LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Mauro Barbetti (a cura di Doris Bellomusto, Viola Bruno, Stefania Giammillaro, David La Mantia, Melania Valenti)
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| Mauro Barbetti ___________________________________________________________________ |
Il decimo appuntamento delle monografie mensili di Finestre Lit-blog, Cinque finestre sulla poesia, che il gruppo direttivo della Redazione dedica ad un autore/trice che ritiene meritevole di particolare attenzione, vede come protagonista Mauro Barbetti, o, per meglio dire, i suoi versi. Un invito ad immergervi in una poesia che indaga il quotidiano, quasi interrogandolo, fino a sconfinare in "poligrafiche di stati" tecnologico - sociali.
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Passo oltre una vetrina:
del rumore interno
mi giunge un braccio teso
le luci ai quadri elettrici
il bicchiere fermo
e un lungo tempo sospeso
come lo stare ai tavoli
di clienti e cameriere.
Nel mio al-di-qua
le auto sono auto
i passanti passanti
il pomeriggio inclina
verso una nuova data.
s’accendono le insegne
ovunque nella strada.
(da Frammenti da zone soggette a videosorveglianza, Zona 2022)
La poesia de-scrive?
Mi raggiunge, con la dolcissima furia dei baci rubati, questa domanda e se mi sazia da una parte, dall’altra ancora mi asseta la poesia di Mauro Barbetti.
Io credo che la poesia sveli e riveli, talvolta con esattezza inattesa e scientifica, cose marginali che, spesso, distratti non vediamo, non contiamo. Eppure la vita, la realtà è somma o sottrazione di tutte quelle cose poetiche e prosaiche che i nostri sensi bramano e catturano.
Al di qua, al di là dei nostri sensi la poesia racconta, fotografa, incide, disegna, cattura, nella rete dei nostri sguardi e delle nostre parole, frammenti di zone soggette all’attenzione del poeta.
Attenzione forte e accesa, tesa a svelare dettagli nascosti e minimi, perché non solo il diavolo si nasconde nei dettagli, ma anche dio o più semplicemente l’io di chi non si sottrae al gioco folle dell’esistere.
Doris Bellomusto
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Ci sono cose
in questa casa
che non ne vogliono sapere
di funzionare ancora
come l’orologio a muro
da mesi fermo all’una
ormai dato imperituro
o quell’anta che s’arrende
e non chiude oltre
al volume dei miei fogli
o quel lume là nel bagno
che non s’accende più
pur cambiando lampadina.
Con sorriso bonario
concedo loro ogni mattina
il libero arbitrio materiale
tanto questo vario opporsi
a me
non cambierà la vita.
(da Frammenti da zone soggette a videosorveglianza, Zona 2022; Premio Pagliarani 2020, sezione inediti)
Il libero arbitrio delle cose
Nella poesia di Mauro Barbetti lo spazio domestico non è mai semplice sfondo, ma campo di osservazione, superficie in cui il reale si offre per frammenti, senza mai restituirsi intero. Le cose non sono oggetti: sono presenze opache, dotate di una loro ostinazione silenziosa.
Ci sono cose / in questa casa… Nessuna enfasi, nessuna costruzione simbolica dichiarata. Eppure, fin da subito, emerge è uno scarto: le cose non ne vogliono sapere / di funzionare ancora.
Non è il guasto in sé a interessare, ma la resistenza. Non un difetto tecnico, ma una forma minima di opposizione.
Il tempo si arresta, lo spazio non si sigilla, la luce si sottrae.
E dentro questa piccola disfunzione domestica si apre una crepa più ampia. L’orologio, fermo da mesi all’una, diventa ormai dato imperituro: parola inattesa, sproporzionata rispetto all’oggetto. L’imperituro — ciò che non muore — si posa qui su qualcosa che ha smesso di vivere.
È uno slittamento percettivo tipico della scrittura di Barbetti: ciò che viene osservato non coincide mai del tutto con ciò che è. Come accade nelle sequenze di Frammenti da zone soggette a videosorveglianza, anche qui la realtà sembra passare attraverso un dispositivo che la registra senza comprenderla, restituendola per segmenti, per anomalie, per scarti.
