingue arcaiche della Sicilia - lo spagnolo borbonico, l’arabo stratificato nel dialetto, il latino ecclesiastico e l’italiano settecentesco - e una mescolanza di registri in una lingua altra che non è l’italiano standard. Tutto questo non è esibizione erudita ma l’intenzione ideologica di chi sa che nessun linguaggio, singolarmente, era sufficiente a dire la plurivocità della Sicilia. Era necessario convocare tutte le lingue che l’hanno abitata per raccontare «l’infinita derivanza» e il «furto continuo», la lezione «romantica» dell’amico Fabrizio Clerici e quella «illuministica» di Leonardo Sciascia. Leggere Retablo ad alta voce (bisognerebbe sempre leggere ad alta voce!) produce un effetto simile a una camminata nei quartieri del Borgo e della Kalsa, dove ogni pietra parla una lingua diversa e, tutte insieme, formano un popolo. La critica italiana, quando Retablo uscì, accennò al «barocchismo», parola comoda e pigra con cui si etichetta tutto ciò che eccede la misura. Il barocco è ornamento che copre la struttura. La prosa di Consolo è un lavoro di dedizione poetica e impegno civile e il romanzo richiede un lettore disposto a rallentare il passo, a far quello che non si fa quasi mai con un libro: fermarsi su una pagina, lasciarla risuonare e tornare indietro, come si torna davanti a un quadro che non si è capito al primo sguardo.

Quando Clerici arriva in Sicilia, la grande isola gli mostra che la sua certezza è un’illusione europea. Il Sud, il Mediterraneo profondo, non è stato attraversato dal progresso ma da un passato sedimentato e sepolto, eppure ancora vivo sotto la superficie. Clerici non riesce a dipingere l’isola; può solo attraversarla attraverso un gioco di specchi, di sguardi parziali e marginali. Il viaggio prende la forma di uno smarrimento necessario, come unico modo di vedere la Veritas. Questo, in breve, il nucleo critico del romanzo storico. Retablo racconta la Sicilia con gli occhi di chi arriva con i propri schemi mentali e li vede dissolversi progressivamente. È lo sguardo di chi scopre il palinsesto. Lo stesso con cui dovremmo arrivare a Palermo: senza certezze, pronti a lasciarsi andare al sogno e all’incanto.

 

 

POESIA  Lingua e dialettu di Ignazio Buttitta · da Io faccio il poeta, 1972

 

Ignazio Buttitta nasce a Bagheria nel 1899 e muore nella sua terra natale nel 1997. Quasi un secolo di impegno civile e fedeltà assoluta alla sua lingua: il dialetto siciliano. Un secolo di rifiuto di una raschiatura, di una normalizzazione. Cu voli puisia venga 'n Sicilia, affermava. Chi vuole poesia venga in Sicilia. In un’epoca in cui l’italiano si stava uniformando, il cantastorie Buttitta continua a scrivere in dialetto come se il siciliano fosse l’unica lingua possibile per la sua arte. E aveva ragione, perché certe verità hanno bisogno della lingua che le ha generate. Tradurle significa già tradirle. Lingua e dialettu, composto negli anni Cinquanta, è diventato un manifesto letterario nella raccolta Io faccio il poeta che Pier Paolo Pasolini presentò per la Feltrinelli nel 1972.

Un populu / mittitilu a catina /

spughiatilu / attuppatici a vucca /

è ancora libiru.

Un componimento di strofe di varia lunghezza in versi liberi che ha una densità filosofica straordinaria e una forza espressiva prorompente. L’andamento è colloquiale e la metafora della musica paragonata alla lingua ritorna due volte. Il furto che riguarda il dialetto è una chitarra ca perdi na corda lu jornu, uno strumento difficile da accordare; ma il cantu, richiamo materno della terra, persiste, lento e triste, a cadenza, a nota vascia du sonu e du lamentu ed è canto d’uccello nta gaggia cu l’ali tagghiati, dunque, canto di rabbia e di dolore per la perdita subita. La reiterazione è forte nelle prime due strofe: non sono le catene a imprigionare un popolo; non sono danari e gioielli a farlo ricco; diventa poviru e servu quannu i paroli non figghianu paroli, ma c’è la perdita di consapevolezza di sé quando la lingua ereditata dai padri non cresce più su se stessa, non si abbellisce e non si aggiorna, consunta dal disuso e dalla trascuratezza come una tela tarlata, una tila camuluta. Il dialetto siciliano esprime l’ordito del pensiero ed è un interpretazione della realtà, di una tessitura secolare che ora viene disfacendosi, mentre il poeta tenta faticosamente di rappezzarla. La lingua è quella nazionale che si oppone al dialetto, ma anche suolo nazionale e isola, e ancora, madre adottiva e sterile, che schernisce il figlio povero, a fronte della madre naturale che aveva i minni a funtana di latti ma ci vippiru tutti, nni l’arrubbaru. Lingua madre e terra madre vengono devastate e saccheggiate.  

