MUDDICHI – Stefania Giammillaro – “Lamentati, si voi stari bonu”: desiderio di infinito e nostalgia del passato
![]() |
| Stefania Giammillaro |
Dopo
il ritorno di “Poesia all’Opera” con l’ultimo contributo dedicato alla Traviata
e, in particolare, al conflitto tra libertà e schiavitù che attraversa, “travagliando”,
appunto, il sentimento amoroso di Violetta (POESIA ALL’OPERA – Stefania Giammillaro – “Sempre libera degg'io”: l’amore figlio della libertà o della schiavitù), oggi ho
pensato ad un altro revival con “Muddichi” che, ricordo, – a vantaggio di chi si
imbattesse per la prima volta in questa rubrica - propone di recuperare i
proverbi della secolare tradizione e saggezza siciliana per riattualizzarli ai
giorni nostri con riflessioni di ispirazione poetico-filosofica.
Devo
però ammettere, per onestà intellettuale e di coscienza, che stavolta il grande
ritorno è stato suggerito dalla carissima amica, oltre che eccellente poetessa e
professoressa di lettere, oltre che donna eccezionale Doris Bellomusto, la quale qualche settimana fa, nella sua Barga, ha
proprio espresso il desiderio che io parlassi di questo proverbio,
confidandomi, peraltro, che “Muddichi” è, tra le mie, la sua rubrica preferita
(ma voi non ditelo a nessuno).
Quindi,
vostro malgrado, eccomi qui a parlarvi di uno dei proverbi da me più spesso
citati e a sua volta più spesso ripetuti dall’ascendente 1 (nonna) e dall’ascendente
2 (madre). È, insomma, un proverbio che ha segnato più d’una generazione nella
mia famiglia, categoricamente dal lato femminile (neanche a specificare).
“Lamentati, se voi stari bonu”,
letteralmente: “lamentati, se vuoi stare
bene” racchiude diverse declinazioni semantiche, tra le quali la più
comune potrebbe essere: “per ottenere qualcosa o per far valere i propri
diritti, è spesso necessario far sentire la propria voce”. Oppure: “se ti
lamenti vuol dire che ti senti insoddisfatto, quindi fai qualcosa per
migliorare”. O ancora: “si lamenta chi sta bene, mentre chi sta davvero male
non ha tempo né energie per farlo”.
Delle
tre, quest’ultima è quella che di certo ha una sfumatura più spiccatamente
spregiativa e viene spesso usata come monito per chi si lamenta troppo.
Eppure,
studi psicologici dimostrano che lamentarsi non debba necessariamente e sempre
ascriversi ad un’accezione negativa perché, come dimostrano anche le varie
configurazioni che può assumere il proverbio in esame, “lamentarsi” della
propria condizione presente può costituire una presa di consapevolezza
autentica, tale da determinare un cambiamento favorevole, un punto di svolta in
chi prova un profondo senso di insoddisfazione.
Vero
è che noi siciliani siamo famosi per lamentarci concretizzando poco o nulla,
siamo i capofila dei lamentatori, non a caso Tancredi Falconeri ne Il
Gattopardo di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, pronuncia la celeberrima frase: “Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi",
volta a stigmatizzare (ironicamente ma non troppo) la classe
dirigente nel fingere di adattarsi al nuovo per conservare intatti i propri privilegi,
coniando il concetto base del c.d. “gattopardismo”.
E noi un po’ così siamo: ci lamentiamo che
niente cambia, ma non facciamo davvero niente per staccarci dal passato.
L’insoddisfazione
può dunque presentarsi sotto almeno una duplice veste: quella di chi vive male
il presente perché rimpiange il passato e l’attitudine di chi, viceversa,
rinnega il presente, nutrendo una (terribile perché insaziabile) tensione verso
l’infinito.
Ad
esempio in “Borgo con locanda”, (da Umana Gloria in Tutte le Poesie, Garzanti, 2017) Mario Benedetti (Udine, 9 novembre 1955 – Piadena Drizzona, 27
marzo 2020) recupera l’infanzia, non solo come tema (la vista del mondo dall’alto,
il ritrovato senso dello stupore), ma anche nella intenzionale regressione
infantile-elementare del lessico (“scarpe grosse”, “manine”). Questo intreccio
stilistico di temi e lemmi rende ancora più marcata e incisiva la tensione
nostalgica al passato.
Borgo con locanda
Come in un volo la corriera
mi ha dato lo spiazzo con la facciata.
Era bello, i calzoni che
cadevano larghi sulle scarpe grosse,
stare in mezzo alle foglie
qua e là.
Mattine senza sapere di
essere in un posto, dentro una vita
che sta sempre lì, e ha la
fabbrica di alluminio, i campi.
Si muove il bancone quando
si parla,
le finestre con i vasi, le
tende minutamente ricamate.
Fuori i cortili corrono
piano, le foglie vanno piano sotto le mucche.
Il cielo gira verso
Cividale, gira la bella luce
sulle manine che avevamo,
che è stata la vita essere vivi così.
