POESIA ALL’OPERA – Stefania Giammillaro – “Sempre libera degg'io”: l’amore figlio della libertà o della schiavitù

 

Stefania Giammillaro

ALFREDO

Amor è palpito …

VIOLETTA

Oh!

ALFREDO

… dell’universo intero,…

VIOLETTA

Oh! Amore!

ALFREDO

Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

VIOLETTA

Follie! Follie!
Gioir!
Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.





Bentrovati a questo nuovo appuntamento della Rubrica “Poesia all’Opera”, la prima Rubrica ideata per il Lit-Blog “Finestre”, che ho in questi mesi accantonato per dar voce alle mie riflessioni in viaggio con “Allontanarsi dalla linea gialla”. Ma cosa ha determinato questo ritorno?

L’intuito che si fa coincidenza, e la concatenazione di coincidenze che ti conferma che quella intuizione sia giusta, che sei sulla strada giusta, che quello che vuoi dire risponde ad entità universali buone.

È così che, in una mattina di sabato, mentre mi dedicavo a riascoltare le arie a me più care, riappare la Violetta de La Traviata di Giuseppe Verdi, che cerca, ostinata e violenta contro se stessa, a cacciare via il pensiero di un possibile amore da accogliere, poco prima manifestato con il romanticismo dei migliori librettisti della seconda metà dell’ottocento: trattasi, nella fattispecie, di Francesco Maria Piave, il quale trasse ispirazione dall’opera teatrale de “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas figlio, che lo stesso autore a sua volta trasse dal suo precedente omonimo romanzo.

Siamo al primo atto, Violetta Valery, nota cortigiana che suole accompagnarsi a uomini facoltosi, ha organizzato una festa danzante. Tra i suoi invitati vi sono la marchesa Flora Bervoix e il visconte Gastone de Letorières, il quale le presenta Alfredo Germont: questi, figlio di un importante nobiluomo, è un grande ammiratore di Violetta; le sue attenzioni lusingano la donna e ingelosiscono il protettore di lei, il barone Douphol. Insieme al giovane, Violetta intona un brindisi che invita a godere dei fugaci benefici della bellezza e dell'amore, ignorando il tempo che scorre. Poco dopo Violetta accusa un improvviso malore: è la prima avvisaglia della tisi di cui ella soffre.

Mentre gli invitati sono impegnati nelle loro danza a suon di brindisi, Alfredo, rimasto solo con Violetta, le confessa di essere innamorato di lei:


Un dì felice, eterea,

mi balenaste innante,

e da quel dì, tremante,

vissi d’ignoto amor.

Di quell’amor ch’è palpito

dell’universo intero,

misterioso, altero,

croce e delizia al cor.”

La donna rifiuta garbatamente la sua corte, ma al tempo stesso gli promette di rivederlo a breve. Al termine della serata, Violetta scopre di essere rimasta turbata dal sentimento puro del giovane spasimante; risolve tuttavia di voler rimanere da sola e libera (Sempre libera degg’io/Folleggiare di gioia in gioia), anche se le parole di Alfredo, riecheggiando nella sua mente, sembrano suggerire l'esatto contrario.

Ecco aprirsi il tema, la suggestione, la folgorazione: perché Violetta rifiuta l’amore di Alfredo, o almeno, ci prova, temendo di rinunciare alla propria libertà?  L’amore implica necessariamente una rinuncia oppure reca in sé una nuova libertà ritrovata?

Vexata questio, direbbero gli addetti ai lavori in ambito giuridico, che ha “travagliato” nei secoli pagine di letteratura, sia in versi che in narrativa, rappresentando la base per studi critici. Perché Violetta è “Traviata”, non tanto per la tisi di cui morirà, ma per quest’amore osteggiato dalla propria libertà e, solo in seconda battuta, dalle questioni economico-familiari e di “onore sociale” che le rinfaccia il padre di Alfredo, Giorgio Germont.

Per Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951), poeta e scrittore spagnolo appartenente alla Generazione del '27, oltre che al gruppo di “poeti-professori”, di cui ha incarnato perfettamente il modello, non esiste altra vita al di fuori dell’amore, quindi la libertà vera ed autentica sta nel riconoscere e poter vivere appieno quell’amore, di quell’amore.

Ne “La voce a te dovuta” (Einaudi, 2024 – traduzione a cura di Emma Scoles) si legge:

[…]

“Quando ti dico:

«Sono tuo, solo tuo»,

ho paura di una nuvola,

di una città, di un numero

che possono rubarmi

un minuto all’amore

intero a te dovuto.

Ah! Se io fossi la rosa

che ti do; che ha rischiato

di essere altra

e non per le tue mani,

finché non giunsi io.

Che non ha ora altro futuro

che essere con la tua rosa,

la mia rosa,

vissuta in te, da te,

al profumo al contatto.

Fino a che tu la innalzi

di là dal suo sfiorire

a un ricordo di rosa,

sicura, inalterabile,

tutta al riparo ormai

da altro amore o altra vita

 che non siano i tuoi.”

In “Poesie d'amore” (Mondadori 2021 – traduzione a cura di Joyce Lussu), il “comunista romantico” o rivoluzionario romantico”, è presente la struggente Sei la mia schiavitù, sei la mia libertà di Nazim Hikmet (all'anagrafe Nâzım Hikmet Ran - Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963). Versi scritti nel buio di una cella, mentre scontava la pena fatta di torture e dura solitudine del carcere, a causa della sua avversione al regime e la sua adesione alla politica comunista. Condannato, avvilito, stremato dall’isolamento e dalla sofferenza, il poeta pensa alla moglie lontana che nella sua mente diventa un tutt’uno con la patria perduta, in questa perfetta simbiosi tutto diventa rimpianto, desiderio, lacerazione. La parola si fa schianto e, attraverso essa, l’Amore diviene forza sovrumana capace di spezzare le catene della prigionia; ed ecco che l’antro angusto della cella si fa visione di una terra dai profumi familiari, di una donna dagli occhi verdi, incredibilmente vicina eppure irraggiungibile.

