FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Per un vangelo della fame. La primavera del pane quotidiano
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| Deborah Prestileo |
A volte Dio parla attraverso una canzone pop, infilando una frase minuscola tra le crepe della giornata finché non raggiunge il punto più vulnerabile del corpo – quel luogo inaccessibile del cuore in cui ogni fame diventa desiderio di comunione. Succede raramente: tu sei seduta lì, convinta di stare ascoltando Luca Carboni e ti ritrovi con lo sterno aperto da parole piccole, semplici
E
all’improvviso il Padre Nostro smette di sembrare una formula da catechismo
imparata male a otto anni e torna a essere quello che è sempre stato: uno
scandalo. Perché Cristo, in Mt 6, 11,
avrebbe potuto insegnarci a pregare per qualsiasi cosa: un mutuo sostenibile, un po’ di autostima, la persona giusta,
la pace interiore, almeno una vaga
regolazione del sistema nervoso. E invece no. Pane. Quotidiano. Nemmeno il pane
del mese – quotidiano. Cioè: sufficiente soltanto a non morire oggi.
Il
Cristianesimo è pieno di questo genere di oscenità spirituali. Noi vogliamo una
cassaforte sentimentale e il Vangelo continua a parlarci di semi, vigne,
lievito e pescatori analfabeti. Tutta gente che vive dell’imprevedibile,
costretta a fidarsi del tempo, del clima, dell’invisibile. Per questo il pane
quotidiano è un’immagine così scabrosa: benedice l’incertezza anziché
eliminarla.
Il pane è sacro perché non dura: costringe l’amore alla liturgia del ritorno. Nessuno può accumulare il pane di una vita intera: bisogna fidarsi abbastanza da attendere il forno acceso dell’alba successiva.
Non è, come pensiamo, il miracolo arrogante
Non so quando abbiamo iniziato a convincerci del contrario, ma non è vero che l’abitudine consuma l’amore: al contrario, lo impasta e lo lievita lentamente. Abbiamo lasciato che ci convincessero che fosse il cimitero della gioia, la muffa dei sentimenti. E invece no: l’abitudine è il luogo in cui l’amore prende carne: una tovaglia apparecchiata, la fedeltà al lavoro delle mani… C’è qualcosa di profondamente sacro nella ripetizione di certi gesti, qualcosa che il nostro tempo, ubriaco di intensità e prestazione emotiva, non riesce più a comprendere: pretendiamo il miracolo senza accettare il tempo umido e invisibile della lievitazione, senza farci figli della pasta madre.
Attraversando
queste parole, si sente l’urgenza di prendere voti di povertà: la volontà di
ricevere il pane caldo di oggi senza trasformarlo immediatamente nel terrore
della fame futura; credere
nel pane di domani, lasciare
che ogni giorno
abbia la sua cura e la
sua fame. Anche
Dio, nel Salmo 145, sembra avere la
stessa preoccupazione: nutrire il mondo con le mani
Tu apri la tua mano e sazi ogni vivente
Mi commuove l’idea di un Dio che non si impone attraverso la potenza, ma attraverso la continuità di un gesto così meravigliosamente elementare. Un Dio che assomiglia meno a un sovrano e più a una madre insonne che, nel cuore della notte, offre il seno a un bambino affamato: il sacro che non domina, ma che allatta. Forse è per questo che l’ultima cosa che Cristo fa prima di morire è apparecchiare una tavola e cenare con i suoi amici, mentre il tradimento è già seduto accanto al vino. Spezza il pane, versa da bere, trasforma un pasto in una forma di liturgia domestica. Il pane condiviso dice una cosa molto semplice: la vita continua soltanto finché qualcosa passa di mano in mano. Finché qualcuno offre, finché qualcuno si lascia nutrire. Gli ebrei nel deserto lo avevano già imparato con la manna: ogni volta che cercavano di conservarla per paura del giorno dopo, imputridiva. Il nutrimento trattenuto per terrore marcisce, eppure continuiamo a costruire architetture interiori raffinatissime per proteggerci dalla fame, dall’abbandono, dalla dipendenza, dalla vulnerabilità. Vogliamo essere preparati a tutto: al dolore, alla perdita, persino all’amore. Così passiamo anni a fortificare il cuore come una città assediata, senza accorgerci che nessuno vive davvero dentro una fortezza. Si sopravvive, al massimo. Perché il problema della paura è che non si limita
a evitare le ferite: restringe
la capacità di ricevere. E a
forza di stringere i pugni per trattenere ciò che abbiamo, diventiamo incapaci perfino
di accogliere ciò che arriva.
E allora la conversione al bene è qualcosa
di infinitamente più umile e difficile: la lenta rinuncia
a stringere i pugni. E, finalmente,
si inizia a percepire la stanchezza di questa struttura, persino la sua
inutilità – se comparata alla grazia di ciò che è semplice: il germoglio che
non ha la forma di uno slancio eroico, ma quello di una dolcissima resa, come
se l’anima stesse imparando lentamente la fiducia elementare dei semi, che si
lasciano spaccare dalla terra pur di nascere. Qualcosa vuole smettere di
prevedere ogni inverno, desidera assecondare il ritmo più umile delle
stagioni. Imparare la luce della
primavera, affidarsi alla precarietà
dell’autunno. Mi
sembra che tutta la natura funzioni così. I semi, soprattutto. Nessun seme
resta intatto per diventare fiore. Per nascere deve rompersi, lasciarsi aprire
dalla terra, attraversare una piccola forma di morte. Così, in Gv 12, 24
Se il chicco di grano non muore, rimane solo Rimane solo. È
questa la vera tragedia dell’invulnerabilità: salva dalla ferita, ma impedisce
la fioritura. Tutto ciò che è vivo accetta di essere trasformato: il pane deve
essere spezzato, la terra deve aprirsi, i semi devono
cedere alla primavera. E forse anche la fede, alla fine, è qualcosa di
molto semplice: fidarsi del fatto che, nonostante tutto, ogni giorno qualcuno
impasta amore, che ogni domani un pane verrà messo in forno è Dio che si sveglia
all’alba… |


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