ACCESA RUPE - Fabio Barissano - LA POESIA LIRICA E IL SUO MISTERO

 

Fabio Barissano

 

Quando Eugenio Montale fu invitato, il 12 dicembre del 1975, a declamare il proprio discorso sul conferimento del premio Nobel, mise in chiaro alcuni punti sulla deriva della poesia contemporanea. In particolare, fu il rapporto tra l’arte e società contemporanea a rilevarsi nella prolusione dinanzi all’Accademia di Stoccolma:

Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano «datate» e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell’attuale, dell’immediato. Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo.

Queste parole, dal tono enfatico e apodittico, richiamano il concetto di “aura” artistica di cui parlava il filosofo Walter Benjamin. L’opera d’arte, infatti, ha secolarmente goduto di una propria identità, unica e irripetibile: l’“aura”, appunto. Nell’età contemporanea, però, il predominio della tecnica ha ingoiato il sapere artistico; pertanto lo rappresenta nelle sue forme - spettacolarizzate per le masse - riproducendolo all’infinito. Diceva infatti il filosofo berlinese:

La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte modifica il rapporto delle masse con l’arte”.

(W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica)

E tutto ciò Benjamin lo collegava alle tesi marxiane sul capitale. Su di esso poggia l’ordinamento sociale, la solida struttura economica grazie alla quale si compiono i fenomeni materiali e culturali, per cui le merci viaggiano e le idee si diffondono. Inevitabilmente accade, però, che in un’economia di mercato l’idea sia trattata come merce, sottoposta al flusso di scambio regolato dal denaro.

In questo modo, cosa resta dell’“aura” della poesia, del suo incantesimo? Non è compito del poeta accostarsi a quell’“inesauribile segreto” di cui parlava Ungaretti ne Il porto sepolto? E non era Paul Celan, nei suoi “Microliti”, ad ammonirci: “Si lasci alla poesia la sua oscurità”?  Di tale mistero ne abbiamo tracce remote.

Già Socrate, nelle riflessioni contenute nel dialogo platonico Ione, parlava di μανία, l’ispirazione divina che è fuori dal controllo dell’artista. Platone escludeva l’arte poetica dalla perfetta Repubblica (a eccezione degli inni) perché perturbatrice di un’armonica serenità sociale. Con diversi fini, ma con uguale profondità mistica, si esprimeva Aristotele col concetto di ἐνθουσιασμός, la divina follia che trascina l’uomo al di fuori di sé, da cui si guarisce solo - dice nella sua Poetica - per effetto di catarsi.

Il ricorso a fattori irreali irrazionali che governassero l’atto poetico è antichissimo: Omero si appellava alle Muse per iniziare il canto (“ἄειδε θεὰ” tradotto dal Monti col celeberrimo “Cantami o Diva”); nella nostra letteratura Dante si appellava alle Muse per scortarlo nella memoria degli eventi (“O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate”). Secoli dopo, poeti come Tasso o Dino Campana vissero accompagnati dallo stigma della follia. Non è quindi un caso che i poeti fossero individui sospetti, perché vicini a Dioniso, il dio musicale e terribile.

Tornando al discorso di Montale davanti a re Carlo Gustavo di Svezia, si sottolineano parole illuminanti che riguardano, oltre alla poesia, la poesia lirica:

Per mio conto, se considero la poesia come un oggetto ritengo ch’essa sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale (parola) al martellamento delle prime musiche tribali […] la vera materia della poesia è il suono.”

Poesia e musica, dunque, come insieme indissolubile e, per definizione, imprescindibile. Eppure, continua il premio Nobel, tale indirizzo è spesso sovvertito o non sentito: 

Milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia”.

E, più oltre:

Molta poesia d’oggi si esprime in prosa. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva prosa.”

Cosa indica questa parentela col suono e con la musica? Certo un mistero, qualcosa di insondabile, come espresse Baudelaire in un famoso verso: “La musique souvent me prend comme une mer!” Ma c’è altro: la poesia lirica, col suo ritmo, è prossima al fare incantatorio e magico di un antico rito, risalendo al carmen latino, la poesia ritmico-religiosa che, nelle parole del filosofo Vladimir Jankélévitch, dà voce e anima allo charme:

L’espressivo inespressivo, che è l'operazione propria dello ‘charme’, non è un Dire ma un Fare (ποιεῖν) - e in questo la musica si accomuna all'atto poetico.

(V. Jankélévitch, La musica e l'ineffabile).

Di ciò è testimone anche Friedrich Hölderlin che, in uno dei suoi Scritti estetici, afferma che 

il poema lirico è nella sua intonazione fondamentale il più sensibile.”

E, più oltre: 

Nel poema lirico l’accento cade sul linguaggio di senso più immediato, sull’interiorità più profonda.”

(F. Hölderlin, Sulla differenza dei generi poetici, in Scritti di estetica).


Ma non si pensi che la continua ricerca di uno Streben, dello sforzo che distingue il poeta lirico, si traduca in un facile autoschediasmo, nel virtuosismo dell’improvvisato. Esso si realizza piuttosto in un equilibrio di umori, tra quello atro del sentimento e quello albo della forma. O, prendendo a prestito il Nietzsche de La nascita della tragedia, il fondersi insieme dell’elemento dionisiaco e primordiale a quello apollineo e regolatore.

È proprio Nietzsche che ci viene incontro quando, introducendo il modus operandi di Schiller, afferma:


Sul processo del suo poetare Schiller ci ha illuminati con un’osservazione psicologica per lui stesso inesplicabile, ma che non pare dubbia: egli confessa di avere avuto davanti a sé e in sé, come stato preparatorio prima dell’atto del poetare, non già una serie di immagini, con un’ordinata causalità dei pensieri, ma piuttosto una disposizione musicale

(F. Nietzsche, La nascita della tragedia).


Non c’è un modo diverso di operare, per il poeta lirico, che procedere musicalmente, per cui una parola ha un’intonazione che fornisce il “la”, la chiave su cui, per analogia o per contrasto, si regola poi il flusso compositivo che segue. Per avverare, sempre nelle parole di Nietzsche, “l’identità, considerata dappertutto naturale, del lirico con il musicista”.

Così i poeti lirici sono accomunati dall’esigenza di animare la parola coi crismi del canto, di donare all’εἶδος apollineo la potenza dionisiaca della musica.

E di tale impasto - ideologico e sonoro - è informata la materia e lo spirito del poeta in quanto artista musicale.


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