La poesia procede per sottrazione: spogliare, calcare a terra, saccheggiare. Ed è proprio contro quel furto che Buttitta scrive in siciliano. Eppure, l’autore di Sintimintali (1923), Marabedda (1928), Lu pani si chiama pani (1954), La peddi nova (1963) Lu trenu di lu soliLamentu pi la morti di Turiddu CarnivaliLa vera storia di Giulianu (in unico vol., 1963), Io faccio il poeta (1972); Il poeta in piazza (1974); Pietre nere (1983) non è inquadrabile nei canoni accademici della poesia italiana novecentesca. Non è ermetico né neorealista, non appartiene a nessuna delle scuole che la manualistica ama catalogare. È un poeta popolare autodidatta, epico e lirico insieme, che usa il dialetto come uno strumento d’archivio; ogni parola siciliana è un reperto e porta in sé l’arabo, il greco, la lingua dei Normanni, degli Spagnoli, dei Catalani.

Quando Buttitta «fa il poeta» svela un’archeologia linguistica in forma di canto. Io ‘u pueta fazzu:/ caminu supra ‘i negghi, / leggiu nto celu, / cuntu ‘i stiddi, / parru ca luna, / acchianu / e scinnu! // ‘U pueta fazzu: / tessu, / raccamu, / cusu, / scusu:/ arripezzu cu fili d’oru! // […] // abbillisciu ‘u munnu, / carmu ‘u mari ca vuci! (Io faccio il poeta). Pablo Neruda lo tradusse in castigliano e lo salutò come il più grande poeta popolare del Mediterraneo, riconoscendo in lui la voce di una comunità, un poeta che usa la lingua come strumento di sopravvivenza collettiva. Non il poeta dell’io ma il poeta ferito di un noi corale. Pasolini lo introdusse e lo difese sulla scena letteraria italiana leggendovi la stessa battaglia per la lingua che egli stava conducendo con altri strumenti nel cinema e nella saggistica: la difesa del corpo linguistico contro l’omologazione e contro quella morte dolce e indolore che si chiama modernizzazione.

Per orientarsi a Palermo bisogna leggere anche Buttitta. Per capire le voci della Vucciria di Guttuso, il gergo inintelligibile di arabo e siciliano e italiano che fa sopravvivere le micro-storie degli emarginati e dei diseredati. Il venditore che urla la sua mercanzia al mattino porta in sé la lingua madre che è il palinsesto più difficile da raschiare in quanto viva. E i vivi, si sa, restano e resistono.

 

MUSICA · Soleá di Miles Davis · Sketches of Spain · Columbia Records, 1960

 

Miles Davis, nato il 26 maggio 1926 ad Alton, Illinois, celebra quest’anno il centenario della sua nascita con una serie di eventi internazionali. Nel 1959 ascolta una registrazione del Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo che lo colpisce. In quella musica iberica c’è qualcosa che lo riguarda. Chiama Gil Evans, l’arrangiatore con cui ha già prodotto Miles Ahead e Porgy and Bess, e insieme s’immergono nelle registrazioni di flamenco andaluso che Alan Lomax aveva raccolto in Spagna nel 1955 per Columbia Masterworks. Il progetto nato da quell’ascolto si chiama Sketches of Spain, registrato tra novembre del 1959 e marzo del 1960. L’ultima traccia dell’album originale si chiama «Soleá». Deriva da soledad, solitudine, ed è una delle forme più antiche del palo flamenco. I musicologi discutono ancora sulle origini della parola, da pronunciare rigorosamente con accento andaluso, sebbene le prime tracce sul flamenco in letteratura si trovino in una delle Cartas Marruecas di José Cadalso (1789), dove la l’arte del flamenco viene esplicitamente attribuita ai gitani.

Soleá indica uno dei tanti ritmi di flamenco, il più presente nei tablaos e nel repertorio della danza flamenca. La struttura ritmica segue uno schema di base - un accordo di 6×8 battute con 3×4 battute all’interno di una struttura di 12 battiti - ed è estensibile a molti altri stili di flamenco. La soleá è anche una strofa dalla forma metrica tipica della lirica popolare andalusa, composta da tre versi ottosillabici di arte menor, con assonanza nel primo e nel terzo verso e senza rima di alcun tipo nel secondo. È conosciuta anche con il nome di «terceto gallego» o «terceto celta», composizione poetica che tratta solitamente il tema della solitudine e della delusione.

