Alessandro Falconi - Una considerazione (in)attuale: transigere con la realtà delle cose

 

Alessandro Falconi

Il periodo che viviamo è quanto mai frenetico e sempre più spesso ci troviamo a vivere un’esperienza simile ma opposta a quella dell’esistenzialista, una nausea. Sempre più stimolati, sempre più sommersi, sempre più soverchiati, non dico, con questo, nulla di nuovo. Ma è fondamentale che ci si renda conto della direzione di questo soverchiamento: è facile più che mai contemplare la nullità delle cose, la loro insensatezza, la loro vacuità, ma se quella dell’Assurdo è una malattia incomprensibile, una malia quasi, la nostra ha un profilo più terreno, più semplice, più utilitario, e a trarne i frutti, da questo utilitarismo, non siamo certo noi. Quante volte, dopo quanti minuti, ore, irrorati da una luce artificiale, assordati da suoni dementi, ci ritroviamo, sdraiati sul nostro letto, o al sole cocente, o ad aspettare un pullman, o in brevi intervalli, con la sola e strenua volontà di fissare un muro. Per il resto della nostra vita. Poi un formicolio del cervello ci riattrae verso il telefono e ne rimaniamo incatenati. Quante volte sentiamo di giovani, adulti, vecchi, accoltellarsi perché mancano i soldi, poi facciamo un giro al supermercato, per noia più che per bisogno, e notiamo che le confezioni si restringono e i prezzi si gonfiano. Quante volte, magari ob torto collo, lasciamo che la televisione blateri distrattamente un telegiornale e vediamo una tv nazionale faziosa, parziale, con una redazione che si autodenuncia e sciopera e che in prima serata chiede la pace e non parla di genocidio. Sono fatti stranianti, con cui siamo obbligati a convivere; sono fatti stranianti, ma non sono fatti nuovi. Sono fatti stranianti con cui, remissivi e subalterni, transigiamo. Una realtà scomoda e nemica, con cui transigiamo. È solo naturale, dunque, dopo ognuno di questi esemplari momenti, voler lasciare tutto, darsi alla macchia, vivere da eremiti, e un giorno ridiscendere profeti e aforismatici — con una lunga barba e le costole scavate — in società, non aspettandoci di ritrovarla uguale se non peggiorata. Ma visto che per l’eremita tutto rimane nello stesso stato di cose, o al meglio nessuno vorrà ascoltare le parole — comprensibilmente — del povero straccione, allora deve essere vero che osservare o rifiutare la realtà non è abbastanza e si debba davvero adoperarsi per cambiarla, da veri materialisti. 

Tuttavia l’impegno sociale non può prescindere dall’impegno individuale, questo va dato per assunto: se non si hanno chiare le nostre cose per come le nostre cose stanno, allora non si potrà avere contezza del resto: bisogna conoscere, o almeno tentare di conoscere, il soggetto, se si vuole discutere degli oggetti. E dunque come farlo, date le somme che ho finora tirato — che non sembrano troppo ottimistiche —?  Una delle risposte, per ora l’unica (ma non si può mai essere sicuri della verità finale delle proposizioni) che ho avuto modo di darmi, risiede tra bianchi prati e nera semenza. É infatti tutta l’arte, ma specie la poesia, strumento incontrovertibilmente epistemologico. Strumento di esplorazione e indagine della realtà, affianco alla musica; la prima si profila come sonda epistemologica introspettiva, la seconda come tesa all’oggetto. È giusto che in questo momento mi occupi tuttavia, come ho detto, della lirica, l’indagine perciò dell’io e del suo immagazzinamento del sapere. Il processo che ci riguarda è il movimento, da sempre presente, ma centrale nel Barocco, che spesso ci troviamo a sorvolare e interpretare come una sorta di poesia cortigiana e vacua, mero esercizio di stile; nel Simbolismo, e nel ravvicinatissimo — nel tempo — Decadentismo, specie quello di Pascoli, che risente della “cicatrice” positivista, che parte da dato naturale arriva a dato “soggettuale”, da esterno e alieno ad interno ed intimo. 

