CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli - Federico Italiano, GODZILLA e altre poesie, Guanda 2026

 

Federico Italiano "GODZILLA e altre poesie" Guanda 2026


La figura nera del mostro Godzilla si staglia sulla copertina di questo nuovo interessantissimo lavoro di Federico Italiano. Una silloge articolata in quattro distinte sezioni, che riesce a coniugare, con coraggio ed efficacia, tradizione letteraria (con un ricorrente giocare con l’endecasillabo anche a rimodellare il sonetto classico) e cultura pop (con l’immagine stessa della famosissima creatura postatomica).

Ad aprire il libro è la sezione Monstera, nella quale si percepisce, ineluttabile, quella che Antonio Porta chiamava “l’aria della fine”, e che si apre nell’atmosfera sospesa di un coro di “merli, / cornacchie, capinere, cinciallegre, / parrocchetti e gabbiani”, “un greve coro / mattutino di becchi dodecafonici, / stridulo, irato, spaventoso”, e che si chiude con un tranciante “e per un attimo ti credi in salvo”. Il giudizio resta sospeso e si protrae nel testo successivo dall’esordio intriso di mistero: “Eppure c’era qualcosa là dietro / visibile di notte solo ai grandi / mentre noi sognavamo navicelle spaziali / sulla federa azzurra del cuscino”. Del resto erano gli anni delle missioni spaziali, ma anche dei cartoni animati di Ufo Robot, Goldrake, Mazinga, Capitan Harlock.

Godzilla appare nel terzo testo: “Non era cenere né polvere / ma una sottile pioggia sottile, ragnatela / d’amido, acqua e vapore, / che lambiva le risaie e le fila / di pioppi lungo gli argini, come un vecchio / anatema dimenticato, un rebus / radioattivo, cobalto o forse cesio, / che tracima dalla vasca di stoccaggio. / L’apocalisse è una perdita, un tubo / che cola, una fessura da cui un cupo / radionucleide penetra / la falda acquifera, la Dora Baltea”; è un riferimento all’incidente di Chernobyl e al clima di disastro incombente che avvolgeva le campagne europee. “Ma l’apocalisse è un tubo che perde, / un buco nel tendone, una vasca che esonda” e la minaccia aleggia ovunque (del resto Italiano è nato nel 1976, anno del terribile incidente industriale di Seveso). Il rischio si muove sul filo (“Nella piscina di contenimento / c’erano cesio, plutonio e americio. / Basterebbe il maltempo – un’alluvione – perché…”).

È sorprendente trovare Godzilla nel titolo della raccolta di poesie di un autore guidato intimamente dall’endecasillabo e dalle variazioni che la figura metrica offre”, leggiamo nella seconda di copertina; ma Anche qui vagabondava Godzilla / sotto i ponti muschiosi della Veria / lungo il fango azzurrognolo di un argine, / forse un ramarro o un miroldo, una nutria / imbottita di scorie, una cisti di Chernobyl, / che acceso dai metani pleistocenici / ci spiava da caditoie e darsene / dal buio denso dei fossi, dal fiume, / in agguato in un angolo dei sogni / imperlati dalle prime erezioni / deus ex machina d’incubi scolastici / preistoria squamosa del nostro seme”. Nella provincia di quegli anni raccontata da Italiano, dove si affibbiano soprannomi come marchi a fuoco (“Bulova”), però la morte è in agguato sotto varie forme: “Morì anzitempo il figlio dell’orologiaia, / sul colpo, una frazione di secondo, / sbalzato dalla sua Enduro // per l’impatto con un dumper / quando gli spettri del petrolio / sfregiavano la notte e incidevano la pianura”.

Anche se nella lettura ci si percepisce nel pieno epicentro della catastrofe, incontriamo pagine davvero indimenticabili per esiti e efficacia lirico-descrittiva, come nella splendida Elegia per un benzinaio, smilzo, canuto, che nei versi scolora nelle sembianze di “un San Gerolamo nel suo studiolo, / la tuta ignifuga unta / di proverbi e gasolio”. E ancora: “un inganno, uno spettro / dietro il vetro illividito dal grasso - / ma se entravamo nel suo quadrilatero / eccolo incorporarsi / d’un tratto monaco dispensatore // piegarsi verso i bisognosi, sotto / lo stemma fulgido del suo pontefice - / il cane lupo a sei zampe che sputa / fuoco di apocalissi sotterranee - / con il mento tra il pollice / e l’indice, unti di miscela, rapito / dalle teologie pomeridiane / di un cruciverba autodefinito”.

Il mostro non è che il risultato di un atteggiamento collettivo, che avanza inesorabile: “L’uomo col cilindro nero, lo smoking / e il monocolo, che appariva torvo / sulla soglia della mia camera, quando / dormivi nel lettone, reclamando la tua anima, / ora è qui, confinato nel mio mondo d’ombre, / lo vedo, come ti osserva, irrequieto /
ti studia. Cerco di tenerlo per quanto / possa, ma prima o poi non avrò più / le forze necessarie – qui sotto ci affievoliamo / a ogni irrevocato ricordo – verrà a prenderti. Un Mister X che non lascia molti spiragli di luce.

