INCROCI - Iolanda Cuscunà - L'edificio

Iolanda Cuscunà

Ho incrociato la poesia in ospedale, il 21 marzo, nella giornata a lei dedicata, e ho celebrato lì, tra tanti pazienti e nessun poeta, la sua parola.

Per “Incroci” di questo mese di aprile avevo altro in mente, ma la vita — e la poesia — non seguono programmi. Così, per un’emergenza familiare, mi è capitato di trascorrere qualche giorno in un continuo andirivieni da uno degli ospedali di Catania. Sono stati giorni concitati, tutti occupati da faccende pratiche (porta il pigiama, il necessario per lavarsi, non dimenticare salviette igienizzanti e qualche bicchiere), burocratiche (certificato di ricovero, la comunicazione all’INPS chi la fa? L’ospedale o il medico curante?) e molta preoccupazione. Giorni di nervosismi e ansie e poi di attese.

Quando attendo io mi guardo intorno, come molti penso, o forse anche di più. E osservo. Ciò che osservavo, seduta nelle varie sale, era questo annullarsi delle singole identità in una comune condizione di sofferenza.

Lo smettere di essere, in quel tempo sospeso, il Signor X o la Signora Y per diventare un nome su una lista o ancor peggio un numero.

Nello spazio della cura, a perdersi, mi è parso, è stato proprio quel “prendere a cuore” una certa condizione, in virtù di un’efficienza del servizio e della prestazione che taglia fuori l’empatia.

Nello sguardo della signora seduta ad aspettare il turno per la visita, nei suoi occhi che andavano al braccio da cui pendeva la cannula per l’accesso venoso, ho letto il disagio per la parola di conforto attesa che non arrivava.

Il dolore di ciascuno restava muto,  serrato insieme alla paura. La vita fuori miraggio a cui tornare il prima possibile.

Nel tempo dell’attesa, per distrarmi, leggevo qualche pagina da un libro e poi smanettavo con il cellulare.

Così, tra una ricerca e l’altra su Google, sono arrivata a lui: il poeta britannico Philip Larkin, che prima di me, in un altro tempo e in un altro edificio, ma forse con lo stesso sguardo, aveva visto ciò che io ora vedevo.

L’edificio di Larkin assomigliava a quello in cui mi trovavo io, le persone accanto erano le stesse sedute accanto a lui: “alcuni sono giovani, / altri vecchi, ma per lo più in quella vaga età che riconosce / la fine delle scelte, il capolinea della speranza”. L’ospedale, questo monolite, roccia “dagli spigoli netti”  luogo di lotta per “trascendere il pensiero della morte”.

Larkin ha scavato in me. La sua poesia non è arrivata per salvare, ma per nominare. E nominare, lì dentro, è già qualcosa.

 

The building

di Philip Larkin


Higher than the handsomest hotel

The lucent comb shows up for miles, but see,

All round it close-ribbed streets rise and fall

Like a great sigh out of the last century.

The porters are scruffy; what keep drawing up

At the entrance are not taxis; and in the hall

As well as creepers hangs a frightening smell.

 

There are paperbacks, and tea at so much a cup,

Like an airport lounge, but those who tamely sit

On rows of steel chairs turning the ripped mags

Haven’t come far. More like a local bus.

These outdoor clothes and half-filled shopping-bags

And faces restless and resigned, although

Every few minutes comes a kind of nurse

 

To fetch someone away: the rest refit

Cups back to saucers, cough, or glance below

Seats for dropped gloves or cards. Humans, caught

On ground curiously neutral, homes and names

Suddenly in abeyance; some are young,

Some old, but most at that vague age that claims

The end of choice, the last of hope; and all

 

Here to confess that something has gone wrong.

It must be error of a serious sort,

For see how many floors it needs, how tall

It’s grown by now, and how much money goes

In trying to correct it. See the time,

Half-past eleven on a working day,

And these picked out of it; see, as they climb

 

To their appointed levels, how their eyes

Go to each other, guessing; on the way

Someone’s wheeled past, in washed-to-rags ward clothes:

They see him, too. They’re quiet. To realise

This new thing held in common makes them quiet,

For past these doors are rooms, and rooms past those,

And more rooms yet, each one further off

 

And harder to return from; and who knows

Which he will see, and when? For the moment, wait,

Look down at the yard. Outside seems old enough:

Red brick, lagged pipes, and someone walking by it

Out to the car park, free. Then, past the gate,

Traffic; a locked church; short terraced streets

Where kids chalk games, and girls with hair-dos fetch

 

Their separates from the cleaners – O world,

Your loves, your chances, are beyond the stretch

Of any hand from here! And so, unreal

A touching dream to which we all are lulled

But wake from separately. In it, conceits

And self-protecting ignorance congeal

To carry life, collapsing only when

 

Called to these corridors (for now once more

The nurse beckons -). Each gets up and goes

At last. Some will be out by lunch, or four;

Others, not knowing it, have come to join

The unseen congregations whose white rows

Lie set apart above – women, men;

Old, young; crude facets of the only coin

 

This place accepts. All know they are going to die.