Anche l’anta e il lume partecipano di questa logica: non semplicemente rotti, ma in una sorta di volontaria rinuncia. S’arrende, dice il testo. Non cede a una forza esterna, ma abdica.
Il linguaggio umano scivola sulle cose, attribuendo loro una soggettività minima, quasi fosse necessario colmare il vuoto lasciato da uno sguardo che osserva ma non possiede.
Ed è qui che avviene lo spostamento decisivo.
Il soggetto, invece di reagire, introduce una postura inattesa: con sorriso bonario / concedo loro ogni mattina / il libero arbitrio materiale.
Non ripara, non sostituisce, non corregge: concede.
Il gesto è solo apparentemente ironico. In questa concessione si avverte una presa d’atto più profonda: le cose non sono più pienamente disponibili all’uso, non rispondono più a una logica di controllo. Come gli automatismi che attraversano il mondo osservato dalla macchina, anche qui l’ordine si incrina; ciò che resta è una realtà che procede per deviazioni, per minimi scarti non governabili.
Il libero arbitrio materiale è allora una formula paradossale ma rivelatrice: trasferisce una categoria etica nel mondo degli oggetti, come se l’umano, perdendo presa sul reale, fosse costretto a riconoscerne l’autonomia.
E tuttavia la poesia non si carica di tensione teorica. Resta in una misura trattenuta.
Il finale lo conferma: tanto questo vario opporsi / a me / non cambierà la vita.
Qui si compie un ulteriore rovesciamento. L’opposizione delle cose è riconosciuta, ma ridimensionata. Non è minaccia, non è crisi: è varia, molteplice, quasi insignificante.
Eppure proprio questa apparente irrilevanza lascia affiorare qualcosa di più sottile.
Ciò che non cambia la vita la sfiora continuamente. La costella di piccoli attriti, di minime disobbedienze. A volte sono proprio queste incrinature impercettibili a custodire una traccia — qualcosa che è stato e che, pur sottraendosi alla funzione, continua a restare.
La poesia di Barbetti abita esattamente questo spazio: non l’evento, ma la micro-frattura; non il conflitto, ma la discrepanza tra ciò che dovrebbe funzionare e ciò che, ostinatamente, non lo fa.
In Frammenti da zone soggette a videosorveglianza ritorna così una linea costante: lo sguardo si fa dispositivo, registra, isola, segmenta. Ma proprio in questa riduzione qualcosa eccede, sfugge, resiste. La realtà non si lascia mai del tutto tradurre in dato.
La lingua segue questa postura: piana, narrativa, quasi prosastica, ma attraversata da slittamenti improvvisi — imperituro, libero arbitrio materiale — che aprono fenditure nel discorso, come brevi interferenze nel segnale.
Non c’è denuncia, non c’è nostalgia, non c’è metafora esplicita. Solo una registrazione attenta di ciò che non funziona più — e che, proprio per questo, continua a stare.
È in questa soglia che la poesia trova la sua necessità: nel riconoscere che anche l’inutile, anche il guasto, anche ciò che si oppone senza motivo ha diritto di esistere.
E che, a volte, la forma più discreta di convivenza consiste nel non aggiustare nulla.
Nel lasciare che le cose, semplicemente, non obbediscano. E restino così.
Viola Bruno
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PADRE
Inedito pubblicato su Poetarum Silva Inediti di Mauro Barbetti - 16 marzo 2018
La cadenza ritmica, quasi serrata che di certo caratterizza la poetica di Barbetti giusta la ricorrenza di epanalessi, nella sub specie del geminao (o raddoppiamento), anadiplosi, oltre che l’impiego di rime baciate e alternate, in questi versi sembra arrestarsi come quel “sasso a fine corsa/il fermo transito che è stato”.
L’atmosfera in cui è ambientato, o forse “scivolato”, adagiato il paesaggio poetico dell’inedito in esame sembra dipanarsi o meglio ancora “rarefarsi” come quella “vicenda che dà misura/di traiettoria occorsa o distanza”.
Si trattiene il respiro. Si percepisce l’apnea “di quel niente che perdura/nella vita quotidiana”. Anche qui come nei versi di Annalisa Ciampalini in Tutte le cose che chiudono gli occhi, Pequod, 2022, ritorna l’interrogativo della presenza nell’assenza: Come si misura la mancanza? Nello spazio che occupa o nel vuoto, nel “niente” che lascia?
