RUGIADE. Novità sugli scaffali - Filippo Golia - Demotape e Exit Poetry: Il ritorno di Davide Nota
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| Davide Nota, Demotape, Edizioni Prufrock s.p.a. 2026 |
Cosa resta di tutta la bruciante e scorticata poesia che si era raccolta in un primo volume (Rovi, ed. Argolibri) e definita come poesia giovanile?
Il colore arancione, si potrebbe scherzare: aggiungendoci quello spettro di indeterminazione che oscilla tra la visione accesa e l’esperienza distruttiva di una possibile catastrofe, anche atomica.
Di Davide Nota avevamo scritto nella rubrica poeti incontrati fuori dalla strada bianca. Adesso è uscito un suo nuovo libro: Demotape (ed. Prufrock spa, terzo nella classifica di qualità de L’indiscreto di Maggio 2026); e una selezione delle sue poesie è entrata nel volume collettivo Exit poetry Poesia futura curato per La nave di Teseo da Aldo Nove, Gilda Policastro e Lello Voce.
È l’occasione per ricominciare a leggere Nota e collocarlo nel contesto dell’ultimissima poesia italiana.
Giusto iniziare dall’antologia.
Un volume paradossale per definizione, quindi vivo, nel suo tentativo di selezionare e cogliere non tanto la poesia contemporanea ma addirittura quella futura, ciò che richiederebbe una difficile pre-visione del nostro futuro, per capire in cosa potrebbe rovesciarlo lo specchio della poesia; al punto che non si sa nemmeno bene se il titolo Exit poetry vada tradotto con “poesia come via d’uscita” oppure con: la poesia, miei cari, esce, ditele pure addio, perché non potrà mai più assomigliare a se stessa.
Vivo al punto da aprirsi con un dialogo (uno skazzo!) tre i tre curatori, acceso da una vera e propria "sfuriata" (nello stile che abbiamo imparato a conoscere in rete) di Aldo Nove sul nostro tempo post-pandemico: “Quale ‘verità’ si può allora prospettare se non quella derivativa da una narrazione ospedaliera, e qua il riferimento non è certo a Amelia Rosselli ma alla Pfizer e alle altre agenzie criminali che detengono il nostro tempo e il materiale (le esperienze?) con cui eventualmente riempirlo. Il Ministero della Verità, appunto, pensa già attivamente per noi…”
Una tirata cui Gilda Policastro risponde scansandosi di lato, lievemente infastidita: “realtà è quella cosa per cui se fuori piove e non prendo l’ombrello mi bagno”, con postille sui limiti agli ego ipertrofici e su quanto trova fastidioso che le si fumi accanto.
Poi arriva Lello Voce, con una pacata analisi dei nostri tempi, tra le più convincenti: “Nella storia delle nostre società umane a una generazione di macchine sono sempre corrisposte tante, tantissime generazioni umane: il padre così poteva insegnare al figlio ad andare a cavallo, in bicicletta, a guidare un’automobile, a tracciare una rotta, a riparare una radio.
Ora non è più così, oggi a una generazione umana corrispondono più generazioni di macchine (per quanto mi riguarda: dalla televisione allo smartphone e alla IA, che è tanterrimo).
Ciò che salta, a causa di questa brutale accelerazione, è l’intera gerarchia della conoscenza umana…”
Seguirà il ritorno, questa volta con fare finalmente ecumenico, di Aldo Nove: “Comincio a non più distinguere, in questo dialogo, quale voce stia parlando. Il che mi sembra cosa buona e giusta.”
Un libro vivo e paradossale, dunque, con ipertesti e video da scaricare in rete, articolato in tre sezioni: Verità (a cura di Aldo Nove), Mutazione (a cura di Lello Voce) e Trauma (a cura di Gilda Policastro, quella in cui appunto si trovano le poesie e gli esperimenti di video-arte di Davide Nota). Pieno di tesori, in ordine sparso: i bellissimi video poetico-musicali in cui Caterina “vipera” Dufì reinventa poesia e musica e video musicali; tutte le introduzioni di Aldo Nove ai “suoi” autori, animate da autentico affetto, per non dire amore; tutti i poeti-rapper sciorinati da Lello Voce ma soprattutto Alberto Dubito (“Sai, devo scrivere il mio tempo prima che lui scriva me”); il rumore di fondo della nostra epoca riprodotto nella prima parte di ANSA dal collettivo Zoopalco; il materiale seriale, espressioni ripetute con lievi variazioni, di Marco Giovenale, che sembrano un elettroencefalogramma del nostro mondo (anche se, mi chiedo, chi accetta di guardare il mondo nei monotoni alti e bassi di un elettroencefalogramma?)
Ma ci si può anche trovare all’improvviso spiazzati quando, nel mezzo dell’introduzione alla sezione “Mutazione” di Lello Voce, si legge: “questo poeta mutante quindi, spesso, è un ‘autore collettivo’. Ed è anche un auto-produttore che sa sfruttare al meglio il nuovo contesto così intensamente medializzato. Sta sui social, intraprende avventure in cui crea spazi di rappresentazione, fonda case editrici, o band di cross-over, lancia siti in rete, organizza catene di distribuzione alternativa, propone festival, rassegne, produce eventi e li gestisce.”
Vero! Ma siamo a un passo dalla definizione di imprenditore in un manuale di diritto commerciale.
