VISIONI DALL'ULTIMITÀ MERIDIANA - Alessandro Cannavale - Poesia dall’assedio

 

Alessandro Cannavale

“Ho scritto venti righe sull’amore

 e mi è sembrato

che quest’assedio

 sia arretrato di venti metri”.

Mahmud Darwish, Stato d’assedio. 2002.

 

Ruba al-Sharif ha diciassette anni e vive a Gaza. Ne aveva sedici, quando ha scritto le poesie che sono state incluse nell’antologia La rosa di Gaza, edita da Les Flâneurs Edizioni, Bari, pochi mesi fa. È la più giovane delle dieci poetesse che compongono la rosa che mi sono pregiato di curare, insieme a Luca Crastolla e Lucia Cupertino, e all’illustratrice Fabiana Renzo, che ha dato un volto a queste donne, contribuendo a negare il passo alla disumanizzazione inesorabile, alla sottrazione sistematica e progressiva di terra, casa, e luce. Un contributo fondamentale è stato generosamente offerto dai bravissimi traduttori che ci hanno permesso di apprezzare il significato delle poesie, nella nostra lingua. Il 4 gennaio del 2025, l’esercito di occupazione israeliano ha “strappato dal petto” (sono sue parole) di Ruba parte della sua famiglia. È forse il caso di ricordare che su di lei e su chi vive le sue condizioni si esercita, tuttora, un duplice assedio: quello dei carri armati, e quello del silenzio. Ove per silenzio non si intenda solo quello mediatico, soprattutto da qualche mese a questa parte, ma anche il prodotto della distorsione strumentale delle parole, che costruisce una inibizione percettiva sugli eccidi continuamente compiuti. Infatti, mentre si discute – comodamente e animatamente – su quale parola adoperare per descrivere quanto stia accadendo a Gaza (e oggi ancora in Cisgiordania, come in Libano meridionale), oltre settantamila persone – solo a Gaza – sono morte durante le operazioni dell’esercito di occupazione, per sua stessa ammissione, in base a quanto si legge[1]. Oltre ventimila, solo i minorenni, già a settembre 2025, secondo Save the Children. Il pensiero corre, in questi giorni, a Ritaj Rihan, una bambina di nove anni, uccisa da uno dei proiettili sparati sulla folla, mentre era con altri scolari di terza elementare, in una tendopoli[2]. Questo processo di barbaro annientamento, di intenzionale disumanizzazione, trova forse un argine nella parola poetica. Che è intrinsecamente politica, come scrive Marwan Markhoul: “Per scrivere una poesia non politica / devo ascoltare gli uccelli, / e per sentire gli uccelli / bisogna far tacere gli aerei da caccia”. Questo il contesto in cui sono pur fiorite le parole di Ruba al-Sharif e delle altre autrici dell’antologia (Nima Hasan, Shuruq Dughmush, Dunya al-Amal Ismail, Samar al-Ghussein, Marah al-Khatib, Du’a Said, Raghad al-Naami, Nahar Hussein, Fedaa Zeyad, citate qui nell’ordine in cui compaiono nel testo).

In un messaggio mandato ai lettori dell’antologia, tradotto in italiano dal cantautore palestinese Nabil Bey Salameh, Ruba al-Sharif dichiara, tra le altre cose: “Credo che l’arte non sgorghi dalla completezza, ma dalla prima crepa, dal momento in cui una persona perde l’equilibrio nel mondo”. Un pensiero straordinariamente profondo, per una ragazza così giovane, che ha dovuto maturare tanto in fretta una visione sul mondo. Una crepa attiva l’arte, sotto il peso di un carico di dolore. Si deve perdere l’equilibrio, per mettersi in azione sul piano dell’arte, esattamente come si fa per imparare a camminare. Poco più avanti, Ruba dichiara: “Mi sono ritrovata a rifugiarmi nella scrittura come se cercassi la salvezza, cercando parole che mi descrivessero, a cui aggrapparmi, come una persona che sta annegando si aggrappa a un pezzo di legno”. Ci sono voluti alcuni giorni, ma queste parole nel mio petto hanno trovato collocazione e risonanza. Nel 2014, Elisa Biagini pubblicò Da una crepa, con Einaudi, in cui si parla della poesia come della “parola-ramo che ci tiene”. Questi i versi della poeta Biagini:

Se l’asse cede, se la

voce affonda,

c’è qui,

nell’aria, la

parola-ramo

che ci tiene.

