FLUSSI E VISIONI - ZEUDI ZACCONI - "L’angelo e l’uomo : l’incontro"
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| Zeudi Zacconi |
Siediti e resta, dolce creatura
di te io ho bisogno, anima pura
di te che cammini su punte di seta
– scàlzati gli
occhi
così che tu veda quello che tocchi.
***
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[Foto di Mario
Giacomelli]
Presenze, prendono forma
d’aria in una inconsistente tela di velluto, un effluvio muto e nudo questo
dilatare. Momenti. E si dipana il tempo, siamo molecole, rivestite di
intuizioni – ferme a guardare – pronte a svanire se non facciamo presa sul
presente, se non facciamo presto ad incrociarle. Come si incrociano messaggi
sul cammino. Ritardi e piume. Visioni. Dal vetro opalescente di negozi e cecità
appaiono creature, innumerevoli segnali. Siamo toccati in ogni istante, noi rivestiti
di disattenzioni. Noi specchi per l’assenza. Noi fogli di giornale – e
leggerissimi – aneliti sospesi e manichini senza nome. Ci perdiamo, per
ritrovarci altrove e sparsi. Siamo sembianze mescolate, tessuti e voli. Senza
più occhi dentro ai volti. Dall’alto verso il basso ci guardiamo, così
distanti. Filtri di parole scritte addosso, da decifrare lontananze. Angeli e
umani scivolare, gli uni sugli altri, forme incolore. Precipitiamo. E le ali
già dismesse resteranno – cicatrici sulla schiena, mani giunte sopra al petto a
ricordarci: non siamo pronti alla caduta. Restiamo accanto – solo per salvarci.
Assenti camminiamo, e
dentro queste stanze come distrazioni, schermi a ricercare la parvenza di noi
stessi. Schemi a riprodurre. Scrollare come scivolare. Scrollarci di dosso chi
siamo. Per poi crollarci addosso. Dove ci incontriamo per davvero? Dove ci
salviamo? Se il punto esatto in cui ti tocco non mi tiene, cado nell’oblio di
ciò che sono diventato. Immagine presenza. Assenza di un’immagine e allora non
esisto. Insisto a pubblicare questa vita che vorrei. O vorrebbero per me. In
fondo dove sono? Dentro questo volto che ti chiede dove sei finito. Perso nei
tracciati, tracce di immemoria. Siamo oscuri e muti dove ci arrendiamo – l’inconsistenza
delle forme. E noi un passo indietro. Siamo noi le forme. Le forme delle cose.
Siamo noi le cose.
Affannati a rimpolpare
questa vita, ad iniettare filtri e assuefazioni. Ci siamo impoveriti se non
accettiamo di cadere. Di vedere che la debolezza è forza da catapultare. Che la
tenerezza è disarmante. Che gli occhi dentro agli occhi fanno il colore. Che
sento quel dolore e posso non morirne. Che ogni sensazione dice di cosa sono
fatto per davvero. Cedere confini. Rughe a rivelare. Mentire non mentire. Posso
rinvenire: persona o personaggio. Andarmene o restare, dietro la vetrina –
l’angelo mi chiede – ora io chi sono, per tutto questo tempo, dove sono stato.
Con un cenno della fronte respinge
lungi da sé ogni vincolo, ogni limite
perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo
degli eventi che ricorrono eterni.
Nei fondi cieli scorge una folla di figure
che lo chiamano: riconosci, vieni.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.
Verrebbero di notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude. [2]
***
Io tenni stretto a lungo il mio angelo
al grande cuore oscuro.
E si fece triste fra le mie braccia,
divenne piccolo e io crebbi:
finché fui io la compassione
ed egli soltanto un tremante pregare.
Allora gli restituii i suoi cieli,
e svanendo mi lasciò le cose sue più intime;
egli imparò il volo, io imparai la vita,
e lentamente ci riconoscemmo l’un l’altro. [3]
[Rainer Maria Rilke]
L’entità
angelica arriva a ricordarci chi siamo, trasforma la sofferenza dell’uomo e
sfida la forma limitata delle cose. All’uomo scegliere se fidarsi o meno di
queste mani lievi. Se farsi trovare
pronto alla distruzione, alla perdita della forma attuale, per essere creato di
nuovo. Avviato da una chiamata iniziatica.
L’Io
poetico afferra e trattiene l’angelo anziché contemplarlo, cosicché nel gesto
di possesso l’angelo si impoverisce e perde sostanza, mentre l’ego cresce a
spese del divino. In questa totale inversione dei ruoli, è l’angelo che diventa
un fragile tremito tra le braccia divoranti dell’uomo. Solo quando cessa il
possesso egli torna ad essere libero di manifestarsi nella sua vera entità. E l’uomo
torna a vivere. E a percepire quell’essenza che non può afferrare. La distanza
allora è salvezza per entrambi, ed è qui che avviene il vero riconoscimento, non
nella fusione ma nel lasciar andare. L’amore che trattiene distrugge: è questa
la rivelazione. E solo nella libertà avviene l’incontro tra l’angelo e l’uomo.
Così
angelo cosmico e angelo intimo si intrecciano in un movimento storico-eterno,
in un ciclo di eventi che ritornano e si ripetono, attraversando le cose senza
peso, per distruggere tutto ciò che imprigiona e permettere la rinascita.
