LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Ivan Fedeli (a cura di Doris Bellomusto, Viola Bruno, Stefania Giammillaro, David La Mantia, Melania Valenti)
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| Ivan Fedeli |
L' undicesimo appuntamento delle monografie mensili di Finestre Lit-blog, Cinque finestre sulla poesia, che il gruppo direttivo della Redazione dedica ad un autore/trice che ritiene meritevole di particolare attenzione, vede come protagonista d'eccezione Ivan Fedeli, o, per meglio dire, i suoi versi. Un invito ad immergervi in una poesia del quotidiano, che interroga i grandi temi attraverso lo sguardo sulle cose di ogni giorno, che intreccia sapientemente una nuova estetica dell'attenzione al valore della memoria.
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Una poesia d’amore ci pensi?
Sì, una di quelle da scuola imparate
di fretta dimenticate poi col tempo.
Ma scriverla? Trovare le parole
adatte arrendersi a una felicità
di seconda mano non tua non mia
prima di sparire dentro un nome
chiamarti forse come si fa di notte
dopo un sogno o per la prima volta
davvero quasi fossi qui a dettare
tu un verso alla volta un giorno alla volta.
Questo insomma, e già arrossire finire
in qualche luogo comune sentirsi
bene almeno allo specchio mentre
guardi e non sai del mattino di te
di cosa rimane dell’erba a novembre
tagliata da altri proprio oggi in cortile.
(da La gioia elementare, Pellegrini 2025)
Disarma e commuove la semplicità colloquiale che apre la poesia con la stessa intimità con cui si apre la porta di casa a chi amiamo e ci ama. L’amore qui non nasce da un’intenzione, ma accade e tocca. È una benedizione immeritata. Un prodigio. Un miracolo che ci tocca tutti e che tocca poi riscrivere come se la gioia fosse solo per noi, con parole nuove per esserne degni e rendere grazie. E la poesia è nei gesti, nei giorni, negli altri, nel chiedersi come possa scriversi l’amore se non così. Attraversando il tempo a passo lento, “un verso alla volta, un giorno alla volta”.
Doris Bellomusto
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Auguri per qualcosa che non so
un onomastico dimenticato
forse un compleanno qualche Natale
passato in montagna la vita tutta
insomma. Dirai tu che si dimenticano
anche i giorni i sogni le frenesie
domestiche poi ogni cosa passa ogni
cosa va. Così vale per i nomi
i volti le mille e mille contingenze
di un tempo senza qualità che confonde
sé infiniti tempi ricordi età
e nessuno è mai salvo. Tieni almeno
tuo un mezzo sguardo il cielo con le nuvole
l’idea che si rimane comunque
nonostante. Una mattina qualunque
qui dopo il silenzio. Piove a tratti
c’è malinconia nell’aria niente
più come nei poeti una poesia
incompiuta. Dicono di un anno
buono in tele per il vino e il Capricorno.
Si è felici abbastanza si sorride.
(da La gioia elementare, Luigi Pellegrini Editore, 2025)
L’idea che si rimane comunque…
Nella poesia di Ivan Fedeli il quotidiano è il luogo in cui la vita, perdute le sue grandi impalcature simboliche, continua a passare in forma minuta, quasi distratta, lasciando dietro di sé qualche nome, una ricorrenza, un cielo intravisto, una malinconia nell’aria, un sorriso sufficiente appena per non soccombere.
Fedeli non cerca l’evento memorabile, non forza l’immagine verso l’eccezionale: la sua poesia nasce da ciò che resta sul tavolo quando tutto il resto è già accaduto — una data dimenticata, un augurio fuori tempo, una memoria appannata, la vita intera riassunta in un “insomma” detto quasi di passaggio. Proprio in questa pronuncia, piana e feriale, in questa apparente dimissione, si apre la profondità del testo.
L’augurio, che dovrebbe coincidere con una certezza, una festa riconoscibile, nasce già incrinato, separato dal proprio oggetto. Non si sa più che cosa si stia celebrando: Auguri per qualcosa che non so. Resta il rito, non il motivo; il gesto, non la data; una tenerezza sopravvissuta alla memoria. Eppure proprio questo augurio smarrito diventa una delle immagini più esatte del nostro modo di abitare il tempo.
Si continua a cercare prossimità anche quando le coordinate affettive si sono sfaldate, quando i ricordi non scompaiono davvero ma perdono contorno, come fotografie lasciate troppo a lungo alla luce.
Il testo non si apre dunque su una dimenticanza qualsiasi, ma su una dimenticanza intima: qualcosa che apparteneva alla vita comune (un onomastico dimenticato / forse un compleanno qualche Natale / passato in montagna) riaffiora dalla memoria già consumato dal tempo e diventa quasi una figura dell’intera esistenza, fino a quel brusco e tenerissimo allargamento: la vita tutta / insomma.