Not yet, perhaps not here, but in the end,

And somewhere like this. That is what it means,

This clean-sliced cliff; a struggle to transcend

The thought of dying, for unless its powers

Outbuild cathedrals nothing contravenes

The coming dark, though crowds each evening try

 

With wasteful, weak, propitiatory flowers.

 

(Traduzione)

Più in alto dell’albergo più lussuoso

la cima lucente si mostra a una distanza di miglia, ma, guarda, 

tutt’intorno sale e scende un reticolo fitto di strade 

che sembra rigurgitato dal secolo scorso.

I portieri sono in cattivo arnese; 

quelli che continuano ad avvicinarsi all’ingresso non sono taxi; 

e nell’atrio rimane sospeso, insieme ai rampicanti, un odore che fa paura.

sono libri tascabili e tè a pochi centesimi per tazza

 come fosse la sala d’attesa di un aeroporto, 

quelli però che siedono docili su file di sedie metalliche, 

sfogliando le riviste arricciate,

non vengono da lontano.

 

Sembrano passeggeri di un bus

di quartiere. Abiti di quelli buoni per uscire di casa 

e borse per la spesa mezze vuote

e volti inquieti e rassegnati. Ecco ogni pochi minuti arriva una specie di infermiera

per accompagnare via qualcuno: gli altri rimettono

la tazza sul piattino, tossiscono o danno un’occhiata 

sotto i sedili alla ricerca di guanti o carte cadute.

Persone, sorprese in un terreno curiosamente neutrale, 

le loro case, i loro nomi rimangono improvvisamente in sospeso; 

alcuni sono giovani,

alcuni molto anziani, ma la maggioranza sono di quell’età incerta 

che segna la fine delle scelte e lascia appena un

residuo di speranza; tutti

sono qui per ammettere che qualcosa è andato storto.

 

Dev’essere un errore davvero serio,

guarda quanti piani servono e quale imponente

struttura e quanto denaro occorra per provare

a correggerlo. Guarda l’ora, sono le undici e mezza di un qualsiasi giorno di lavoro

dal quale queste persone sono state espulse; 

guarda come salgono al piano loro assegnato, come i loro occhi 

si scambino sguardi curiosi; nel frattempo qualcuno 

è stato portato via in carrozzella coperto con un

camicione consunto da ospedale.

 

Lo vedono certo e restano indifferenti. 

Rendersi conto di questo fatto nuovo che condividono li rende indifferenti, 

sanno che oltre queste porte ci sono stanze e altre stanze 

e altre stanze ancora ciascuna sempre più lontana e 

da cui è sempre più difficile tornare; 

chi può sapere quale toccherà a lui e quando?

 

Per adesso aspetta e guarda giù nel cortile. 

Tutto sembra piuttosto vecchio là fuori:

mattoni rossi, tubature coibentate e qualcuno 

che cammina fino al parcheggio, libero. 

Poi, oltre il cancello, traffico; una chiesa serrata; 

brevi strade di case a schiera dove i bambini disegnano giochi con il gesso e dove ragazze,

 con i capelli appena fatti, vanno in tintoria a ritirare i loro completi –

 

Oh mondo, le tue lusinghe, le tue opportunità 

sono fuori dalla portata di qualunque mano si protenda da questo luogo! 

E così, irreale,

un sogno commovente che ci culla tutti, insieme,

anche se il risveglio ci troverà di nuovo divisi. 

Un sogno in cui le illusioni e l’ignoranza 

che ci protegge si consolidano 

per permetterci di tirare avanti e crollano solo quando 

siamo chiamati in questi corridoi 

(infatti ecco proprio adesso

l’infermiera fa un cenno).

Qualcuno si alza e, finalmente, si avvia.

 

Certi saranno fuori per l’ora di pranzo o magari alle quattro; 

altri, senza saperlo, sono venuti ad aggiungersi 

a quelle consorterie nascoste che si dispongono 

in bianche file ben divise dall’alto 

- donne, uomini; vecchi, giovani; 

facce anonime dell’unica moneta che questo luogo riconosca. 

Tutti sappiamo che si avviano alla morte.

 

Non ancora, non qui forse, ma senza dubbio,

e da qualche parte simile a questa. 

Ecco il significato di questa roccia geometrica dagli spigoli netti; 

una lotta per trascendere

il pensiero della morte.

Se il suo potere infatti non sovrasta le cattedrali

 niente può ostacolare la tenebra incombente 

per quanto tanti disperatamente, ogni sera, tentino.


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Philip Larkin 

Philip Larkin è stato uno scrittore, un poeta e un critico musicale britannico. Nato nel 1922 e morto nel 1985. Quando aveva 21 anni iniziò a scrivere diversi romanzi e racconti giovanili, con lo pseudonimo di Brunette Coleman. Si è guadagnato da vivere facendo il bibliotecario.

La poesia “The building” è tratta dalla raccolta “Finestre alte” Einaudi 2002.

 

 

 

 

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