Altra analogia si intercetta nella metafora della partita “persa come tutti”, che sembra ricordare i celebri versi che Raboni dedicò al fratello: “Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola,/non ha senso questa domanda. Vivi/finché è stasera, fino a quando/continua sullo schermo la partita/e ancora si può sperare che uno/dei nostri, magari in extremis,/magari nei minuti di recupero,/riesca a segnare.” E poi conclude: […] “e adesso non sono più niente/meno della durata di un’azione/meno del tempo che ci vuole/a un mediano di spinta/per raggiungere l’area di rigore”. (Giovanni Raboni da Barlumi di Storia 2002, Mondadori).
Anche qui ritorna la tematica del ridursi a “niente” che, se in Raboni dura meno di un’azione calcistica che permette al mediano di spinta di raggiungere l’aria di rigore, quasi come una folgorazione accecante che poi rapida svanisce, in Barbetti il niente “perdura” nel quotidiano in cui la partita è già persa, prima ancora dell’azione, del rigore. Un nulla più ostico da affrontare, digerire, elaborare, se non con la distanza. Allora, in una accurata e raffinata struttura circolare, ritorna la rarefazione dell’inizio dove il nome del padre “si è diradato/dentro il fiato in lontananza”. L’apnea termina dentro un’immagine sfocata, ma sempre viva. Sempre.
Stefania Giammillaro
APPENDICE INFERIORE
tutto passa attraverso la conquista della stazione eretta
di un nuovo bilanciamento di pesi e gravità
ma ancora oggi lo trapassa il senso del soggetto posto in essere
dello spazio occupato a deformare il tempo
scontro di particelle minime
essere questo soltanto questo
mentre un piede scivola da una scarpa
tenta l’evasione in un pavimento
al netto del freddo
al netto dello sporco
al netto dello stato di natura
ora l’arto è lì nell’erba a strisciare nel terreno
lo vede incontrare qualcosa o anche niente continua
continua come la conquista del Far West
come una linea che obliqua
tra praterie fiumi foreste montagne rocciose
valli della morte e coste a occidente
il mare non lo ferma lo porta oltre la visione di Honolulu
di un altrove tra verde e blu amniotico
fino alla Luna fino a Marte
fino a farsi pezzo robotico
che si flette come una protesi di Pistorius
e come un pistone spinge ed esce
fuori dalla porta c’è sempre gente che va
e auto e aerei e stelle in perenne spostamento
questo passo prosegue fino al ciglio
prima della mutazione dell’estinzione
di un collocarsi senziente tra un qui o un altrove
a diversi gradi di separazione
si inventeranno poi stivali delle sette leghe
per orchi o pollicini che nella memoria di specie
il mostruoso è sempre stato insito nell’umano
si pensi alla fiaba si pensi alla Storia
(dalla prima sezione di Poligrafiche di Stati, Seri Editore, 2025)
È campo familiare a Mauro Barbetti indagare con la scrittura sui rapporti e reciproche interconnessioni tra individuo, tecnologia e società. Già in “Versi Laici” (2017) il poeta dava mostra della grande maestria nel restituire al lettore le proprie riflessioni socioculturali in poesia. La successiva “Frammenti da zone soggette a videosorveglianza” (Zona 22), sembra farsi da sé, tanto l’io poetante rimane in disparte, cedendo il passo alle videocamere e al loro occhio. È una de-strutturazione, una de-costruzione, ma per ri-costruire, un disfacimento mai fine a se stesso, con quell’input alla proposta salvifica all’uomo per salvare se stesso dall’abisso.
In “Poligrafiche di stati”, da cui è tratta la pagina che presento, Barbetti continua la spropria indagine sociologico-filosofica, in un’opera che si fa riflessione sulla fragilità umana di fronte alla moderna dis-umanizzazione.