E così, in questo sconfinato contesto (o con-testo) appena tratteggiato, si incontra a un certo punto il “nostro” Davide Nota. Nell’introdurlo Gilda Policastro scrive: “è tra i poeti del nuovo millennio uno dei più interessati a toccare con mano le ferite della storia individuale e, per suo tramite, di quella collettiva, con una postura che la critica ha individuato ora come debitrice a una linea Pascoli-Pasolini (dittico non implausibile, e tutt’altro), ora come originale soprattutto nella mistura di sacro e quotidiano, di informale (nel contenuto) e formalizzazione (nella configurazione testuale). Quello che scoprirà il lettore a contatto per la prima volta con la sua opera è un grumo di senso riposto e di realtà materica consegnato a immagini scapigliate e scandite da una cadenza novecentesca”.
In sintesi, nel gruppo di Exit poetry, è tra i poeti in cui è più facile osservare il recupero e la reinvenzione di alcune forme tradizionali e una disponibilità a valorizzare anche l’esperienza testuale: nella sua più recente prova di collaborazione ai testi dell’album Le macchine non possono pregare del rapper Anastasio, siamo davanti alla stesura di una vera e propria “opera” rap, come in passato si scrivevano libretti per l’opera lirica.
Arriviamo così a Demotape, il primo libro di poesie di Nota dopo la raccolta di quelle giovanili e l’esperimento ibrido di Lilith, un mosaico, per Luca Sossella.
Quindi, cosa rimane di quella bruciante, sconvolta, ironica e ossessiva esperienza del mondo e delle sue periferie che rendeva così incandescente Rovi, con tutto il suo carico di gioventù?
Il nodo al centro di Demotape mi sembra essere il permanere (o meno) del soggetto lirico, singolare o collettivo poco importa, in un sistema che lo ha rimosso.
“Chi è che prega? Io? Voi? Uno schermo è capace di pregare… io voi loro, queste parole non mi dicono più assolutamente niente” recita la voce narrante in uno delle opere di video-arte di Nota collegate a Exit Poetry.
In Demotape il soggetto scrive ancora poesia ma l’oggetto (il libro!) la nega. Difficile dire se sia più importante l’uno o l’altro.
Il libro si presenta proprio come un demotape, una cara vecchia “cassetta” analogica, da inserire nel “mangianastri” o nello stereo. C’è un Lato A e un Lato B e c’è un corredo di immagini, frame (catturati e elaboratri graficamente da Lorisa Cericola, sperimentatore sonoro e artista attivo nell’ambito delle tecnologie audiovisive analogiche) che formano una specie di rumore di fondo, una scarica di interferenze tra il lettore e la poesia.
Il poeta, con il suo “miserabile” vissuto, è ancora rintracciabile, ma al fondo del libro, come un reperto o come un referto: è fondamentalmente ingenuo, inerme e indifeso, come sono sempre stati i poeti; la sua ingenuità è bilanciata da una sapienza, quella del chiaroscuro:
In questa lettera Johann Sebastian Bach diceva
Che una linea melodica per trasformarsi in opera
Deve incontrare l’ombra che ne deflagri il senso
E che nulla vi è di peggio del melodico
Per un devoto al dio dell’armonia
Ma continuiamo ad ascoltarlo come in un’eco.
Incontriamo racconti e versi bellissimi, ambientati in una indistinta immensa e remota periferia: alle pendici del grattacielo assoluto. Racconti che:
“Non hanno nessuna metrica
Non conoscono nessuna traduzione”
Lo stile è volutamente assente, è quello dei libri tradotti, la lingua a un grado zero di piattezza. Eppure, nella storia di uno spacciatore che per un giorno, tanto tempo fa, fece da padre all’autore:
Noce era un tipo assurdo (ma il suo nome
Era un altro e questa è solo una canzone)
Noce era sostanzialmente un rimasto
Ma con stile e un’energia che nessuno
Avrebbe mai eguagliato. Tutti lo rispettavano
E aveva dei santi l’occhio e il sorriso.
E più avanti:
Questa mattina di 20 anni dopo
il tuo ricordo è in me un sorriso buono
Se il soggetto non fosse così remoto, se la distanza interposta fra lui e il lettore non fosse così marcata, si potrebbe anche parlare di confessional poetry e registrarne le accensioni:
… e ancora penso
A quando camminai sopra le braci
Pensandole sopite e presi fuoco
Ma facendosi largo tra un UFO sepolto “sotto il nespolo del nostro giardino”, una ragazza subornata da un Game A.I. sciamanico, una nonna che era un’anima bianca
Di edera abruzzese
E nessuno riusciva davvero a capire
Come facessero le piante del suo balcone
A crescere di notte
E ancora: tre bambini, probabilmente fantasmi, che suonano una campana a Montespino, a cui forse manca il battaglio e poi:
È scoppiata la guerra, le dico. Dolcemente
Mi risponde: Allora meglio stare qui, peccato.
Mi ero anche messa un vestito nuovo.
Facendosi largo tra le storie del libro, dicevo, si prova una sensazione che sarebbe molto ingenuo definire con il termine “straniamento”; piuttosto ci si rende conto che tutto è fuori sincrono: il detto e il percepito, la visione e l’emozione, il ritmo e il senso; perfino l’ombra non corrisponde ai corpi e l’armonia è quasi sempre rimossa.
Nei rari sincroni si verifica però l’ipotesi della sopravvivenza della poesia alla nostra catastrofe, che forse è già catastrofe nucleare:
fino a vedere tutto arancione.


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