Tuttavia,
la nostalgia, il rimpianto del tempo andato non postula alcuna salvezza perché, sia nell’infanzia che nella maturità, sia nella campagna come nella città, la
caducità del tempo umano, della vita, la fragilità dell’ “Umana gloria” avrà
sempre la meglio, prenderà il sopravvento pariordinando tutto allo zero.
Riesumazioni
Cerco una fine dove giocavo.
E altre forme nella mente
adulta
raccolgono il nonno bambino
dalla terra.
Le ossa di mio padre
raccolgono sempre gli
alberi,
i tram delle città, le
parole che scambio.
Le ossa, la scheggia della
guerra che era nella gamba,
l’acqua che bagna gli orti e
le viti,
i denti rimasti bianchi,
gelati, il sole.
Mio viso che sei stato una
cosa,
piccolo con le grondaie e le
castagne, i monti,
i chilometri di un paese. E
l’automobile bianca,
la ferrovia, le cinquecento
lire, le mille lire,
la zuppa con il vino e altro
chiuso in una sola
mantellina ritornava.
(Mario Benedetti, da Umana
Gloria in Tutte le Poesie, Garzanti, 2017)
Diversa
è, invece, la portata nostalgica che può ravvisarsi in Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto
1950), dove lo slancio verso il passato con l’infanzia nelle Langhe, reca con
sé una speranza, un anelito di salvezza, quasi a delineare una malinconia
verticale, ma salvifica: “e la vita era
un’altra, di vento, di cielo,/e di foglie e di nulla”.
La
notte
Ma la notte ventosa,
la limpida notte
che il ricordo
sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perdura
una calma stupita
fatta anch’essa di
foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là
dai ricordi, che un vago
ricordare.
Talvolta ritorna nel
giorno
nell’immobile luce
del giorno d’estate,
quel remoto stupore.
Per la vuota finestra
il bambino guardava
la notte sui colli
freschi e neri, e
stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida
immobilità. Fra le foglie
che stormivano al
buio, apparivano i colli
dove tutte le cose
del giorno, le coste
e le piante e le
vigne, eran nitide e morte
e la vita era
un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di
nulla.
Talvolta ritorna
nell’immobile calma
del giorno il ricordo
di quel vivere
assorto, nella luce stupita.
(Cesare Pavese, da Lavorare stanca 1936-1943, in Le Poesie,
Einaudi 2020)
In tendenza del tutto
opposta si trova quell’insoddisfazione che anela all’infinito, a quell’oltre
mai raggiungibile, al confine che non è mai meta.
E come non citare al
riguardo la splendida Antonia Pozzi (Milano,
13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938), la quale, in una lettera a Dino Formaggio del 28 agosto 1973,
parlando dell’esercizio poetico, scriveva: “Quanto più impersonale sarai, tanto
più universale […] Perdersi, superare il proprio piccolo io nella fatica sacra di creare parole che dicano l’amore, il
dolore, la vita e la morte dei nostri fratelli uomini” (in Poesia Diffusa Poetesse Italiane del ‘900 da non dimenticare, a cura di
Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, Helicon 2025, p. 154).
Una tensione verso un indefinito altrove, quindi, che
anche qui, come nella pariordinazione a zero di Benedetti, si ritrova nell’attitudine
d’anima e di penna di Antonia Pozzi.
Desiderio
di cose leggere
Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste
e le case di un’isola
lontana
color di vela
pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –
Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o
l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –
1° febbraio 1934
(Antonia
Pozzi, da Mia vita cara – Cento poesie d’amore e silenzio, a cura di Elisa
Ruotolo, InternoPoesia, 2019)
Abbiamo sondato e scandagliato, o quantomeno ci
abbiamo provato, le due facce del Giano Bifronte dell’insoddisfazione, quale
meccanismo che muove la lamentela, che a sua volta suggerisce “lo stare bene”
del proverbio.
Ma chi recita il proverbio, in realtà, può
solo credere, pur essendosi in tal senso convinto, che il proprio interlocutore
stia bene perché impegnato a lamentarsi.
Quando…chi può veramente saperlo, se l’interlocutore
non valorizza mai il presente, l’attimo esatto, il qui ed ora in cui vive per viverlo veramente con lo stesso sospiro di
chi ripensa al passato e lo sguardo sognante di chi desidera l’infinito?
Ho
vinto Dio
la
pazienza dello stare al mondo
lacrime
ingoiate al non ritorno.
Ho
vinto Dio
l’amore
di questi giorni
luce
soffusa che inciampa i miei passi lasciandomi cadere
in
culle per rinascere
Ho
vinto Dio
mani
congiunte per pregarTi
da
Padre come figlio
primo vagito di incondizionata dedizione
e
sia concesso ritrovarTi
nell’Atto
di dolore dei miei sbagli.
Ho
vinto Dio
la
vertigine di quest’io barcollante
offeso
dai perché senza riscontro
al
Tuo miracolo di carne e sangue
Cielo
che osserva
Carezza
che perdona
Ho
vinto Dio,
ho
vinto ancora”
Stefania Giammillaro, Errata Complice,
PeQuod, 2024


Commenti
Posta un commento