In quell' “insomma” c’è una straordinaria sapienza poetica. È una parola colloquiale, quasi antiletteraria; eppure Fedeli la colloca in un punto decisivo, trasformandola in cerniera esistenziale, come se ogni biografia, alla fine, non potesse che essere detta così, per approssimazione, per difetto, per stanchezza. Non la vita nella sua totalità solenne, ma la vita come somma imprecisa di occasioni, dimenticanze, feste mancate, piccoli affetti consumati dal tempo.
Dirai tu che si dimenticano / anche i giorni i sogni le frenesie / domestiche… Si dimentica il tempo vissuto. Si dimenticano i sogni, cioè ciò che avrebbe dovuto eccedere la vita ordinaria. Si dimentica quella piccola coreografia quotidiana che per anni sembra occupare tutto e poi, improvvisamente, svanisce come se non fosse mai stata decisiva: poi ogni cosa passa ogni / cosa va.
E ciò che più dolorosamente si consuma sono i nomi / i volti le mille e mille contingenze: non è soltanto il tempo esterno a dissolversi, ma la possibilità stessa di riconoscere e di essere riconosciuti; il nome trattiene l’identità nella parola; il volto la rende visibile.
È da questa progressiva perdita di contorno che emerge uno dei nuclei più profondi della poesia: «un tempo senza qualità», ovvero un tempo opaco, indistinto, in cui i volti, le età, le memorie, smettono lentamente di distinguersi. Anche la lingua sembra incrinarsi: «sé infiniti tempi ricordi età». Le parole perdono confine, trascinate nella stessa deriva della memoria. La poesia non osserva lo smarrimento dall’esterno: lo lascia accadere dentro il proprio respiro.
E poi quel verso durissimo, pronunciato quasi sottovoce: «e nessuno è mai salvo».
Fedeli non ha bisogno di alzare il tono, perché la sua forza sta proprio nella misura. La tragedia, nei suoi versi, arriva sottovoce.
Dopo questa diagnosi, la poesia non offre una redenzione. Offre qualcosa di molto più fragile, e forse proprio per questo più vero: Tieni almeno / tuo un mezzo sguardo il cielo con le nuvole / l’idea che si rimane comunque / nonostante.
Nonostante la dimenticanza, nonostante il tempo senza qualità, nonostante la confusione del sé, nonostante nessuno sia davvero al riparo, si rimane.
Rimanere, nella poesia di Fedeli, non è immobilità: è resistenza fragile, continuità ferita, ostinazione senza retorica.
Anche il paesaggio partecipa a questa condizione sospesa: «Piove a tratti / c’è malinconia nell’aria». La malinconia non appartiene più soltanto all’io: diventa clima, luce, atmosfera del mondo. E in questo mondo attraversato dalla perdita, «niente / più come nei poeti una poesia / incompiuta»: non forma totale, non canto salvifico, ma frammento, tentativo, residuo.
Una poesia incompiuta è una poesia che non finge di dominare la vita. La accompagna fin dove può. Si ferma prima della spiegazione definitiva. Lascia aperta la ferita e, insieme, la possibilità.
Dopo avere dichiarato che nessuno è mai salvo, la poesia lascia entrare una promessa tenue, quasi ironica, forse appena creduta: «Dicono di un anno / buono in tele per il vino e il Capricorno». Non per l’umanità, non per la storia, non per la salvezza. Per il vino e per un segno d’inverno. La speranza, se c’è, passa da lì: attraverso una formula laterale, un presagio da calendario, una fiducia piccola e un po’ sghemba.
E infine: Si è felici abbastanza si sorride.
Raramente la poesia contemporanea ha saputo dire la felicità con una misura così esatta. Non “si è felici” e basta. Non c’è pienezza, non c’è trionfo, non c’è pacificazione. C’è un avverbio che abbassa e salva insieme.
“Abbastanza” è la misura esatta della gioia elementare. Non la gioia assoluta, innocente, intatta. Una gioia sufficiente, imperfetta, che non cancella la malinconia, ma riesce a conviverci. Una gioia che non smentisce la perdita, ma la attraversa con un mezzo sguardo ancora rivolto al cielo.
La voce di Ivan Fedeli non pretende di salvare la vita dal suo disordine. Non trasforma il dolore in emblema, non monumentalizza la perdita, non consola con immagini definitive. Fa qualcosa di più difficile: custodisce la misura fragile del restare.
In fondo, la gioia elementare non è altro che questo: sapere che tutto passa e tuttavia resta. Sapere che nessuno è salvo e tuttavia trattiene qualcosa di sé. Sapere che la poesia è incompiuta e tuttavia continuare a darle voce.
Essere felici abbastanza. E sorridere, nonostante.
