IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - La promessa di Manzoni
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«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura
del senso comune.»
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[A.Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXII] |
Quando
Manzoni decise di dedicarsi alla
scrittura de I promessi sposi la sua intenzione primaria era modernizzare
il panorama letterario italiano, introducendo un genere - quello del romanzo
appunto - che di fatto da più di un secolo spopolava in Francia, in Inghilterra
e in altre zone dell’Europa settentrionale. Qui il romanzo era nato come genere
letterario prevalentemente borghese, rivolto a quelle nuove classi sociali che
si erano arricchite grazie alla rivoluzione industriale e che anelavano al
raggiungimento di uno status culturale (e politico) adeguato alla nuova
posizione. Nella nostra penisola, l’arretratezza
economica e politica avrebbe slittato di più di un secolo la comparsa di questa
componente e vincolato, più del dovuto, la produzione letteraria a modelli
vetusti, rivolti alla consueta e consunta élite di ascendenza religiosa o nobiliare.
Di tutto questo Manzoni aveva acquisito salda consapevolezza fin da giovane; prima per colpa
della rigida formazione scolastica, voluta dal padre presso i più rigorosi istituti
religiosi; poi, per merito dell’intraprendente madre, grazie alla frequentazione
dei più vivaci circoli intellettuali parigini; quello degli ideologues, in
particolare, che lo aveva messo in contatto con le frange più innovative e
fresche della cultura a lui contemporanea. Insomma Manzoni aveva compreso con
chiarezza e in breve quanto la letteratura circolante nella penisola fosse
arroccata su posizioni antiquate e conservative, non più in linea con le diffuse
esigenze di trasformazione. Parimenti dovette presto capire che, se di
rinnovamento si voleva parlare, occorreva uno strumento linguistico adeguato a
condurre tale discussione. La questione della lingua era stata e continuava ad
essere, in un’Italia non esistente ancora come tale, un problema di assai difficile
risoluzione. Di proposte per dirimerla, nel corso dei secoli, ne erano state
fatte tante: dalla ‘teoria classicista’ di Pietro
Bembo, che perpetuava l’uso del toscano letterario del Trecento, a quella ‘cortigiana’
di Baldesar Castiglione, che proponeva
di conciliare la base toscana con l’uso delle varie corti italiane, fino a
quella più moderna e viva di Machiavelli,
che teneva conto delle esigenze del parlato e della necessità di usare una
lingua versatile e coerente coi tempi. Com’è risaputo, nonostante l’impossibilità
di sedare in maniera definitiva la discussione, la soluzione prescelta fu la
prima: adottare il modello linguistico di Petrarca
per la poesia e quello di Boccaccio
per la prosa; una scelta che certo era di comodo, perché forniva immediati testi
di riferimento e preservava un’idea di continuità culturale della nostra penisola,
ma che era al tempo stesso inadatta alle esigenze di vita concrete, visto che
poggiava su una lingua vetusta, di fatto solo scritta e non parlata.
Nel
mettere mano al suo romanzo, Manzoni si apprestava a portare al pettine tutti
questi nodi, col destino di scioglierli seppur nell’arco di più di vent’anni e di
ben tre redazioni. La prima stesura del romanzo, col titolo Fermo e Lucia,
risale al 1821-1823. A parte la struttura meno flessibile e meno ponderata,
essa presenta una lingua lontanissima da quella che poi verrà adottata
nell’edizione a stampa: Manzoni ricorre a una sorta di pastiche in cui
trovano spazio, sulla base toscana, latinismi, francesismi, provenzalismi,
termini ed espressioni lombarde. Una lingua artificiosa insomma e artefatta,
che indusse l’autore a non tentare neanche la pubblicazione dell’opera, di cui
iniziò subito un’attenta opera di riscrittura. Ne nacque la famosa ‘ventisettana’
ossia la prima edizione – messa a stampa nel 1827 - recante il titolo I
promessi sposi. In essa Manzoni aveva realizzato una corposa opera di
omogenizzazione linguistica, adattandosi gradualmente al toscano letterario ma
cercando anche di ravvivarne il tono col ricorso a un lessico meno aulico e più
adatto all’orecchio contemporaneo. Anche la struttura narrativa aveva subito
grossi cambiamenti, arrivando in buona sostanza a quella che poi sarebbe
diventata la trama definitiva. Il successo fu immediato, anche se questo non
bastò a soddisfare le puntigliose aspettative del nostro autore. Chi ha qualche
frequentazione con Manzoni sa bene quanto il suo perfezionismo fosse prossimo
alla nevrosi conclamata. Perciò non stupisce che, senza nemmeno assaporare i
frutti del successo, egli ne abbia subito iniziato una terza profonda revisione:
quella famosa “risciacquatura in Arno” di cui più o meno tutti abbiamo,
almeno una volta, sentito parlare durante la carriera scolastica. Con tutta l’encomiabile
serietà che gli si confaceva, Manzoni si trasferì a Firenze per ascoltare dalla
voce viva dei fiorentini colti come quella lingua letteraria, che grazie ai
grandi autori del Trecento era diventata patrimonio condiviso, si fosse nel frattempo
modificata e adattata ai molteplici cambiamenti sociali, politici, culturali. La
“risciacquatura” durò ben tredici anni e giunse all’ultima e definitiva facies
del capolavoro manzoniano: l’edizione ‘quarantana’, pubblicata a fascicoli
tra il 1840 e il 1842 e corredata, come pregio antiplagio aggiunto, dalle
illustrazioni di Francesco Gonin. Sul
piano linguistico ne venne fuori un risultato ambizioso e insperato: quella lingua
toscana che era già stata di Dante,
di Petrarca e di Boccaccio risultava svincolata ora dal legame esclusivo con la
tradizione aulica; aggiornata nel lessico, nelle strutture sintattiche e nello
spirito perché colta in un contesto concreto: quello della vita fiorentina quotidiana.