La seconda sezione è Confessioni del lupo, con l’Io lirico che, forse sopravvissuto alla temuta deflagrazione, sembra ormai consapevole di essere un predatore. C’è anche, e non marginale, un amore che mette in crisi e che costringe ad accettare una dimensione onirica (“ma ancora non sapevo / che da lì a poco saremmo riemersi / come salamandre dal fuoco // in una tua versione del sogno / con testo a fronte: su una pagina / il presente, sull’altra ciò che è stato”) o di fuga (“ma ti sei innamorata dei ritorni, / delle mie ali – e ora mi cerchi in chi va via”).

Ma cosa ci aspetta alla fine del sogno o del viaggio? “Ora che dici di essere tornata con i piedi per terra vorrei essere / scavato aperto arato calpestato”. Per sua stessa ammissione, questo lupo si presenta come sui generis, toccando l’apice con la sua scelta di essere vegano: “Quando nel cielo scomparvero tutte le pecorelle / intimorite dal mio gioire nel guardarle / smisi di provare piacere con gli occhi / e rinnegai Dio-Lupo / dedicandomi a funghi psicotropi e arbusti aromatici / per lenire l’acidità nel mio stomaco / e l’infiammarsi dei pensieri”.

Anche in questa sezione Italiano confeziona immagini e versi suggestivi, intrisi di citazioni e riferimenti cólti, come quello all’ecologo Aldo Leopold, ispiratore della moderna Biologia di Conservazione, cacciatore e naturalista per tutta la vita, convinto sostenitore dell’interrelazione tra la Terra e gli organismi viventi: “Solamente la montagna ha vissuto / così a lungo da capire davvero - / dicono – il mio ululare. // Ah, ma si sbagliano: / per ogni mio lamento c’è un lupo / oltre il bosco che si interroga e risponde // un filo d’erba che si piega, / un sassolino che scricchiola / sotto le mie zampe contratte nel canto // una foglia che cadendo cambia / direzione e colpisce / un efemerottero mentre ispeziona il suo stagno // una lepre che medita / immobile sulla fine dei giorni / e un assiolo solitario che si eccita”.

Il lupo deve fare i conti con la propria pelle (“Ti indosserò fino alla fine, senza cedere nulla, / neanche un millimetro, neanche una molecola”), col proprio più intimo essere (C’è chi può vivere senza cose selvagge - / diceva – e c’è chi le brama a ogni passo”) avvertendo “l’alito del capobranco prima che ti azzanni / mentre i tuoi canini ti guidano rabdomantici / alla sua giugulare – al dominio o all’umiliazione”. Accettare di guardare tra i propri simili (“E tra questi c’è chi gioca i soldi del padre, / chi finge, chi punta sui cavalli, chi ripara uno yacht / per naufragare a Tristan da Cunha”).

E lontano / dalle selve m’insevatichisco”, scriveva Biancamaria Frabotta per sottolineare come l’essere umano, lontano dalla Natura, si disumanizzi. Qui, solo quando inserito nell’area protetta di un parco nazionale (“Mi reintrodussero senza darmi istruzioni”), il predatore, protetto ma essenzialmente libero, vorace ma legittimato dal proprio istinto, cessa di essere mostro e torna a essere ingranaggio prezioso di un complesso paesaggio naturale: “La mia fame assestava il corso dei fiumi / fortificava colline e spargeva fiori / nel verde indiviso delle vallate / ogni mio morso / dava agli alberi il tempo / di fare corteccia, mettere muscoli / resistere al vento, cambiare le topografie”.

Pannonia, terza sezione, si apre con il suggestivo Ghazal della pioggia e si configura come una suggestiva rassegna di luoghi (Gare du Nord, Trieste, Monaco, Rugan, Kyoto, e ancora Borgeby, la Loira, la Mosella, la Svezia, la Francia…); a tratti, i luoghi stessi come lo Zoo di Anversa si trasformano in animali in gabbia (“elefanti, pantere, marabù, / ippopotami, leopardi, giraffe, / rinoceronti, babbuini, gorilla, / fenicotteri e antilopi, finché / qualcosa nella forma non si ruppe”). “E da fuori pensai al giovane Rembrandt Bugatti, / suicida nel gennaio del Millenovecentosedici” che per sette anni trascorse quasi ogni giorno in questo posto, quindi “Non entrai allo zoo, / mi trattenevano le ombre degli alberi, / le promesse di salvezza di un semaforo, / da cui un bus verde avrebbe forse svoltato”.