Viola Bruno
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Ma la felicità? La insegnano forse
i gerani appesi al sole la loro
pazienza domestica di aprirsi
ai colori nei balconi a settembre
o forse appartiene alle cose e non sai
di lei se non per istinto difetto
proprio quando ti sfugge in silenzio
nel cappotto stile anni Ottanta
o in qualche disegno di tuo figlio
bambino dove hai solo mani e capelli
e c’è un cuore sotto a dirti ecco sei
tu. Giorni da trasloco questi giorni
che separi le camicie dai giochi
i silenzi e i luoghi a destra la vista
dei tetti altrove le rondini in fuga.
Così felici abbastanza non troppo
noi come un bacio al ginnasio dato
di fretta dimenticato per sempre
poi prima di finire nel buio
in una scatola messa da parte
da chiudere con lo scotch rosso quello
che sigilla bene che dura una vita.
(da La gioia elementare, Pellegrini editore, 2025)
“Ma la felicità?” Ecco l’esordio dirompente, ecco la domanda delle domande: La felicità?
Non cos’è,
non si ha alcuna pretesa di definizione, ma dove
possiamo ancora coglierla, intuirla, impararla. Quasi a proseguire la traccia
segnata dalla immensa Wisława Szymborska ne “La fiera dei miracoli”: Un miracolo, basta/guardarsi intorno:/il
mondo onnipresente./Un miracolo supplementare, come ogni
cosa:/l’inimmaginabile/è immaginabile.
Nella poesia di Ivan Fedeli ogni cosa è viva nel suo miracolo e insegna come i “gerani” con la loro “pazienza domestica di aprirsi/ai colori nei balconi a settembre” o come un “cappotto stile anni Ottanta” testimonianza di una presenza amata che sfugge via o ancora il disegno di un bambino, cui basta poco per esprimere il proprio bene con “un cuore sotto a dirti ecco sei/tu”. Una poesia del quotidiano che respira di casa e intercetta le sue origini nel correlativo oggettivo coniato dal poeta e critico Thomas Stearns Eliot nel 1919, ma che adesso si espande in uno sguardo omnicomprensivo, che non si limita a far parlare gli oggetti, ma racconta la vita attraverso essi, i “loro insegnamenti”. Una peculiare “estetica dell’attenzione” in uno con il “valore della memoria” si intersecano a paradigmi di una poetica nuova, ultra contemporanea, che silenzia il lirismo all’interno di una camminata pacata, assorta, lenta, che narra le vicende di tutti i giorni come da una sedia a dondolo, dalla quale un nonno ricorda malinconico la bellezza dell’amore pur nel dramma pur della guerra.
L’epadanidiplosi “Giorni da trasloco questi giorni” segna l’inizio di un nuovo capitolo, alla stregua di un cambio di sguardo che sembra trasportare il lettore dall’essere affacciato alla finestra, a chiuderla tornando ai pensieri, un ritorno “al dovere” dopo una pausa all’aria aperta, insomma. La cifra straordinaria del nostro, infatti, consiste nell’accompagnare il lettore rendendolo pienamente partecipe, non solo di ciò che lui stesso-autore osserva, nota, disvela, ma anche dei suoi spostamenti: il lettore riproduce lo sguardo, i movimenti, i cambi di registro dell’autore filtrandoli nel proprio vissuto così da realizzare una metafora della vita nella vita stessa, sia nei versi che nel lettore.
“Giorni da trasloco questi giorni” postula un sospiro di arresa agli impegni che chiamano, che decretano la fine di una fase, che costringono a dire addio o a ricordare ciò che si era volente o nolente dimenticato, quei giorni in cui “separi le camicie dai giochi/i silenzi e i luoghi a destra la vista/dei tetti altrove le rondini in fuga”.
Da qui il cambio di prospettiva: la felicità
dapprima richiamata e “vista” nei gerani, nel cappotto, nel disegno di un
bambino, diventa “abbastanza, ma non
troppo” e si torna indietro, come in un flashback, al “noi” dentro “un bacio al ginnasio dato/di fretta dimenticato
per sempre”, dentro i primi, acerbi amori, più percepiti nella solitudine di
un turbine interiore, quanto difficili da gestire nella relazione con l’altro,
così facili da dimenticare e/o sostituire.
Quel turbine, quell’afflato amoroso appena rievocato, appena riportato in vita viene poi accantonato “in una scatola messa da parte”. Il valore della memoria, sopra accennato, quale tratto distintivo dello stile poetico del nostro, agisce legando a doppio nodo il rito domestico del trasloco al ricordo dei primi palpiti più sussurrati che vissuti. Un ricordo che sarà custodito con cura insieme all’anima delle cose racchiuse in quella casa, prima che vadano perse del tutto nell’oblio (“prima di finire nel buio”). Tutto un mondo raccolto dentro una scatola, da sigillare bene con lo scotch rosso quello che dura una vita.