È proprio da Pascoli perciò che intendo sia necessario istituire la riflessione che propongo, siccome è in lui quanto mai evidente e chiaro il processo si verifica col passaggio da materia ad Assoluto, e ciò si nota in massimo grado nelle due raccolte più celebri: Myricae e I Canti di Castelvecchio. D’altronde è in queste due raccolte che “arbusta iuvant” e dal dato naturale, quello della cicatrice positivista di cui prima — è innegabile infatti che Pascoli, come tanti, risenta dell’influenza di quella letteratura positivista che richiede di essere ancorati con la realtà — espande i propri orizzonti a una riflessione totalizzante di malessere e inquietudine. In Pascoli è evidente come l’oggetto della contemplazione sia minaccioso catalizzatore di funesti e dolorosi ricordi, o terribili presagi (il “chiù” dell’assiuolo) che sono tuttavia totalmente contenuto mentale, che appunto viene risvegliato da questo “arido vero” di partenza, non di arrivo: in questo senso oggetto e soggetto si compenetrano e ci si avvicina a quella simpatia con la realtà delle cose che io credo sia palliativo all’assurda frenesia del mondo. Ciò che in ogni caso deve rimanere sempre chiaro è che la tecnica “a lente d’ingrandimento” impiegata da Pascoli non sia l’unica forma poetica in cui questo movimento al noumeno si manifesta, solo quella in cui sembrerebbe più evidente e lampante e assolutamente fondativa di un fare poesia che è sempre più simbolico e semiotico, o scorporato del tutto (si vedano gli ermetici da un lato e l’estrema post-grammatica di Zanzotto dall’altra); ogni poesia nasce certamente dalla contemplazione di un fatto o un fenomeno anche qualora dovessimo noi richiamarlo alla mente in modo del tutto arbitrario: ogni cosa che scriviamo è indissolubile dalla nostra esperienza. E nonostante questo si possa dire in larga parte di tutti i linguaggi artistici, trovo necessario riscoprire questo valore dell’arte che, se è sopito e latente, non sprigiona appieno le sue possibilità. Quello che voglio dire è che l’arte continuerà ad avere ruolo epistemologico indipendentemente dalla consapevolezza di questa sua particolare natura indagatrice, ma che se ne siamo consapevoli, come propongo, ecco che adesso ogni opera, e in massimo grado quella lirica, assume tutto un altro ruolo non solo estetico, ma poi filosofico e sociale. 

Pongo la poesia come arte privilegiata non solo perché è forse la più immediata e accessibile, dal punto di vista dell’artista, ma anche perché è assolutamente inaccessibile, senza alcun artificio esterno aggiuntivo, per il pubblico: la lirica è tutta individuale e non c’è una lettura che sia uguale alla prossima o alla prima, alla mia, alla tua, alla sua. Questo processo dell’intelletto che permea se stesso nelle cose e ivi si riscopre e studia, risemantizzandole, brilla nella poesia che è linguaggio della mente che ha il destino di giacere sul vero, sfiorandolo solo per una coincidenza sempre diversa. Ma è dunque per questo che è così importante ritrovarsi nel ‘26 a fare e leggere poesia: perché abbiamo bisogno di un processo d’intuizione della realtà che ci serva a digerirla, e non si tratta di una mistificazione, ma di accogliere almeno una sfaccettatura che ivi è sottesa, un frammento di vero che parli di noi con noi tramite la realtà, un passo che è verso l’Assoluto perché la poesia “tota nostra est” — se mi si permette questo prestito improprio, ma calzante —. Fare poesia significa transigere positivamente, vale a dire attivamente, con la realtà, rifiutare d’essere inermi e risemantizzare e rileggere, poi agire. 


Di seguito, due poesie — senza titolo — che ho scritto nel tentativo di risemantizzare la realtà, spero siano gradite.


***


Collina di mimosa 

spiccano pindari pollini

scoscesa chiara e luminosa

ti attraversano

con canestri di vimini 

pastori non conti di limiti e limini


Collina dolce e formosa

riposi terribili e ombrosa 

t’attraverso sublimine

conto che a te a fango sono simile


***


Quest’inconveniente insonnia

m’annebbia, m’obnubila

io celibe, tu nubile

eppure materia gravida 

sole e passione e violenza e languore 

con questa inconveniente insonnia 

mi scollo, mi vinco, m’adagio 

al torpore del tuo sole, terra gravida

e mal disposta


Commenti

  1. Complimenti,trovo sempre interessanti le motivazioni che inducono a scrivere e leggere poesie.
    Accurate,fluide e intense le poesie presentate.Grazie

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