Le suggestioni ci portano a spostarci tra la Francia, la Germania, La Lituania e altre parti d’Europa e provocano accumulazioni importanti che rimandano a Prévert, a Rilke, a Puškin, a Kafka. Stupendi, per esiti, i sei sonetti fantasma di Per una storia economico-culturale del mercatino delle pulci, che dialogano con la tradizione senza però lasciarsene imprigionare. La prima cosa ad essere sacrificata è la divisione in strofe. I sonetti di Italiano potrebbero far tornare alla mente, per certi aspetti, i Sonetti dell’anniversario o i Lamenti di Giorgio Caproni, anche se in questo caso domina l’uso dell’assonanza. “Stava aperto sulla pila omogenea / dei tascabili, il logo un pescatore, la carta / ingiallita di un lustro, Kafka, Briefe an Milena, / la copertina invece quasi intatta, / le sottolineature a matita lungo il passo / che qui traduco a memoria: ‹‹Vorrei / raccontare ciò che sento nelle ossa / e l’indicibile che vi dimora / comunicare quello che non posso / esprimere e che forse non è altra / cosa che un grumo, un coagulo di orrore. / E questo mio aver paura in fondo / non è solo sgomento ma un desiderio oscuro / per qualcosa più grande di ciò che fa paura››”. Ed è qui che l’amore diventa sfida con sé stessi, viaggio agli estremi confini del mondo, che possiamo leggere come metafora di una vita condannata perennemente ad una sorta di esilio o di lenta transumanza.

Si procede così di errare in errare, tra luoghi e sentimenti; tra i versi si affollano volatili (capinere, ghiandaie, rondini, nibbi, sparvieri) e memorie involontarie dal passato evocate da un pilone dello skilift (Mazinga Z). “Le nuvole sono profeti – più scure / s’addensano tanto più ci rivelano”.

La sezione conclusiva, dal titolo La terza legge di Keplero, è un tentativo di ipotizzare una riconciliazione tra uomo e natura, prendendo coscienza stavolta proprio della distanza dal centro delle varie orbite. Si parte da Un faggio Nel bosco oltre lo Steinhof, dietro l’oro della cupola”, in un verde quartiere liberty nella periferia di Vienna: un faggio che “resiste al grigio, ai silenzi / cuneiformi dei pini che lo serrano, ai dazi / imposti sulle foglie dall’autunno, alle nuvole”. È proprio la Terza legge che ci insegna il gioco di rotazioni orbitanti attorno a un centro radice-matrice: “mentre gli oscuri asteroidi dei pini / orbitavano intorno a un dolore – una radice, / forse una stella”. Il Cafè Kafka è poi un luogo che fa da semplice sfondo a una riflessione “sull’evento di Tunguska”, la probabile esplosione di una cometa nel 1908 in Siberia, che ha una strofa conclusiva che lascia senza fiato: “Qual è il senso delle nostre piccole anime, il legno / su cui sediamo, il morso del desiderio, il cielo / che si squarcia come cartapesta, / dopo che l’insondabile / ti ha illuminato il volto? / Dormire, dimenticare, costruire penombre / con le ginocchia, darci lievi piaceri di un’ora, dormire”. 

          Ci si ritrova anche a dialogare con una pianta di Tagrør per “poi discutere su dove finisca / il fiore, / sulla verità dei margini, / la bugia di un argine, l’altro lato del confine”. Ci si continua a interrogare (“Cos’è questa distanza tra di noi / se non meteorologia?”) e stavolta la risposta si snoda avvolgente in un lunghissimo periodo di ben 39 versi, che collegano gesti e luoghi molto distanti tra loro. Nel Ghazal del residuo approdiamo infine ad una dimensione post-apocalittica, nella quale ci annunciamo come sopravvissuti dopo lo sfacelo: “Una squama, una scaglia, un petalo – siamo residui, / materia oscura, oscuro velo, siamo residui. // Siamo i superstiti, briciole di matzah sul parquet, / seme evaporato sul lenzuolo, siamo i residui / della sete”; e ancora “siamo farfalle, siamo i residui // appiccicosi del miele, alveari abbandonati, memoria / di polline ed esagoni, di aculei e ali, siamo residui // siamo gli ultimi – squame, scaglie, petali”.

          Questo libro vede il disastro, quello che accompagna la nostra distratta e colpevole quotidianità, e ci trasmette una sapienza, un sentire che ci chiama a sé, dapprima per pensare l’apocalisse scorgendone la possibilità nei fiumi, nei rigagnoli, nei fossi; o focalizzandosi sulla devastante esplosione comodamente seduti nel Cafè Kafka. Sono centratissime, a tal proposito, le parole di Gianni Montieri: “Godzilla siamo noi, lo siamo sempre stati, siamo il mostro e la paura che ne abbiamo. Siamo i creatori dei nostri incubi, qualche volta ci piangiamo sopra, altre tentiamo una fuga, ma la direzione è incerta. Il dramma esplode nell’attesa di ciò da cui non potremo sottrarci. Eppure, Italiano qua e là fa sì che una flebile speranza bussi alla porta, come una paura che invece è un desiderio, come «il prodigio che ci aspetta all’interno», e l’interno è indefinibile, e – in tal senso – è perfetto, è quasi casa”.

Infatti, alla fine di questo Godzilla e altre poesie, possiamo affermare che Federico Italiano ci fa respirare e comprendere che, dai residui che siamo, possiamo ancora tutti avere una preziosa e imprescindibile occasione di riscatto, affidandoci “al potere sottile della luce, / nel calendario del sole”. Seppur non pacificati, ma con qualche consapevolezza in più, ci scopriamo sempre in viaggio e, di continuo, sempre di nuovo a casa.

 


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