FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “Dal magma alla fioritura, l'atto poetico di educare"

 

Foto di Claudio Scadelli

 

Insegnare è toccare una vita per sempre.

 

Se la prova dell’insegnamento oggi è non farsi distrarre dai rumori del mondo, è restare concentrati sulla relazione di cura – restare prossimi all’umano – come dice Massimo Recalcati, eccoci tutti chiamati a questa grande sfida educativa.

Praticare l’ascolto, saper leggere nel fondo e vedere oltre la superficie, tendere la mano, indicare possibili rotte. Credere, motivare, dedicarsi. Soffermarsi sull’unicità di ognuno, seppure nella diversità. Fare di questa un valore aggiunto, non da integrare ma da vivere come insostituibile ricchezza ed espressione di sé all’interno del gruppo. Educare è un lavoro che opera sulla materia più instabile e promettente: la possibilità umana.

  

Educare è accendere un fuoco.

  

Accendere fuochi – o piccoli lumi a far luce lungo la via – quando questa sarà meno illuminata. Sapere di poter contare su qualcosa dentro che arde, che deve solo prendere forma ma esiste. Attendere. Il dono che guida e dirige. Infondere fiducia. Essere tramite, essere specchio. Come per la scrittura accade di essere strumento che lascia passare, riflette, amplifica, accorda, restituisce. Educare è un esercizio di risonanza che non prevede un disegno prestabilito, un involucro da riempire. Non si colma un vuoto, lo si lascia parlare. Dove il mondo vede un errore, l’educatore coglie un tentativo. Dove l’occhio comune incontra il silenzio, il poeta e l’insegnante percepiscono una domanda che preme per venire alla luce.

Un atto poetico richiede attenzione. Non puoi scrivere un verso se non ascolti il ritmo della lingua e il silenzio tra le parole. Allo stesso modo non puoi educare senza ascoltare i tempi dell’altro, i suoi ritardi, le sue resistenze. I momenti in cui qualcosa sta maturando, senza essere ancora dicibile. L’educatore rinuncia all’urgenza del risultato immediato per custodire un processo che non controlla interamente ma che accompagna. E di cui si fa testimone.

La poesia lavora sul senso, sulle connessioni impreviste, sul modo in cui una parola in un certo punto può cambiare il significato dell’intero verso. Così è l’educazione: non si tratta di applicare una regola per ottenere un risultato prevedibile, ma di lasciarsi stupire dall’inatteso. Si tratta di dar voce ad una tensione interiore. Di aiutare l’altro a riconoscere e articolare ciò che già porta in sé, seppure confusamente. Apre spazi di interpretazione e libertà. E come una poesia, lascia una traccia che continua a risuonare anche quando l’autore non è più presente.

L’azione educativa si compie quando riesce a scardinare l’abitudine e il predefinito. Quando restituisce il diritto di meravigliarsi nello scoprire nuove versioni di sé e nuove visioni del mondo. Quando ha il coraggio dell’incompiuto.

Così, atto educativo e atto poetico si compenetrano e diventano tutt’uno nella semantica dello sguardo.

 

Io guardo, tu fiorisci.

(Patrizia Cavalli)

  

 

Esiste  un luogo in cui la poesia e l’educazione si incontrano: quel luogo è lo sguardo. La poesia dello sguardo risiede nell’autenticità di chi si pone alla giusta altezza. Di chi si eleva abbassandosi per cercare dove hai avuto bisogno di nasconderti per sentirti al sicuro. Di chi ti viene a cercare nelle stanze più buie perché sa che lì può trovarti. E non importa quanto tempo ci vuole, non importa se bisogna ricominciare da capo. Importa che ne valga la pena. “Importa che tu ne vali la pena”, dice Daniela Lucangeli.

Sull’autenticità si basa ogni rapporto umano sincero e durevole. Sull’autenticità si basa per me la poesia. E sempre sull’autenticità muove il mio lavoro di educatrice. Da essa, inizia la cura.

Aver cura dell’altro è oggi un gesto sovversivo come scrivere una poesia. Come educare alla vita, al sé, al noi. È il più forte rifiuto all’allontanamento sociale, all’estraneazione dal sentire che ci denatura. È il no all’iperconnessione che ci disconnette gli uni dagli altri, tragicamente e irrimediabilmente destinati ad una solitudine che ci divora da dentro. È sentire che c’è qualcosa che non va. È dirlo. È scriverlo.

L’ipersensibilità può diventare una prigione in cui rinchiudersi anziché un’opportunità di volo sul mondo per toccare l’altro, se il mondo anestetizza, aliena, rigetta e chiede solo prestazioni e prodotti umani. Il rischio è diventare animali antisociali che non si guardano più, che non si toccano più. Quando invece l’essenza dell’uomo è nel tocco e nello sguardo che riconosce. Che protegge. E riporta ad un luogo sicuro dove possiamo sentirci amati senza avere paura, senza correre pericoli.

Ecco allora necessario il ritorno al luogo dell’educazione e della poesia. Il luogo in cui l’altro mi presta sé per diventare me. Dove si plasma l’identità, ci si riconosce e si ha a cuore quel “noi” di cui ci stiamo dimenticando. Quel luogo in cui tutto si placa, tutto ha pace. Dove tutto fiorisce.



Foto di Claudio Scandelli


“Per tirar fuori dal magma la fioritura, c’è bisogno di chi la vede.”

 

***

 

Niente del mio oggi è senza il mio passato, ma è anche senza il mio futuro. Tutto quello   che sono stato mi conduce a oggi, ma anche tutto quello che sarò è in ogni momento il mio oggi. E posso sceglierlo.”

(Daniela Lucangeli)

 

 

Scegliamo allora di essere, in ogni momento dell’incontro con l’altro, catalizzatori di gesti educativi. Casse di risonanza di piccoli atti di poesia.

 


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