LA LINGUA MISTERIOSA DELLA POESIA - Anna Spissu - La poesia breve: dove il mistero si fa più profondo (Parte prima: le origini)

Anna Spissu



Il mondo in cui viviamo è costantemente “bombardato” di parole. E si sa, alla fine nella quantità, nel diluvio, è facile smarrire il senso di quello che si dice e che si ascolta. La poesia, da questo punto vista, rappresenta un’isola felice, per la costante ricerca dell’essenza delle cose, dei sentimenti, degli eventi, per l’inarrestabile tentativo di avvicinarsi ai misteri. Una vetta altissima scalata con le parole, una cima irraggiungibile, eppure non c’è poeta che non abbia tentato. Ma quante parole servono per questa scalata? 

Prima di diventare poesia, gli haiku furono in origine un divertimento della borghesia giapponese. Siamo nel millecinquecento e per dedicarsi o eccellere in questo “passatempo” non serviva nemmeno una grande cultura, bastava essere bravi con l’uso della lingua e essere dotati di arguzia. Verso la fine del seicento la passione per gli haiku aveva contagiato tutte le classi sociali come una specie di gioco di società.  Poteva continuare così, ma il destino degli haiku era diverso. 
Nel 1644 a Iga Ueno nacque Matsuo Manefusa, in arte Basho.  Rimasto orfano all’età di quattordici anni, Basho entrò al servizio di Kazue Yoschitada, un giovane della famiglia Todo (la famiglia che governava la cittadina di Iga Ueno). Anche se Basho entrò a servizio con umili mansioni (forse come  cuoco o sguattero), fra i due giovani ci fu affiatamento per il comune interesse verso la letteratura.  Alla morte del giovane padrone, Basho abbandonò il servizio: per lungo tempo non si seppe più nulla di lui, se non quello che alcuni studiosi suppongono e cioè che si sia dedicato agli studi dei testi classici e alla filosofia Zen. Fra il 1674 e 1675 si trasferì a Tokyo e qui ebbe inizio una nuova fase della sua vita e della sua poetica. Si dedicò alla ricerca di un nuovo modo di fare poesia non più finalizzata a ricavare un effetto brillante o comico, ma qualcosa di più profondo e sentito. Nel 1680 si trasferì fuori città dove un suo allievo gli regalò una musacea ( in giapponese Basho) che crebbe rigogliosa nel suo giardino: da allora la sua casa venne chiamata Basho-an, casa di Basho. E da allora il poeta cominciò a firmarsi col nome di Basho.
A partire da lui l’haiku “dà l’impressione di questa meravigliosa vacuità dalla quale sorge improvvisamente l’avvenimento”. Tre versi composti da 17 sillabe (5-7-5) dicono l’essenziale, talvolta sembrano persino banali, ma a un’attenta osservazione ci si può rendere conto che emanano qualcosa di sottilmente segreto, come se ci apparisse qualcosa di non visto sebbene fosse sotto i nostri occhi o evidente nel nostro sentire. L’haiku infatti non ha nessuna parentela con l’astrazione, è sempre concreto ed è nella contemplazione di ciò che è davanti agli occhi che il poeta può percepire l’armonia dell’universo e penetrarne i segreti. 
Proprio a motivo di questa concretezza, gli haiku non hanno titolo: nulla deve suggerire qualcosa di diverso o in più di quello che è scritto nei tre versi. Per evitare qualsiasi descrizione superflua, gli haiku hanno una sorta di codice: ciascun componimento deve essere collocabile in una certa stagione. Così gli haiku si classificheranno in 5 stagioni (il Nuovo Anno è una quinta stagione) e se il poeta non vorrà esplicitare il nome della stagione, utilizzerà alcune parole chiave per esempio la parola luna per il lettore giapponese evocherà la luna piena e quindi l’autunno, così come se aggiungesse la parola brumosa sarà evidente al lettore che si tratta della luna di primavera, così come la parola hana (fiore), essendo usata per designare i fiori di ciliegio, riporterà immediatamente alla primavera. 
E ora? Vogliamo guardarli da vicino gli haiku? Vogliamo immergerci e sentire la profondità del mistero verso il quale ci guidano i tre versi? 

 
Il profumo dell’orchidea 
penetra come incenso
le ali di una farfalla.
/////
Ammalata, un’oca selvatica
scende nel freddo della notte
e s’arresta il viaggio.
/////
In questa strada
non vedo un’anima: 
tramonto d’autunno. 
/////
Nell’umidità
un fiore di magnolia
dal verde sbocciato
/////
Il nuovo stagno 
si tuffa una rana-
non un rumore!
/////
Vento invernale
un uomo, sguardo fisso
passa a cavallo
/////
La siepe spoglia
gli uccelli vi si posano 
mattina di neve
/////
Il vento estivo 
posa nella mia zuppa
peonie bianche. 
/////
Il ladro fuggito 
ha lasciato soltanto 
la luna alla finestra. 
/////
Come ubriaco
un passo dopo l’altro-
vento di primavera. 


Leggiamo e ci troviamo improvvisamente trasportati in una bolla del tempo e dello spazio, isolati dal resto del mondo. Stiamo guardando quella farfalla che vola davanti a noi, il profumo dell’orchidea è così forte che attraversa anche la materia fragile delle ali. Non c’è altro. Eppure qualcosa è accaduto, sentiamo che in quei tre versi è racchiuso un minuscolo e misterioso pezzo di universo, ora lo abbiamo visto, ne siamo partecipi.   
Così è per la sorte dell’oca selvatica, per la strada deserta e il tramonto d’autunno, per quel fiore di magnolia che sboccia dall’umido, così per la rana, per la peonia, per l’uomo che passa nel vento e finanche i versi sul ladro lasciano intatto il mistero come quello che si potrebbe osservare in un dipinto raffigurante una finestra attraverso la quale si vede la luna e nel buio si vede, si intravede o forse si possono solo immaginare le tracce del fuggitivo. Che cos’è rimasto nella casa derubata non si sa, nemmeno si sa della casa stessa o di chi la abita, né del luogo, né dei sentimenti dei derubati. Siamo in una bolla, stiamo solo guardando un punto preciso dell’accaduto del mondo. Il mistero è accanto a noi, ci circonda. 


Testi:
Basho “Haiku e scritti poetici” La Vita Felice 2012
Ryokan “Novantanove Haiku” La Vita Felice 2011
Alan W. Watts “Le Bouddisme zen” Payot, Paris 1060 p.201 

 

 


  


 

















Commenti

Post più popolari