Tutto è passaggio, transizione, attesa, incertezza: è questa l’impressione che ho subito colto leggendo quest’opera. Tutto è passato e l’uomo, adesso, in bilico sulla soglia, attende il futuro, o ne è già fagocitato, come da una morsa che aspira a soffocarne gli ultimi sorsi di afflato umano. Evidentemente immerso, ma non del tutto sommerso dalla odierna società, l’autore marchigiano ci invita a riflettere, indaga sulla ricaduta che la tecnologia ha sulla mente e sull’opera dell’uomo odierno, tenta un’opera di salvezza mediante la poesia e la scrittura (qui affiancata dalla fruizione audio con i Qr code di ogni sezione).
Con una scrittura tra poesia e prosa filosofica, Barbetti indaga l’uomo nel suo complesso, dalla anatomia, - “Tavole anatomiche per postumani” il titolo della prima sezione, da cui estraggo la poesia in alto – alla appartenenza, o dis-appartenenza, alla moderna società delle macchine, con uno sguardo infarcito di tecnicismi e lemmi mutuati dalla scienza, ma che nasconde una grande cultura retorico-filologica, sempre avendo tuttavia ben chiaro il messaggio volto ad una permanenza nello stato di umanità, che pare si stia perdendo in toto.
“Discorsinonlineari”, che qui riporto, chiude l’opera: una sezione di una pagina, in cui frammenti di testo si intersecano, per chiudere con un passaggio emblematico:
sei un uomo solo o solo un uomo (scegli).
Melania Valenti
(telecamera 29 via Pontecorvo –
Centro Commerciale)
L’obbiettivo coglie
la struttura universale
della fila
siano formiche
linee elettriche
uccelli in migrazione
il traffico seriale/serale
o esseri umani all’uscita
di un Centro Commerciale
(da “Frammenti da zone
soggette a videosorveglianza”, Zona 2022)
Il testo è tratto da “Frammenti da zone soggette a
videosorveglianza”, che vinse anni fa il premio come migliore inedito al Pagliarani. L'idea, efficacissima, è
semplice: eliminare l'io poetante, rappresentando una porzione di mondo
significativa, ma decostruita e ricostruita attraverso un procedimento anti
poetico in senso tradizionale. È un mondo quasi verghiano che presuppone
l'eclissi dell'autore. Ed ancora: attua un processo che riduce la poiesis di chi scrive ed incrementa le
potenziali scelte del lettore. Ne nasce una scrittura sperimentale e più
libera, che non offre adesione ad una realtà precostituita. Lo sguardo è
gelido, spaesante, un artificio di regressione, in cui un autore colto si
riduce ad occhio meccanico. In pratica Barbetti ripropone l'antica
contrapposizione pascaliana tra cuore e ragione, invertendone la validità.
Le apparecchiature di videosorveglianza sono lo strumento
per mettere in atto questo progetto. Uno strumento che rifiuta l'emozione, che
riproduce e basta ciò che vede. E soprattutto che investiga, che nulla perde,
che nulla dimentica.
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Mauro Barbetti ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: “Primizie ed altro” - La scuola di Pitagora ed. (2011), “Inventorio per liberandi sensi” - Limina Mentis ed. (2013), “Versi laici” - Arcipelago Itaca ed. (2017), “Retro Schermo” - Tempra ed. (2020), “Dismettersi” - La Valle del tempo ed. (2022) e “Interni/Esterni” Delta3 ed. (2024). Nel 2020 ha vinto il premio Pagliarani – sez. inediti con “Frammenti da zone soggette a videosorveglianza” poi editato da Zona nel 2022. Suoi testi sono presenti in riviste di settore quali ‘’Poetarum Silva’’, ‘’Poesia del nostro tempo’’, ‘’La Recherche’’, ‘’Poesia ultracontemporanea’’, ‘’Argonline’’ e ‘’Versante Ripido’’. Alcuni progetti di spoken music in collaborazione con Manuel Oscar Triscari sono fruibili su Bandcamp e Youtube. Ha realizzato traduzioni di poeti in lingua inglese quali John Berryman e Keith C. Douglas, di cui recentemente ha pubblicato in prima nazionale un'ampia scelta di testi (La bestia nera, Corpo 11 ed.) È redattore della casa editrice Arcipelago Itaca e collabora con “Finestre lit-blog” a una rubrica su Scritture non liriche.



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