La soleá si presenta, dunque, come un palinsesto di stili musicali. Davis lo scrive nella sua autobiografia (1989): «You’ve got all those Arab music scales up in there, black African scales that you can hear … there was a little bit of the same thing, the same kind of voice that I played on the trumpet in “Solea” [on Sketches of Spain]. “Solea” is a basic form of flamenco… It’s close to the American black feeling in the blues. It comes from Andalusia, so it’s African-based». Aveva sentito che la soleá aveva un’origine arabo-africana e che sotto vi scorreva il blues e il flamenco andaluso. Stesso sostrato per voci diverse su sponde dello stesso mare, il Mediterraneo, che fa da connessione storica e geografica. C’era la civiltà arabo-islamica con il suo sistema modale, il maqam, la tecnica di improvvisazione usata nelle composizioni e nella modulazione di alcuni strumenti come l’oud, che in siciliano diventa lïùtu e in spagnolo laúd, antenato del liuto europeo, la stessa teoria musicale che attraversò tutto il Mediterraneo, da Córdoba a Palermo, da Palermo all’Italia intera. Ziryab, poeta raffinato e grande musicista arrivato alla corte di Córdoba per fondare uno dei primi conservatori di musica, diede vita a un sistema musicale che avrebbe lasciato tracce sulle soleares di Córdoba, di Siviglia, di Triana, di Cádiz, di Jerez, di Alcalá, di Utrera, di Lebrija.

Quando Miles Davis suona «Soleá» per la prima volta si emoziona per l’esecuzione di un brano che dura poco più di dodici minuti nella registrazione originale. In apertura ci sono i suoi due minuti mentre suona la tromba con sordina Harmon, con una voce rarefatta, disincarnata. Non c’è orchestra, solo la voce della tromba. Poi entra in scena il ritmo flamenco ed Evans vi costruisce intorno uno spazio sonoro. I fiati diventano muri, l’arpa luce filtrata, le percussioni di Elvin Jones il battito di una musica antica. Miles improvvisa su tutto queste armonie con la libertà di chi segue una memoria corporea. «Soleá» è l’ultimo brano che l’artista suona pubblicamente, il 10 luglio 1991, a un concerto di tributo a Gil Evans organizzato da Quincy Jones a Montréal; morirà il 28 settembre di quello stesso anno. Il congedo pubblico dalla musica si suggella con un brano che contiene la solitudine, il Mediterraneo, le radici arabe e la firma di Evans, alter ego musicale di Davis. Probabilmente, la scelta meno ovvia, con l’intento di trovare Miles nel suo angolo più mediterraneo, esotico, lontano dai cliché, ma dove la sua voce diventa più chiara, pronta a iniziare il racconto della propria malinconia.

 

CINEMA Il Gattopardo di Luchino Visconti · Titanus / Société Nouvelle Pathé Cinéma, 1963

 

Palme d’Or a Cannes nel 1963. Tre ore e quarantacinque di metraggio originale. Duemila comparse in costume per la sola sequenza del ballo. Un budget che scandalizza i produttori e giustifica ogni centesimo. Visconti porta Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa sullo schermo. Il risultato è il film più lussuoso della storia del cinema italiano, e quel lusso è il mezzo attraverso cui Visconti s’esprime. Luchino Visconti di Modrone è conte e militante comunista, una contraddizione che lo rende ancor più produttivo. La stessa contraddizione del principe Fabrizio Salina: colto, lucido, consapevole della propria obsolescenza, eppure incapace di rinunciare alla bellezza dell’ordine che tramonta. L’identificazione tra regista e personaggio è il primo strato di un palinsesto cinematografico in cui Visconti si racconta attraverso il romanzo di Lampedusa e attraverso il film tramanda due biografie, due aristocrazie in crisi, due modi di fare politica e cinema servendosi della bellezza della Sicilia.

Nel cast c’è Burt Lancaster, nel ruolo del principe; una scelta che causò molto stupore. Un americano, un attore di film western dalla fisicità hollywoodiana e dal carisma solare, a incarnare il simbolo dell’aristocrazia siciliana in declino? Lancaster, tuttavia, è straordinario nel suo ruolo, e la sua spiccata dissonanza rispetto all’ambiente che lo circonda aggiunge autenticità al personaggio. Il principe Salina era un anacronismo nel proprio tempo ed era logico che chi lo avrebbe incarnato doveva avere una certa stranezza. La fisicità statuaria di Lancaster crea la distanza storica e la sensazione di alterità che vede un’epoca con uno sguardo nuovo, sapendo di non poter più farne parte.

