RUGIADE - Melania Valenti su L'ESAME DELL'INVERNO di Barbara Mastroviti - Recensione

 


L’esame dell’inverno di Barbara Mastroviti (Interno Libri, 2026) si configura come un percorso di ricerca che, pur partendo da una scenografia invernale, rifiuta la stasi decadente per abbracciare un dinamismo vitale, definito da Alessandro Moscè nella sua prefazione (“La dismisura delle cose”, pp. 5-11) come un “contesto anfibio”, dove la metafora esistenziale attraversa vita e morte. Il volume è strutturato in cinque sezioni (In coda, Procreazioni, Encòmio, Custodie di moniti e monili e Ossigeno terzo elemento), che scandiscono una progressiva acquisizione di consapevolezza. Nella prima sezione, In coda, l'inverno è metafopra di un’indagine profonda che "pratica tagli abbondanti / sull’accumulo delle domande cruciali" (p. 15), richiamando per analogia il "disossamento" ungarettiano volto a svelare la densità delle situazioni e che l'autrice ci offre in un controcanto libero. 

Man mano che si procede nella lettura, l’autrice prende per mano il lettore e lo accompagna in un catartico passaggio dalle tenebre alla luce, dove l'elemento terrestre - già centrale in Dominio della Terra (Il Convivio, 2024) - funge da perno per una riflessione non più individuale, ma che si trasforma in monito corale. A p. 26 si legge: 

[…] La presa del mondo tace / il male si perde tutto nel bianco,/ tu e la neve lasciate un segno forte.

dove mi pare evidente un riconoscimento della potenza dinamica e soccorritrice della natura, che, complice la neve dell’inverno, giunge in soccorso all’io-umanità per  annullare la presa del mondo e seppellirlo nel bianco candido della neve, che, con il Tu allegorico, riveste il ruolo di impronta salvifica e imperitura. In Procreazioni l'autrice, sempre cogliendo il richiamo fortissimo della Natura, riflette sulla metamorfosi umana, chiedendosi: "Gemmerà un’altra volta il secolo fa / dal pioppo?" (p. 31), mentre in Encòmio cerca l'unica medaglia nello "sguardo che mi dice se / ho fatto bene o male" (p. 49). La tensione verso il Tutto continua nella quarta sezione, Custodie di moniti e monili, in cui il respiro diventa universale, in certo senso riconducibile alla concezione dell’amore dantesco, come evidenziato in parole che siano "querce / - restano secolari -" (p. 63). La lingua alterna pennellate espressioniste a momenti di precisione analitica, come in Ossigeno terzo elemento, quinta ed ultima sezione del volume, dove l'elemento chimico, "azzurro di colore" (p. 93), diventa trasposizione e simbolo di speranza. 

Lungo tutta l'opera, l’autrice utilizza il procedimento per contrasti, in cui l'affermazione e la negazione diventano parti tangibili; si noti, inoltre, come sottolineato anche nella prefazione, un uso frequente ed abile del correlativo oggettivo, dove il paesaggio figurativo - come i "salici" e il "lancio del sasso in cerchi d'acqua" (p. 77) o la "rosa Baccarà" definita "regina adorna di ondulate promesse" (p. 43) - diventa formula di un’emozione vivificante. Il confronto con il Novecento mi pare assai esplicito; se il fulcro sull'inverno rimanda a Sereni o ad Anedda o, ancora, alle Residenze invernali citate da Moscè (p. 5), la tensione metafisica verso l'alto - “Come fanno gli angeli custodi / a tenerci nell'odore forte di umano" (p. 44) - e la ricerca di un "ponte tra il qui e adesso e una misterica visione" evocano la verticalità spirituale di una poesia che non rinuncia a esplorare l'invisibile oltre l'illusione ottica (p. 50).

Rispetto all'attuale panorama poetico italiano, spesso dominato da un minimalismo diaristico o da uno sperimentalismo linguistico autoreferenziale, la proposta di Mastroviti mi colpisce per una "terrestrità" che non rinuncia alla densità del pensiero, ponendosi in dialogo con alcune tendenze più recenti, che cercano di recuperare la funzione civile e antropologica del verso. Infatti, mentre molta poesia contemporanea si ripiega su un io frammentato, L'esame dell'inverno sceglie la via di un lirismo dal respiro universale che, pur restando ancorato alla terra e al dato biologico (l'ossigeno, la procreazione), ambisce a una ricomposizione del senso proprio attraverso la natura, ponendosi come un ponte necessario tra la lezione dei grandi maestri del secondo Novecento e la necessità di una nuova "ecologia dello spirito" tipica di parte della migliore produzione del XXI secolo.

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Barbara Mastroviti nata Chiusi (SI) nel 1970, vive a Città della Pieve (PG). Si occupa di amministrazione contabile e gestionale. Ha integrato la sua formazione economica con studi di Lingua e Letteratura Italiana e Storia della Filosofia, presso l'Università di Siena. Ai fini preparatori ha frequentato corsi di lettura ad alta voce e di stilistica poetica. Nel 2024 ha pubblicato le raccolte Dominio della Terra (Società Editrice Fiorentina) e Appunti sulla poesia (verso libero) (Il Convivio Editore). Di recente è uscita, in Romania, la silloge Ti darei gli occhi (Ti-as da ochii) Eikon-Cosmopoli. Finalista e premiata in concorsi letterari nazionali, terza al XXX Premio "Ossi di Seppia" (2024/2025), ha ottenuto menzioni d'onore ai Premi "L'Alloro di Dante", "Città di Fermo", "Terra di Virgilio" (2024).

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