UGO FA COSE - Viola Bruno - RIDEREMMO LO STESSO - MAGGIO -9
"rideremmo lo stesso
ascoltando un aneddoto"
Nâzım Hikmet, da Della vita (Yaşamaya Dair), 1948
Mamma non sta bene.
Non è che sta male male.
È che non sta come prima.
Prima faceva le cose senza pensarci.
Adesso si ferma in mezzo.
Come quando stai per dire una cosa
e poi non ti viene più.
Prima mi correva dietro.
Adesso la aspetto io.
Non tanto.
Ma un pochino sì.
Io la guardo
ma non troppo
che sennò se ne accorge.
Faccio piano.
I grandi quando se ne accorgono
poi fanno finta.
Allora gliene ho raccontata una.
Non proprio una storia,
una cosa.
C’era uno che si era nascosto benissimo.
Così bene che non lo trovava nessuno.
Allora ha iniziato a cercarsi da solo.
Guardava dietro le porte,
sotto il tavolo,
anche negli angoli.
Ma non c’era.
Alla fine ha detto:
“Io esco.”
Ma non sapeva più da dove.
Io ho riso.
Lei non subito.
Poi però un pochino sì.
Dopo ho pensato
che allora si poteva.
Così ho deciso una cosa:
le faccio anche un regalo.
Non quello che si compra.
Uno che serve dopo.
Per quando si ricomincia.
Allora ho preso un seme.
È piccolo. Sta in tasca.
Ogni tanto lo tocco
per vedere se c’è.
C’è.
Non cresce.
Però resta.
Non so bene cosa diventa.
Però diventa.
C’era la foto di un albero sopra la bustina.
Un olivo.
Dopo l’ho tenuto un po’ in mano
per vedere se succedeva subito.
Non succede mai subito.
Ho fatto anche un biglietto.
“Per mamma”.
L’ho scritto con la penna,
che non andasse via.
Adesso lo tengo io.
Così quando ritorna proprio lei
glielo do.
*
Ci sono momenti in cui il corpo cambia lingua.
Non si rompe, non cede davvero, ma smette di essere invisibile
e diventa qualcosa che chiede ascolto:
una presenza improvvisa, come una luce accesa in una stanza
in cui fino a un attimo prima si camminava al buio senza timore.
Ti interrompe. Ti trattiene.
Ti chiede di fermarti proprio quando vorresti continuare.
E allora il mondo cambia misura. Non fuori: dentro.
Le cose restano identiche — la luce dalla finestra, i rumori della casa,
le ore che passano — eppure non attraversano più il tempo nello stesso modo.
Si addensano. Si fanno più strette.
A volte si fermano prima, oppure restano addosso
come il freddo trattenuto nei cappotti nelle sere d’inverno.
Non è dolore soltanto. È uno scarto
tra quello che eri e quello che adesso non riesci più ad essere:
una lieve perdita d’orizzonte.
All’inizio è smarrimento dinanzi a un paesaggio che sembra lo stesso.
Si resta lì, continuando a cercare d’istinto la strada conosciuta
nel punto esatto in cui l’abbiamo perduta.
Poi, lentamente, si imparano nuove coordinate.
Non si torna quelli di prima.
Ma si comincia a tracciare un altro orizzonte, più fragile e incerto —
ma forse proprio per questo più vero.
E sopra quell’orizzonte continuiamo, ostinatamente,
a dipingere il nostro olivo fiorito.
Anche se cresce piano.
Anche se forse non faremo in tempo a vederlo davvero.
Anche se il corpo, nel frattempo, inciampa, rallenta, trattiene.
Perché c’è qualcosa nell’essere umano
che non rinuncia facilmente alla luce.
Qualcosa che, proprio mentre vacilla,
con forza invincibile, continua a preparare il domani.
Gli adulti imparano a celare la paura,
a fingere che il mondo non abbia cambiato inclinazione.
Ma i bambini lo avvertono subito:
nel passo che rallenta appena,
nel silenzio che ci resta addosso,
nel modo diverso di guardare fuori dalla finestra.
Continuano a portarci semi,
continuano a immaginare alberi
anche quando noi disperiamo il ritorno della primavera.
E dentro quel loro gesto si ritrova un filo che non avevamo previsto.
Qualcosa di minimo: un sorriso.
Arriva tardi, quasi fuori posto. Eppure arriva.
Come una forma di fedeltà: restare dentro la vita
anche quando non si lascia afferrare, quando non promette nulla,
quando sembra non rispondere più.
Ed è in quel poco — in quel niente che improvvisamente si apre —
che si avverte che non è finita.
Non perché la paura scompaia, non perché il futuro torni leggibile,
semplicemente perché, da qualche parte,
la vita continua silenziosamente a fare il suo lavoro.
Somiglia a certe tende leggere quando la finestra è socchiusa
e fuori sembra non esserci vento.
È un movimento quasi impercettibile,
eppure basta a spingerci un poco più in là,
verso un domani che non vediamo
ma che continuiamo, comunque, a immaginare.
Come fanno i bambini, che tengono in tasca un seme
senza sapere quando crescerà, se crescerà.
Lo custodiscono. Con quella fiducia silenziosa
che da qualche parte, lungo gli anni, noi abbiamo dimenticato.
Forse è tutto qui:
non vincere, ma continuare, paradossalmente, a vivere.
Restare abbastanza a lungo da lasciare che qualcosa — anche piccolissimo — possa ancora crescere.
Qualcosa che, pur sdraiati sul bianco bigliardo,
ci farebbe ridere lo stesso
ascoltando un aneddoto.
*
Musica: Mother’s Journey — Yann Tiersen
Mother's Journey - Yann Tiersen*
Chi è Ugo?
https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html
N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.
Se riconoscerete questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,
è solo perché in realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.


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