Il
cammino di chi non si arrende
sfocia
nell’assenza, nella necessità
di
abbandonare l’aria, eredita
le
trame assolate
di
un imprevisto lascito
di
presenze. [4]
[Massimo Scrignoli]
Eppure siamo accompagnati. Eppure piccoli segnali ci
conducono a ciò che dobbiamo sperimentare e attraversare. A ciò che chiede di
essere visto e non oltrepassato. Intuizioni, sogni, coincidenze, ritardi,
numeri ripetuti, piume. Come messaggi di un linguaggio intriso di mistero. Come
minuscoli prodigi quotidiani. Come codici da decifrare per l'accesso al dono
del magico. Come se l'amore fosse il bivio. La fiducia una soglia. E
l’angelo a muovere l’uomo, a tenere acceso il lume ad ogni passo. L'angelo
che sopravvive alla condanna del messaggio irricevibile, allo scandalo
dell'unica nudità a cui l'uomo non è pronto.
Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
c’è sempre un altro che ti cammina accanto. [5]
[T.
S. Eliot]
Angeli,
oppure ombre che seguono ogni corpo in movimento. Presenze di cui quasi nessuno
si accorge, figure metafisiche e alchemiche
che camminano misteriose accanto all’uomo. Corpi di luce per
la fisica. Oppure alter ego, coscienza o Super-Io per la psicologia.
Ma troppo spesso l’uomo blocca il messaggio e petrifica
l’angelo, nella sua cieca ostinazione verso il nulla.
"Oggi l’angelo ha un dire di
pietra/ con le labbra sillaba il sasso/ la più dura di tutte le forme./ Ma le
foglie scolpite dal vento/ non temono voci e muovono ancora:/ nel tempo succede
che l’angelo stanco/ non trovi più senso a soccorrere l’uomo:/ troppa pietra ha
bloccato le ali […]"
Angeli
di terra che non abitano l’azzurro,
ma gli alberi e i sassi, i sogni e le parole.
"Tutto è un grande/ silenzio d’anime,/
un angelo si muove tra i sonni:/ protegge le vite dal dubbio, se vivere/ o
lasciarsi prendere dal sogno."
E così i versi si fanno voli che aiutano a staccarsi da terra
e a concentrare lo sguardo sulla vastità dei mondi, oltre l’umano, "nel tempo senza tempo",
nel "punto/ dove tutto
ricomincia".
E così,/ se il senso di tutto questo
vivere/ è vivere per vivere/ lasciando i corpi sopravvivere/ oppure forse è
altro,/ è un angelo/ che nell’avvolto corpo/ atteso dall’azzurro/ il dolore
sordo toglie/ e altro è il respiro dell’addio./ È un toccare tutti/ i tempi e i
luoghi della vita/ in pochi passi/ in minimi frammenti./ E l’angelo dell’a e
della zeta/ trasporta tutto all’alto della nube. [6]
[Giovanni Sato]
All’insensatezza di un
presente di assenze e di corpi-involucro, il corpo vivo dei versi s’accende e
chiama al necessario, allo svestimento delle forme, nella direzione di un
cammino che conduca "là
dove la parola non si spegne,
per
sconfiggere quell’incomprensibile restare a
cavaliere tra ceneri e guerre".
[…]
el me dumanda
se
l’angiul che mi s’eri l’è turnâ…
[…]
mi domanda
se l’angelo che mi credevo è tornato
***
[...] Dunca a fà l’àngiul ghe poch de rampegà,
ché l’àngel l’è la sulfa del vèss sul,
de ‘végh paüra che l’òm el te martèla,
paüra enfin che ghe sia mai resun
e mai l’ümanitâ te sia surella,
ché nüm se sèttum denter ‘na presun
e se fèm àngiul per speransa al sû.
[…] Dunque a far l’angelo c’è poco da raccogliere,
ché l’angelo ha il destino della solitudine,
di aver paura che l’uomo lo aggredisca,
paura infine che non ci sia mai una ragione
e mai l’umanità ci sia sorella,
ché noi ci sediamo dentro una prigione
e se facciamo gli angeli è per avere una speranza. [7]
[Franco
Loi]
Per tutti coloro che cercano notizie profonde dell'esistenza invece che l'invasivo e banale notiziario della non-vita. [8]
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[Foto di Mario
Giacomelli] |
E mentre andiamo soli in questa nostalgia
non siamo soli.
E mentre navighiamo in questa intolleranza,
intorno un’abbondanza di
rivelazioni.
Riferimenti e approfondimenti
*
[1] Z. Zacconi, Creatura, da “Senz’angoli è il mare a cui mi aggrappo” (4 Punte
Edizioni, Roma 2023).
* [2] R. M. Rilke, L’Angelo, da “Poesie”, trad. Vincenzo Errante, a cura di G. Baioni (Garzanti, Milano 2004).
* [3] R. M. Rilke, “Poesie”, trad. M. Specchio, a cura di M. Freschi (BUR, Milano 2014).
* [4] M.Scrignoli, Vista sull’Angelo (Book Editore, Ferrara 2009).
* [5] T. S. Eliot, La terra desolata, trad. e cura di A. Tonelli (Feltrinelli, Milano 2005).
* [6] G. Sato, Il canzoniere dell’angelo di terra (Biblioteca dei Leoni, Treviso 2020).
* [7] Franco Loi, L'angelo, (Lo Specchio Mondadori, Milano 1994).
* [8] “Franco Loi, L'angelo in un soffio” (Il sole 24 ore, 20 settembre 2015).




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