Stefania Giammillaro
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È un giorno di periferia
parlano di calcio giovani armeni
sulle scale mentre al primo piano
la Livia traduce dal greco aspetta
un marito forse che porti via
anche lei da qui così si fa bella
la sera sorride invidia i vicini
se scendono rumoreggiando un po’
la mano nella mano. Di questo e altro
conosci tu che poi associ all’amore
cose tremendamente vicine e
lontane in un attimo dopo il garage
in affitto le pozzanghere a lato
della strada e i salti per evitare
l’acqua i ricordi la vita che va.
(da La gioia elementare, Pellegrini editore, 2025)
Partiamo in medias res. La scena è un palazzo di
periferia in un giorno qualsiasi. Un giorno di settimana, forse un mercoledì di
pioggia, come per Moretti. Le scale
individuano il Condominio, i giovani Armeni danno il senso del cambiamento
etnico e sociale delle nostre periferie. Giovani, stranieri, voce alta, vita
che passa. E poi c'è Livia che traduce dal greco. Un personaggio che ricorda la ragazza Carla di Pagliarani. Stesso ambiente, stesse speranze di fuga. Stessi gesti
meccanici, stesse stratificazioni sociali.
La periferia è anche
questo. Uno stato d'animo. Aspettare un marito che “porti via da qui”. Un amore immaginato più che vissuto. Si prepara,
si fa bella, invidia chi scende mano nella mano.
Fuori di questo piccolo
mondo chiuso, un altro mondo di cose e gesti. Un garage in affitto,
pozzanghere, salti per non bagnarsi. Due mondi apparentemente senza contatto.
Una casa e la strada, la speranza e la realtà.
E tutto Fedeli lo racconta senza giudizio.
Senza esasperare i toni. Senza retorica da telegiornale, senza degrado esibito
e reso spettacolo. Vita qualunque.
Per dirla con Saba, Fedeli non usa parole alte, ma un lessico basso e preciso. Trite
parole per lo più, usate spesso ed un po' da tutti, come verbi concreti (parlano, traduce, aspetta, scendono, rumoreggiando, salti), dettaglia (garage
in affitto, pozzanghere, mano nella mano) .
Il ritmo è dettato dal
parlato, da un racconto quasi fotografico, come in molto Gozzano, come in certo Raboni.
Certo viene da pensare al Corazzini che dice "che per essere poeti bisogna
vivere ben altra vita". Fedeli si mette di lato, riduce ogni impatto del
soggetto poeta, si eclissa nelle cose. La sua poesia intenzionalmente non
diviene mai "Poesia”.
Racconta il poeta
il "detrito della vita", un crocevia di anime, una mescolanza di
attesa, migrazioni, sogni già spenti. Questo è quello che Mauro Ferrari chiama “etica del quotidiano”. È il Pasolini delle periferie. Ma senza
ideologia, senza esaltazione di una purezza originaria. E se anche emerge una Weltanschauung, sono le cose ad
offrirla, non le parole dell'io poetico.
Dal punto di vista
retorico, si segnalano le costanti accumulazioni, l'eliminazione della
punteggiatura con l'unica eccezione del punto fermo. Tutto è ritmo, movimento.
Fedeli si concede qualche enjambement, come a voler riprendere il fiato
da "questa vita che va".
Di rilievo il chiasmo
sintattico (la sera sorride invidia i vicini), l'epanadiplosi, quasi epizeutica
(la mano nella mano), l'ossimoro "cose tremendamente vicine e
lontane", e la straordinaria paranomasia "vita che va", in cui il secondo termine è contenuto nel primo,
con misura.
È una maniera retorica
equilibrata, affabile, mai esplosa, mai esibita. Poesia di cose e non di
parole.
David La Mantia
Melania Valenti
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Ivan Fedeli, è
nato a Monza nel 1964. Insegna materie letterarie e si occupa di scrittura
creativa. Ha pubblicato diversi percorsi poetici: Abiti comuni (Il Ponte
Vecchio), Una religione di parole (La Fenice), Dialoghi a distanza nel volume Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Vie di fuga (Biblioteca
di Ciminiera – GED edizioni), Un mondo mancato (Il Foglio). Sue
poesie sono apparse su alcune riviste letterarie. Si sono occupati della sua
produzione poetica Raffaele Crovi, Alberto Bertoni, Mara Cini. È redattore
della rivista Le Voci della Luna e socio di Milanocosa dal 2005. Collabora con
la casa editrice Puntoacapo di
Cristina Daglio e Mauro Ferrari. La gioia elementare è la sua ultima
opera in versi, pubblicata per i tipi della Pellegrini Editore nel 2025.


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