“Sei la mia schiavitù sei la mia libertà

sei la mia carne che brucia

come la nuda carne delle notti d’estate

sei la mia patria

tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi

tu, alta e vittoriosa

sei la mia nostalgia

di saperti inaccessibile

nel momento stesso

in cui ti afferro.”

Ho parlato, in apertura, di una concatenazione di coincidenze, che ha corroborato in me l’esigenza, o meglio, la “desiderosa esigenza” di trattare della tematica dell’amore come libertà o schiavitù attraverso il “Travaglio” di Violetta.

Ebbene, l’altro episodio determinante è stata la presentazione organizzata presso la Libreria Brac di Firenze sul recentissimo lavoro di traduzione dell’opera poetica del grande Zachary Schomburg:Poesia come violenza” a cura di Giuseppe Nibali e Bernardo Pacini, cui si deve anche la traduzione, edito dalla casa editrice Italo Svevo nel 2026.

Per Zachary Schomburg (Omaha – Nebraska, 1977), la Poesia è un atto di violenza: “Una poesia è una manipolazione della realtà, o forse una mutilazione della realtà. Una poesia è intrinsecamente violenta. Nel momento in cui cerchiamo di ricreare qualcosa della nostra realtà, o della nostra realtà interiore mettendo insieme le parole, abbiamo già perso. L’atto intrinsecamente violento di scrivere una poesia è piuttosto un modo di comprendere qualcosa di nuovo attraverso l’accostamento di parole, mutilando la realtà”.

La scelta del termine “violenza” in anafora paratattica alla nozione, non più lirica, non più sublime di “Poesia”, è senza dubbio coraggiosa, divisiva, provocatoria e potrebbe al contempo intercettare sinonimi “diversi”, più adatti, in ossequio ad un più “morbido” sentire comune, quali “necessità, ineluttabilità”.

Eppure Zachary non si tira indietro, e prova a spiegare perché la poesia, esattamente come l’amore, è un atto di violenza innanzi al quale tu resti inerme e “sei costretto” ad accogliere e subire, perché “qualsiasi potere” che la poesia come l’amore possa intravedere in chi scrive o in chi è innamorato, “quel potere verrà strappato via, verrà trasferito completamente a loro, appartenendo da quel momento a loro e non più all’autore/innamorato” (semicit.)

“Una delle volte in cui ho creduto di morire è stata quasi quattro anni fa, nell’estate del 2011. Ero a Lincoln, nel Nebraska, camminavo verso la casa di un amico intorno alle undici di sera, tra R Street e la 30th, dopo aver bevuto da Yia Yia’s su O Street. Ci seguiva un gruppo di otto ragazzi, che poi ci ha aggrediti. Mi hanno colpito alla testa mentre ceravo di scappare, e alla fine sono caduto a terra. Mi hanno preso a calci sulle costole del fianco sinistro, mentre cercavo di coprirmi la testa. Cercavo di coprirmi la testa nonostante i calci sulle costole, perché mi aspettavo che mi uccidessero sfondandomi il cranio con una mazza. Ne ero sicuro: le parole che ripetevo – perlopiù «vi prego» e «basta» - sarebbero state le mie ultime, e di lì a poco avrei sentito un dolore tremendo, acutissimo. Quando finalmente sono scappati, sono stato accompagnato sotto un portico vicino, dove ho cercato faticosamente di prendere fiato mentre aspettavo l’ambulanza. La polizia mi faceva delle domande, ma io respiravo appena. Avevo le costole fratturate e una contusione polmonare. Temevo che, se fossi svenuto, il mio corpo non sarebbe riuscito a respirare da solo.

Qualsiasi potere abbiano intravisto in me mentre camminavo per la strada, quel potere me lo hanno strappato via. Si è trasferito completamente a loro. In quel momento apparteneva a loro, e non a me. E nelle settimane successive il mio rapporto con la violenza e con la poesia è un po’ cambiato. Ora sono più consapevole che le mie poesie, per il solo fatto di essere poesia, sono intrinsecamente violente. Si impongono sui lettori, di cui io sono il primo. Sono un atto di aggressione e controllo totale su ogni scelta poetica, e le scelte possono essere insensate, non devono niente a nessuno. […]”

A che conclusione possiamo giungere, dunque? L’Amore è figlio della libertà, secondo il dire ed il sentire di Salinas e Hikmet, o della schiavitù, recependo la consapevole convinzione di Schomburg?

Violetta è vinta dall’amore o vince nell’amore una nuova linfa vitale, una nuova libertà ritrovata?

E la tisi, della quale muore, è una punizione divina per aver rifiutato quell’amore quale unica possibilità di riscatto sociale dalla misera condizione di cortigiana?

Domande, queste, a cui lascio a voi la risposta, alle vostre vibrazioni, a ciò che l’anima risponde prima di passare dalla mente, dalla logica, dalle convenzioni; lì dove risiede l’afflato più intimo, la ragione più vera del nostro/vostro modo di stare al mondo, che possa giustificarlo, spiegarlo, insomma, quando la morte verrà a bussare alla porta.


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