POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - TUTTO QUELLO CHE DICO POTRA’ ESSERE USATO CONTRO DI ME
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| Massimo Maggiore |
Alla fine di questo mio pezzo odierno spiegherò il perché del titolo.
Sono molto affascinato dall’arte concettuale. Sono affascinato dalle forme artistiche quando esse si pongono al confine della provocazione intellettuale, lo valicano.
È d’altronde questa una cifra netta dell’arte contemporanea. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, l’aura dell’opera – un tempo derivante da due unicità: quella del luogo in cui solo poteva essere fruita (un museo ad esempio) e quella del gesto creativo incarnato in una matericità non replicabile (colori, tele, marmo) – deve riconoscersi in altro. Nella capacità dell’opera di parlare a individui il cui asse emotivo ruota intorno a principi radicalmente diversi rispetto a quelli prevalenti fino a qualche decennio addietro.
L’artista, quindi, fa dell’opera il veicolo di un discorso sulla complessità del mondo contemporaneo, in cui l’elemento estetico – inteso nel senso di capacità dell’opera di suscitare il senso del bello - passa in secondo piano. A volte, quando la componente estetica rimane, ciò accade ad un livello di sollecitazione di istinti primordiali. Un esempio in questo senso è fornito dalle opere di Damien Hirst, tra cui quella, presente nella Torre della Fondazione Prada di Milano, intitolata The last judgment e di seguito riprodotta:

Quella che, entrando nella sala espositiva appare solo come una grande ‘tela’ scura, se ci si avvicina a portata di naso, ci si accorge essere in realtà composta da migliaia di mosche, appiccicate sul supporto attraverso una resina.
Le riflessioni che questa opera suscita possono essere molteplici, dal senso della caducità della vita, al nostro rapporto con forme di vita aliena, alla de-antropizzazione del mondo come destino ultimo o, in senso inverso, all’illusione del controllo dell’uomo sul mondo stesso. Io vedo anche messaggi legati ai cambiamenti climatici e alla trasformazione del senso stesso della morte che, quando è intesa come evento di massa, si percepisce appena, come una indistinta e uniforme macchia di colore nero, decifrabile solo da vicinissimo.
Non sono queste note critiche sull’opera di Hirst, ma considerazioni impressionistiche. Il mio discorso qui guarda al senso di spiazzamento che l’arte contemporanea tende a generare nello spettatore. D’altronde la contemporaneità è disarticolazione dell’identità e dell’individuo. Senza scomodare la fortunata formula della società liquida di Zygmut Bauman, siamo credo tutti consapevoli che cifra del nostro tempo è lo spaesamento o, come accennato, spiazzamento. L’uomo contemporaneo si interroga sul senso delle cose e, in questo, si pone nella scia di una tendenza millenaria. Al contrario però di quanto non accadesse in epoche più remote, l’uomo contemporaneo sa che l’approdo più probabile di quella ricerca è il nulla o, quantomeno, la mancanza di un approdo.
Penso che questa sensazione di spaesamento sia oggi un effetto destinato ad acuirsi, anche in forza della dirompente rivoluzione digitale, delle tecnologie dell’informazione, che stiamo vivendo ormai da qualche decennio e di cui oggi osserviamo l’epitome con l’intelligenza artificiale. Quest’ultima porta a compimento quella che Luciano Floridi ha definito la Quarta Rivoluzione: dopo la prima, quella di Copernico, che ha tolto l’uomo (la Terra) dal centro dell’universo, la seconda, quella di Darwin, che ci ha fatto scoprire di non essere biologicamente speciali (siamo primati come le scimmie) la terza, quella di Freud, che ha eliminato la centralità dell’io (l’inconscio ci domina), la quarta, quella digitale, completa il processo di marginalizzazione della centralità dell’uomo, mettendo in discussione il nostro narcisismo intellettivo, ossia l’idea che l’essere umano sia l’unico agente intelligente o il centro esclusivo del mondo informazionale.
Se la realtà percettiva e culturale è dominata dall’instabilità, allora chi crea non può che decostruire tutte le categorie tradizionali secondo cui qualcosa era considerato arte.
Recentemente ho ascoltato in un’intervista una nota poetessa, che scrive per lo più solo in forme chiuse e solo in rima, affermare come lei prediliga la rima perché, se non ricordo male le sue parole, le trasmettono un senso di tranquillità. Se si legge il testo che campeggia sulla copertina della sua ultima raccolta poetica, il senso che personalmente ne ricevo non è però di tranquillità, ma semmai di sottrazione, di sottrazione della responsabilità che l’arte contemporanea richiede al fruitore dell’opera, di essere egli stesso coautore della creazione artistica, di utilizzarla per quello che non dice, di infilarsi nelle suggestioni e contribuire alla forma creativa. Non amo l’arte assertiva o, per usare una categoria aristotelica, apofantica. Per l’arte contemporanea, il fruitore è co-creatore al di fuori di ogni imposizione di direzione estetico-percettiva da parte dell’autore.
Una delle espressioni massime di arte così intesa si trova nella musica e, in particolare, in John Cage, musicista sperimentale, figura guida dell’avanguardia post-bellica. Guardare alle opere di Cage rende l’idea di cosa debba intendersi per arte portata fino ai confini estremi del concettualismo, a tal punto da sfociare in forme di misticismo. Esempio ne è l’opera “as slow as possible” ASLSP, un’opera originariamente scritta da Cage per una partitura di otto pagine, accompagnata dalla sola indicazione di suonarla il più lentamente possibile. Ne è derivata l’idea di estremizzare il concetto di lentezza, attuata dopo la morte di Cage nella città tedesca di Halberstadt e lì una chiesa sconsacrata, dove, con un organo meccanizzato costruito ad hoc viene eseguito il brano musicale più lunga di sempre, della durata programmata di 639 anni. L’esecuzione è partita a settembre del 2001 e finirà quindi nel 2640. La partitura è stata tradotta in una sequenza di eventi (accordi) distribuiti sui 639 anni di durata previsti. Ogni evento è un cambio di accordo: si aggiungono o si tolgono canne sonore, creando una nuova combinazione di note sull’organo e quindi un nuovo accordo. Tra un cambio e l’altro l’accordo sonoro continua a essere eseguito invariato per lunghi periodi, anche anni. Il calendario attualmente presente sulla pagina Wikipedia dedicata al progetto ASLSP suggerisce che in futuro potranno trascorrere anche tre anni tra un cambio di accordo e l’altro. Di seguito riporto l’immagine dell’organo che per i prossimi 614 anni dovrebbe ancora suonare il brano di Cage:
L’altra opera di Cage che voglio citare è intitolata 4:33, che è la durata del pezzo, ossia quattro minuti e trentatré secondi. Il brano si trova anche su Spotify o altre piattaforme online. Se provate ad ascoltarlo e doveste sentire nulla, se non i rumori dell’ambiente in cui vi trovate o quello dei vostri pensieri, ebbene non c’è nulla di rotto nell’apparato sonoro che state usando. John Cage, infatti, ha composto un brano musicale, senza che di quel brano abbia scritto una sola nota. Sono 4 minuti e 33 secondi di silenzio. O di silenzio apparente, posto che i suoni sono quelli estemporanei prodotti dall’ambiente in cui il fruitore si trova, alla cui composizione anche il fruitore quindi contribuisce: il suo respiro, lo spostarsi della sedia, lo schiarirsi della voce, lo spostamento di un oggetto, il battito cardiaco ecc.