Un mezzo nuovo che poteva fungere da moneta di scambio culturale, politico, sociale
per tutti gli abitanti di una penisola frammentata, complessa, disgiunta. Risulta
abbastanza complicato dire quanto l’idea linguistico-letteraria di un’Italia
unita abbia influito sulle effettive esigenze politico-sociali e viceversa; fatto
sta che, mentre si faceva idealmente largo un primo germinale concetto di
nazione, Manzoni regalava ai potenziali italiani un credibile strumento di
espressione. Tanto credibile che - subito dopo l’unificazione - Emilio Broglio, primo ministro della
Pubblica Istruzione, volle affidare a lui la presidenza della commissione nominata
per risolvere la questione linguistica della nuova nazione. Divisa nello
spirito e nelle intenzioni, tale commissione comprese due sezioni: una
milanese, presieduta dallo stesso Manzoni, e una fiorentina, coordinata da Raffaello Lambruschini. Nel marzo del
1868, a distanza di pochissimo tempo, Manzoni presentò ad essa la relazione Dell'unità
della lingua e dei mezzi di diffonderla, in cui ribadiva la necessità di
adottare il fiorentino parlato dalle persone colte come lingua nazionale. A
maggio dello stesso anno, però, per via dei crescenti contrasti con la sezione
fiorentina, legata a un modello più classicista e tradizionalista, il
presidente rassegnava le dimissioni. Eppure, le sue idee restarono decisive: il
ministro Broglio, sciolta la commissione, istituì una giunta per compilare il Novo
vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze, pubblicato a
partire dal 1873 e basato sui principi manzoniani. Dopodiché l’istruzione
pubblica, i nascenti mezzi di comunicazione di massa, la leva militare e tanto
altro ancora completarono la complicata storia dell’acquisizione di una lingua
unitaria.
Forse
vi chiederete perché abbia sentito il bisogno di ripercorrere la storia de I
promessi sposi e dell’unificazione linguistica della nostra nazione; in
primo luogo per chiarire, in tempi che avallano una certa confusione culturale,
quale imprescindibile valore storico-linguistico abbia avuto il romanzo manzoniano;
e già questo dovrebbe bastare per motivarne la lettura e lo studio nelle scuole.
Ma c’è anche altro, perché - vedete - una proposta linguistica, per quanto
possa risultare interessante e gradevole, non potrebbe mai imporre il proprio modello
se non fosse corroborata da contenuti di pari tono e valore. A dispetto del suo
carattere ombroso e del suo doloroso vissuto famigliare, Manzoni riesce a donare
al suo lettore uno sguardo lucido e un brillante tono ironico per tutta la
durata della narrazione; ma non solo, come a tutti i grandissimi romanzieri
riesce bene fare, sa costruire dinnanzi agli occhi degli altri una gamma variegata
e indimenticabile di ritratti. Sicché, superata qualche difficoltà ermeneutica
nelle parti più propriamente storico-saggistiche dell’opera, mi viene davvero
singolare pensare che un lettore italofono medio non riesca a capire la tragicità
perversa della storia di Gertrude o
il tormento profondo della scura notte dell’Innominato; che non possa comprendere
agevolmente la potente riflessione sull’umano portata avanti da Lodovico divenuto fra’ Cristoforo o la
lenta trasformazione di Renzo che da
ingenuo ragazzotto di campagna diviene uomo scaltrito e navigato; che non
riesca a cogliere la purezza luminosa nascosta nell’anima di Lucia o la
tracotanza arrogante di un Don Rodrigo
che sente di poter piegare il mondo a proprio piacimento. Il romanzo manzoniano
riesce a creare nel lettore un immaginario solido, a scolpire nella memoria delle
figure e delle scene che difficilmente verranno sradicate dal bagaglio
culturale di chi riesce a farle proprie. Senza considerare che ogni immagine, ogni
contesto, ogni personaggio si fa portavoce di un filo che non è solo narrativo
ma ideologico. È così che Manzoni ci parla di violenza e di potere, di
ingiustizia e di assoluzione; ci parla di padri narcisi che sacrificano la vita
dei figli in nome del prestigio personale e di madri che sanno amarli con
profonda dignità fino alla fine; ci parla di errori inenarrabili ma anche di
opere immense di restituzione; ci parla di trasformismo politico e di folle che
si fanno soggiogare da esperti truffatori; ci parla di Dio ma anche della
difficoltà estrema di coltivarne l’illusione. Ci parla di una complicatezza
dell’essere, che è complicatezza dell’esistere, e anche del conoscere. Se solo oggi non fosse così invalsa l’idea
che tutto debba essere facile, rapido e di presta deglutizione, si potrebbe
tenere nella giusta considerazione l’opportunità della fatica, dell’errore,
dell’accesso a un sapere che possa non solo mettere alla prova ma anche affinare
le personali capacità di comprensione. Istruire, d’altronde, dovrebbe voler
dire preservare e trasmettere non la banalità ma la complessità in quanto tale,
perché è per questa strada accidentata e polisemica che i classici hanno saputo
parlare in modo diverso e al tempo stesso simile a milioni di persone.
Bibliografia
essenziale:
Carlo
Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, 1999, Einaudi
Giulio
Ferroni, Storia della letteratura italiana - dall’Ottocento al Novecento, 1991,
Elemond
Alessandro
Manzoni, I promessi sposi, 1996, Garzanti


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