E in Poesia come ossigeno, scrive: “La parola come legno che ci sorregge nell’acqua che sale”. E ancora: “Scrivere è ricomporre ciò che è infranto”. Questo confronto a distanza tra la poetessa Elisa Biagini e Ruba al-Sharif sembra parlarci dell’universalità della poesia, che non salva, forse, ma certamente ci fa appartenere a una fraternità universale. Non muta il mondo, ma risponde a una urgenza. Il verso, in arabo, si indica con il sostantivo bayt, che al tempo stesso indica il verso e la casa. Per chi vive in una tenda, o sotto la continua minaccia di perder tutto, la poesia è atto di resistenza, rifugio di fronte alle pratiche disumane che violentano la storia dell’umanità, la nostra memoria comune. “Il dolore”, dice più avanti Ruba, “non si placa con la scrittura; si risveglia semplicemente dal suo letargo, trasferendosi dal corpo al linguaggio, diventando più chiaro e intenso”. “Scrivere non è solo formulare parole, ma un rito spirituale prima che il dolore ci consumi”. La scrittura non sia dunque uno sfoggio retorico, chiede Ruba, ma un’azione sincera, proprio come invocava Umberto Saba, già nella prima decade del Novecento, quando chiedeva che i poeti fossero sinceri. “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”.

 

*****

 

La maledizione della sopravvivenza

 

La distruzione non annuncia il suo arrivo.

Si innesta, invece, in silenzio.

Nessun urlo, nessuna musica, nessun preambolo.

Solo un’esplosione interiore,

udita solo da chi ha già assaporato il gusto di essere distrutto.

 

Le case non sono più case.

Le mappe lacerate dall’interno,

come se il loro cuore fosse spaccato in due.

E i muri, che sorreggevano le storie,

cancellati improvvisamente

come se non fossero mai esistiti.

 

Lì, il tempo non passa.

Perché ogni momento si tramuta in uno specchio rotto

che riflette l’insostenibile.

 

Il vento attraversa i vicoli senza pietà

portando con sé l’odore di ieri:

corpi ancora senza un addio,

e un terreno ancora caldo dell’eco della dipartita.

 

Nessuno parla,

ma ogni cosa sussurra:

le macerie sussurrano,

il cielo, in frantumi, sussurra,

il silenzio stesso sussurra,

come se, dentro di sé, trattenesse un rantolo, quanto basta

per farsi voce.

 

E lì,

in quel silenzio tetro

viene rivelata la più grande verità:

la perdita non comincia quando chi amiamo va via,

ma quando scopriamo che ciò che resta non è più degno di

[essere vissuto.                                             

 

La città scrive le sue lettere nella polvere.

Ogni muro crollato indica una storia non scritta,

ogni finestra senza vetri testimonia qualcosa,

qualcosa di non detto.

 

Non ci sono più nomi.

Il nome è la prima cosa che si perde.

Poi si perde la voce.

 

Poi il volto.

Ciò che resta è una traccia,

come un fantasma sospeso tra due nubi ardenti.

Lì,

la gente non cammina, viene spazzata via.

Non vive, ma sperimenta la sopravvivenza come atto di resistenza

E non muore,

si disintegra lentamente negli angoli del silenzio.

 

In una città come questa, la memoria non è benedizione.

È una perenne maledizione, ti sveglia una voce che non senti più,

un volto che non esiste più,

un nome che sai essere tuo, ma che per te non vale più nulla.

 

Scriverne non è un lusso letterario,

piuttosto un disperato tentativo di darvi un significato prima

che, a sua volta, crolli.

 

E così, quando la notte cala, la luce non si spegne.

Piuttosto, la memoria viene illuminata da ciò che resta delle

sue macerie.

 

Ed è solo in quell’istante che

la città si rende conto dell’indicibile:

che lei palpita ancora, non perché stia vivendo,

quanto piuttosto perché non ancora morta.

 

Ruba al-Sharif

tradotta da Angelo Cafagno

Da La rosa di Gaza, Les Flâneurs Edizioni, 2026, Bari.



[1] https://edition.cnn.com/2026/01/30/middleeast/israeli-military-gaza-killed-numbers-intl

[2]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/04/palestinians-across-gaza-unsafe-six-months-ceasefire-announcement-says-turk


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