Queste due opere di Cage, non meno di quella di Hirst, sono concetto che, nel caso di Cage in particolare, concentrano, in un tutt’uno indistinto, pensiero, esecuzione e forma; anzi sovrappongono ciascuno di questi componenti della creazione all’altro, sovvertendo categorie consolidate, come il rapporto tra musica e tempo, nonché l’identificazione estetica tra armonia deterministica e musica.
Io trovo tutto questo commovente. Sia Hirst che Cage sfiorano vette mistiche e trascendenti, mediante giochi di rimandi e sovvertimento dei luoghi comuni estetici. Non è semplice poesia di ricerca, la loro. È anche quello, certo, ma sono impregnati di una dimensione metafisica o meta percettiva quasi stordente, che dà le vertigini. Scevri per di più di qualsiasi lirismo, ma non per questo meno penetrati nel profondo dell’animo umano. Abissalmente poetici.
Giunto a questo punto svelo il perché del titolo iniziale. La ragione sta nel fatto che oggi, qui, ho dichiarato anche il mio manifesto poetico. Sono concezioni che in qualche modo entrano anche nel mio approccio allo scrivere poesia. Ma questa mia concezione potrebbe cambiare un giorno o, se non cambiasse, essermi rinfacciata, non foss’altro perché non sarò riuscito a trasferire in un testo le altezze creative di un Cage o di un Hirst.
Più volte ad esempio ho detto ai miei amici del mondo poetico che il mio ideale sarebbe scrivere poesie di una parola sola. Una parola soltanto, che a quel punto dovrebbe essere il termine definitivo della mia avventura da scrittore di versi. La parola, però, soffre di molte più limitazioni, di quanto non avvenga per l’arte figurativa o la musica. Il singolo lemma, privo di un legame con altri, non produce nemmeno un suono, neanche quando pronunciato, perché il suono (poetico) deriva dalla vibrazione che produce quando sia seguito da un’altra parola. Ma non è detto non ce la faccia, non demordo.



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