La fotografia di Giuseppe Rotunno, con la luce che simula le candele senza rinunciare alla splendida definizione, trasforma gli interni in opere d’arte. Le ville nobiliari siciliane (il palazzo Chigi Albani di Ciminna per il feudo di Donnafugata, la villa Boscogrande di Palermo per la residenza dei Salina, la sala degli specchi del Palazzo Valguarnera Gangi per la scena del valzer) sono documenti storici dentro cui gli attori si muovono come reperti vivi. I costumi di Piero Tosi, in cui ogni ricamo è verificato sulle fonti iconografiche, completano l’illusione di macchina del tempo che sa di essere un abbaglio. Visconti vuole far credere di essere nell’Ottocento e vuole far sentire il peso del tempo. La sequenza di quarantacinque minuti del ballo a palazzo Gangi di Palermo, un quarto dell’intera opera, è una scena iconica del cinema italiano del Novecento. Il principe guarda Tancredi e Angelica danzare e vede l’incarnazione del futuro. Nell’espressione di Lancaster c’è il romanzo di Lampedusa e la consapevolezza di Visconti che la giovinezza usa il vecchio mondo come trampolino e in questo sentire c’è tutto il declino della vecchia generazione che muore nella bellezza. «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» è diventato un aforisma politico, una formula del trasformismo. Eppure la struttura profonda, quella che Lampedusa chiama «il carattere dei siciliani», resta immobile. Quando il film termina, su quella luce rarefatta e il valzer di Nino Rota in mente, si capisce che l’incanto de Il Gattopardo resiste da sessant’anni perché è un palinsesto vivente che porta in sé il romanzo, il film, la Storia e il suo passato politico, mostrando la Sicilia stratificata e irrisolvibile.

 

PROFUMO Portrait of a Lady di Dominique Ropion per Frédéric Malle · 2010

 

In che momento una fragranza smette di essere profumo e comincia a essere luogo? Portrait of a Lady, creato da Dominique Ropion nel 2010 per le Éditions de Parfums Frédéric Malle, la maison parigina che presenta i suoi profumieri sull’etichetta, come le case editrici mettono in risalto il nome dei traduttori nella prima di copertina, è una risposta possibile. Una fragranza che si indossa in un luogo che abita il Mediterraneo profondo. L’approccio di Ropion al mondo delle fragranze è considerato «solido, tecnico e artigianale». L’ispirazione al tema centrale gira spesso «attorno a una materia prima», dedicandosi successivamente ai «contorni, al volume e ai contrasti». Tra le materie preferite ci sono «i fiori, le note animali (indispensabili per creare sensualità!) e il legno di sandalo, un essenza tra le più sensuali in profumeria». La sua lunga carriera è una garanzia di padronanza tecnica e visione artistica. Portrait of a Lady arriva nel momento in cui il maestro costruisce una fragranza che porta in sé la summa creativa di ciò che sa: il suo palinsesto olfattivo.

Il titolo viene da Henry James che è già un palinsesto letterario: un giovane americano a Londra scrive di una giovane della cittadina di Albany, che guarda l’Europa dalla prospettiva della libertà e del riscatto personale ma scopre presto il senso dei sentimenti e dell’onore. Su questo titolo Ropion costruisce un ritratto olfattivo utilizzando botaniche dell’Est e del Sud. L’assoluta di rosa turca occupa il cuore della composizione con una presenza quasi carnale. Su questo cuore arabo-mediterraneo della fragranza Ropion compone strati odorosi. Il patchouli potrebbe benissimo incarnare la Sicilia profonda, la terra scura, la fertilità barbarica della Conca d’Oro. L’incenso porterebbe dentro il profumo delle chiese normanne, l’oro dei mosaici nelle decorazioni delle navate e nei soffitti affrescati di santi orientali con occhi a mandorla, impreziosito dal legno di sandalo e dal sapore dolce dello ylang ylang. La cannella e i chiodi di garofano nelle note di testa porterebbero gli odori dei suq e della cucina palermitana. Il lampone, il ribes nero e le bacche rosse, inattese, quasi insolenti in questa compagnia, porterebbero la passione della terra delle arance sanguigne e le asperità prepotenti del Meridione.

