CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - L’odontoiatria come metafora

 

Anna Segre

Cosa ho imparato dall’odontoiatria.

-       È bello essere dottori della restitutio ad integrum.

-      È meno deprimente curare malattie non mortali. Gli oncologi dovrebbero avere una voce in più nella fattura: psicoterapia e farmaci per chi deve gestire certe notizie e certe cure.

-      È più facile avere a che fare con un dolore alleviabile. Vi sfido sulla sofferenza senza uscita.

-     Per ‘otturazione alta’ s’intende un micron, forse due, ed è fonte di grande fastidio e dolore, a riprova del fatto che il minuscolo non va mai sottovalutato.

-   Per quanto un dente possa essere radicato nella mandibola o nella mascella, ci sarà nel terzo cassetto la giusta leva termoimbustata per estrarlo senza particolare forza. Credo nelle radici, ma conosco e temo le leve.

 -  Per quanto un dente sia nascosto nel buio in fondo alla guancia, dietro alla lingua, c’è sempre una posizione del paziente, sdraiandolo, girandogli la faccia, mettendolo a testa in giù, che porrà quel dente letteralmente davanti. Un dente posteriore può diventare anteriore. Volendo, anche i meno probabili diventano visibili.

 -    Nessuna estrazione è banale. Mai sottovalutare il terrorismo di un dente paradentosico, che dondola già di suo, mai sottovalutare l’ostinazione di qualcuno che consideriamo facilmente conquistabile. Come niente, mentre tiriamo convinti di averlo già in mano, si spezzerà l’ultima parte della radice e saremo obbligati a usare armi fino a quel momento nemmeno pensate. Staremo lì, in questo Vietnam di sangue e saliva, sudando nel napalm, facendo strage di gengiva, nell’inane tentativo di ripescare quell’ultimo pezzetto rimasto. Che, ve lo dico, non possiamo lasciare, perché si infetterà, farà ascessi, e l’infezione mangerà l’osso. La nostra débacle è lì, perché abbiamo sottovalutato la forza del debole.

 -   Conservativa, che bella parola! Curare un dente che si ammala e riammala, lottando con la predisposizione del paziente a sviluppare la carie. Ricostruire dove era crollato, togliere il marcio, coibentare e poi, come scultori, ridare al dente la possibilità di masticare, è quasi magico. Non rassegnarsi alla malattia, rubare millimetri alla disfunzione, all’impotenza. Di nuovo in pista, cioè in bocca, più forte che pria. Aggiustare è dire alla morte: non oggi.

Cosa diciamo noi alla morte? diceva il maestro di spada a Arya Starck: NOT TODAY!

E lo stesso fa l’odontoiatria.

-   Il problema della polpa. Tu odontoiatra, quando sei nei pressi della polpa del dente, hai davanti un ordigno ticchettante, sei nel caveau della confessione, punti la spada nell’occhio di Sauron. È possibile, nel tentativo, appunto, conservativo, collaborare col paziente per capire se si può salvare il dente dalla devitalizzazione, non fare l’anestesia. Però non c’è nudità paragonabile all’arrivare, togliendo minuscole scaglie di carie, nella polpa. Per me, ‘arrivare in polpa’ è metafora di sorpresa viscerale, dolore inaspettato, come uno sparo relazionale. Essere mollati senza essersi accorti che qualcosa non andava, la morte improvvisa di qualcuno, un tradimento inspiegabile. Un grande dolore, sorprendente, come un’automobile che cade dal cielo sulla tua testa e lo chiamano incidente.

 -   Si può, un dente paradentosico, solidarizzarlo con i denti accanto, insomma, uno da una parte e uno dall’altra legati a sostenerlo. Significa che, nella stessa bocca, nella stessa arcata, i più forti tengono al suo posto il più debole. E gli conviene, ai più forti, perché senza quel ‘debole’, s’indebolirebbero molto in fretta anche loro. La forza della masticazione è data dall’interezza delle articolazioni tra denti superiori e inferiori. Tutto va in malora, quando un superiore cercando l’oppositore, si allunga verso il basso staccandosi inesorabilmente dall’alveolo. La solidarizzazione tra denti si chiama splint.

Splint, che bella parola.

E comunque Sami Modiano racconta che, durante la marcia della morte da Auschwitz verso la Polonia e la Germania, erano in file di cinque e lui stava per crollare. Allora quelli accanto a lui, chissà chi erano, non si sa, lo presero per le ascelle e lo trasportarono per lunghi tratti senza fargli nemmeno toccare terra. Ed è anche così che lui si è salvato. Chi glielo faceva fare, a quei due? Il tikkun olam, la toppa sui mali del mondo, ma questo è un altro discorso.

-  Puoi anche fare un bloccaggio superiore allineato, un vero lavandino richard ginori di ceramica e splendore, ma la perfezione è il contrario del bene, in odontoiatria. Meglio provare a rispettare le leggere sfasature tra un dente e l’altro, il disordine umano, la naturalezza del difetto. Non è dritto, un sorriso dritto.

Potrei a lungo continuare, perché tutto, tutto per me è narrativa. Tutto è metafora. Ogni cosa mi chiama per significare altro e lo fa con prepotenza. L’odontoiatria come Sandokan, come il Gallo Sebastiano, come l’elefante Elmer, Kay Scarpetta, il viaggio a Iguazù, la fine degli amori, la morte della mamma. Ciò che mi succede è lì per essere detto, un rocchetto di filo che forma disegni nel tempo, ma mai la tela intera: quella non la vedrò mai.

 

 


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