INCROCI - Iolanda Cuscunà- Mahmoud Darwish e Tamar Ben-Ami. Il posto per l’umanità e l'amore

 

Iolanda Cuscunà


“Rita è un nome, Rita è un segreto”. Per decenni Mahmoud Darwish ha risposto così a chi cercava il volto della donna a cui aveva dedicato i suoi versi più struggenti. Si pensava a un simbolo, a una metafora della Palestina perduta. Invece Rita aveva un corpo e una bandiera: si chiamava Tamar Ben-Ami, era israeliana ed è morta il 24 febbraio scorso. La loro storia, svelata nel 2014 dal documentario della regista arabo-israeliana Ibtisam Mara’ana : “Write down, I am an Arab”, trasforma un verso di resistenza — l'ordine di registrare un’identità calpestata — nel resoconto di un amore impossibile.

Scrivo all’indomani del 25 aprile, mentre la memoria della Liberazione dal nazi-fascismo si scontra con il presente di un popolo, quello palestinese, sotto sterminio. In un tempo in cui la pacificazione appare come un miraggio e le piazze si dividono in fazioni, la storia di Darwish e Tamar smette di essere un fatto privato e diventa un manifesto sulla Libertà.

“C’è posto per la terra, per la lotta, per l’identità. Ma c'è posto anche per l’umanità e l’amore”, diceva Darwish. “La domanda è: cosa avremo fatto per la nostra libertà personale?”.
Questa libertà non è un concetto astratto: è l'atto politico di scegliere la verità di un incontro nudo contro la finzione dei confini tracciati col sangue.

 Nel 1962 Mahmoud aveva vent’anni e Tamar sedici. Lei ballava in un gruppo misto, sfida vivente alla separazione; lui la guardava. Si amarono per cinque anni in lingua ebraica, l'unico ponte possibile tra due abissi. Amarsi fu un esercizio di disobbedienza.

Anche quando la guerra del 1967 spezzò il legame fisico e la famiglia di lei impose il distacco, le loro lettere continuarono a viaggiare, progettando incontri clandestini a Parigi mentre Darwish diventava il volto dell'OLP. La sua lotta per la Palestina non ebbe mai bisogno dell'odio verso l'altro: la sua libertà consisteva nel rivendicare un'identità senza mai farsi accecare dal nemico. Sapeva distinguere l'occupante dall'essere umano. E proprio questa sua capacità ha reso grande ed eterna la sua parola. Nel documentario di Ibtisam c’è una scena molto toccante: quella di un maestro che legge ai suoi piccoli allievi, bambini palestinesi, la poesia Fakkir bi-ghayrika (Pensa agli altri) e l’interroga poi sul suo significato. Nel video qualcuno dice “ogni paese ha il diritto di esistere”, qualcun altro “non solo i palestinesi, tutti meritano i loro diritti”. Parole fortissime, soprattutto riascoltate oggi. Viene da domandarsi quale sia stato il loro destino e se i versi, alla luce di questo disastro contemporaneo, abbiano perso la loro forza. Io non credo.

Anzi. Ed incrocio allora la storia di Darwish e Tamar a quella della regista araba Ibtisam Mara’ana

Ibtisam vive a Tel Aviv e ha sposato un ebreo israeliano da cui ha avuto una figlia. Lei ha scelto di mostrare la vita delle minoranze e nello stesso tempo, con i suoi documentari, sostenere un confronto che apra alla pacificazione perché “le guerre corrompono tutto: il corpo, la mente e soprattutto l’anima”.

La poesia e l’arte, continuano ad aprire varchi. La parola cerca spazio. E la libertà, nonostante tutto, cerca ancora un luogo dove restare umana.

 

Rita e il fucile

 

Fra Rita e gli occhi miei

un fucile si leva.

chi Rita conosce s’inchina

e prega

il dio che è negli occhi di miele.

Ho baciato una Rita bambina,

e lei si è stretta a me,

ricordo…I suoi capelli

mi coprivano il braccio.

Ricordo Rita

come l’uccello ricorda

la fontana che è la sua.

Oh, Rita!

n milione di immagini

un milione di uccelli

un milione di appuntamenti

sono stati assassinati da un fucile.

Il nome di Rita, festa per le mie labbra.

Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.

Per due anni, mi sono perduto in lei.

Per due anni lei si è distesa sul mio braccio,

uniti nel fuoco delle nostre labbra,

due volte resuscitati

Oh, Rita!

Chi poteva sciogliere i nostri sguardi,

prima che si levasse un fucile?

Oh, notte di silenzio! C’era una volta… all’alba una luna è calata …

Lontano, in occhi di miele

E la città ha cancellato

E Rita e le canzoni…

Fra Rita e gli occhi miei,

un fucile si leva.

 

*

Pensa agli altri di Mahmud Darwīsh

“Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,

non dimenticare il cibo delle colombe.

 

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,

non dimenticare coloro che chiedono la pace.

 

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,

coloro che mungono le nuvole.

 

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,

non dimenticare i popoli delle tende.

 

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,

coloro che non trovano un posto dove dormire.

 

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,

coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

 

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,

e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio”.

 

Un altro giorno verrà 

Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,

alla metafora trasparente,

compiuto, diamantino, di visita nuziale, soleggiato, fluido, allegro.

Nessuno sentirà alcun bisogno di suicidio o di migrazione.

Poiché ogni cosa, fuori del passato, è naturale e vera, sinonimo dei suoi attributi originari.

Come se il tempo oziasse in vacanza… “Prolunga il bel tempo della tua grazia. Illùminati nel sole dei tuoi seni di seta,

e aspetta l’arrivo della buona novella. Poi,

potremo crescere. Abbiamo ancora tempo

per crescere dopo questo giorno…”

Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,

dal cenno canterino e dal saluto e verbo azzurri.

Tutto è femmineo fuori del passato,

l’acqua scorre dalle mammelle della pietra.

Nessuna polvere, nessuna siccità, e nessuna sconfitta.

E le colombe dormono in un carro armato abbandonato quando non trovano un piccolo nido

nel letto degli amanti.

 

 _______________

 

Mahmud Darwish nasce nel 1941 ad al-Birwa, nell’alta Galilea. Con l’espulsione di massa dei palestinesi, e la costituzione dello stato di Israele (1948), il suo villaggio viene distrutto. La sua famiglia si rifugia in Libano. La sua vita è segnata dall’esperienza dell’esilio in Europa e, nel mondo arabo, in Egitto, in Libano e a Tunisi al seguito dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, del cui consiglio esecutivo fa parte dal 1987 al 1993. Dopo gli accordi di Oslo (1993) rientra nella sua terra e vive tra Ramallah, in Cisgiordania, e Amman, in Giordania. Muore il 9 agosto 2008 per un delicato intervento al cuore.

*

Tamar Ben Ami Haifa 1947 – Berlino 2026

Tamar Ben Ami era una coreografa e artista israeliana, apprezzata soprattutto per i suoi lavori con la celebre compagnia Batsheba, per cui ha vinto vari premi, in Israele e all’estero. Negli ultimi anni della sua vita si era trasferita a Berlino, dove è venuta a mancare il 24 febbraio 2026.

 




 

Riferimenti:

La poesia Rita e il fucile è tratta dal web.

La poesia Pensa agli altri è pubblicata da Lorusso Editore edizione italiana e araba.

La poesia Un altro giorno verrà fa parte della raccolta Non scusarti per quello che hai fatto, Crocetti Editore.

 

 

 


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