Portrait of a Lady è una fragranza che acquista forza nel tempo, e questo è il suo segreto. L’apertura è dominata dalla rosa, potente, aggressiva, come Palermo al primo impatto. Le note di fondo di incenso, ambra, sandalo, muschio, benzoino, legno di cedro, ambra grigia e vaniglia, emergono lentamente, come strati sepolti che affiorano. Il patchouli nel cuore scende fino alla pelle, come se la fragranza scavasse verso le proprie radici.  Questa piramide olfattiva che si rivela nell’arco di ore, è la replica sensoriale precisa della struttura del palinsesto. Non si capisce Portrait of a Lady nell’immediato: bisogna aspettare, lasciare che le ore facciano emergere le sfumature nascoste. Portata sulla pelle in una sera palermitana, quando l’aria si rinfresca mantenendo ancora il profumo dei fiori notturni, Portrait of a Lady acquista la magnificenza di quadro femminile elegante e regale, dove benzoino e ambra grigia si mescolano agli odori speziati di un giardino sontuoso in cui le rose crescono sui graticci e la mondanità dell’aristocrazia regna sovrana.

Rileggendo le opere una dopo l’altra, mi accorgo che Palermo si è rivelata come per incanto. Ora che i cinque strati sono visibili uno accanto all’altro, le connessioni emergono con la forza delle cose che erano lì e aspettavano solo di essere nominate. La prima connessione è linguistica: Consolo e Buttitta combattono la stessa battaglia per la lingua e per la terra madre. Consolo non scrive in italiano; usa il plurilinguismo ipertestuale e intertestuale come un palinsesto. Buttitta scrive in dialetto siciliano e si rifiuta di raschiare via la vera lingua madre che lo radica alla sua terra. Sono le due facce della stessa intelligibilità: dire la Sicilia con una lingua sola non si può, per questo bisogna portare tutte le lingue che l’hanno abitata. La seconda connessione è visiva e olfattiva. Ropion e Visconti usano quasi la stessa tecnica. Visconti ricostruisce l’abbacinante luce del meriggio di Palazzo Salina già nella prima sequenza con la maniacalità di uno storico paesaggista. Ropion crea il profumo dell’Eleganza personificata, il ritratto espressivo della grazia moderna con la precisione di un ritrattista. Entrambi credono che la fedeltà al dettaglio sia la via per esaudire un sogno. Nel caso di Visconti, l’illusione di un’aristocrazia immota e intangibile, rappresentando il Principe Salina nel rito quotidiano della recita del Rosario e del ricordo dei Misteri Dolorosi; nel caso di Ropion, l’indole femminile durante una serata all’opera di una giovane nobildonna che conquista l’ammirazione di tutti con la sua allure misteriosa. Entrambi raggiungono l’obiettivo con fascino singolare e uno stile che eccede il proprio mezzo espressivo. La terza connessione, quella che mi sorprende di più, riguarda tutti e cinque i protagonisti: nessuno di loro appartiene completamente a ciò che rappresenta. Consolo è messinese e descrive Palermo con gli occhi di un forestiero; Buttitta, che scrive in dialetto siciliano, è celebrato da Neruda come un poeta internazionale; Davis, un afroamericano dell’Illinois, trova in Spagna il ritmo antico che smuove il suo animo; Visconti, conte milanese, gira il film più aristocratico del cinema italiano con un attore americano; Ropion costruisce un ritratto nell’opposizione tra il fiore simbolo della femminilità e la sua scia scura, orientale e quasi maschile, per esprimere l’eleganza e l’unicità della fragranza. Un palinsesto continuo in cui le identità si scontrano e si sovrappongono senza fondersi.

E poi c’è la connessione invisibile, la più sottile, perchè ognuna di queste opere ha bisogno di tempo per rivelarsi. Retablo resiste alla prima lettura. La poesia di Buttitta si apre solo a chi sa aspettare la risonanza del verso. Soleá rivela i suoi strati nelle pause tra una nota e l’altra. Il Gattopardo di Visconti pesa diversamente a cinquant’anni che a venti. Portrait of a Lady dura ore e cambia in base alla pelle e alla stagione. Tutte e cinque insegnano ad avere pazienza per trovare il ritmo giusto. La profondità non si dà all'impaziente. Bisogna tornare, restare, lasciare che il tempo faccia il suo lavoro, che l’inchiostro riaffiori sotto la raschiatura e sveli le tracce e le ferite che non si sono cancellate.

 

BIBLIOGRAFIA

Narrativa

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Poesia

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