IL MARE E IL FARO - Giovanna Albi - Rileggendo Virginia Woolf...
![]() |
| Giovanna Albi |
Ho dormito stanotte o forse sonnecchiato, il limite tra lo stato di veglia e quello di sonno è labile in me. Noto che molti dormono da svegli, io veglio dormendo. Forse è sempre stato così. Una frattura visibile e scavata si è creata tra me e il mondo. Mi dà ciò una vera felicità. Non rincorro glorie né consensi, sento di essere in quel punto in cui il Tempo si presenta come l’opportunità del riepilogo: il passato e il presente sono in quel punto di sutura, che attendo da anni. Nulla più turba del passato, qui nella sintesi di questo foglio, che raccoglie i pensieri alla mia finestra. Questa fu prima di Virginia, in Al Faro, nella sua prima sezione. Da qui il mondo assume uno sguardo aperto, nella concentrazione dell’attimo creativo, peso di storia, e osservo il Subasio tinto di rosa sull’alba. Questa è la mia felicità, la stessa di Virginia. La signora Clarissa Dolloway, ricca aristocratica londinese, in un mercoledì di giugno 1923 si affretta a parare a festa la sua residenza lussuosa per un party. Tra incanto e noia, a zonzo per London, nell’acquistare fiori per la festa serale, si affaccia alla finestra. Da qui intravede Septimus Smith, dicono malato mentale, in realtà reduce di guerra che ha visto il suo miglior amico Evans morire. La moglie lo costringe a recarsi alla seduta di psichiatria. Il medico gli prescrive il ricovero. Lui si farà in giornata fuori. Clarissa è la mia Chiara de Il Castello di Carte, sintesi del mio Tempo, di quello vissuto e da vivere, tentativo di riunire senza spezzarsi quel che resta. La mia Chiara, con la franca irriverenza del narrarsi, nel tempo zero della sintesi, nella voluta confusione tra me e lei, fa parlare di sé, mi ha unita a qualcuno, divisa da altri. Eppur non è caso letterario. Chiara, come Clarissa, è chiarezza.
Di fronte la neve del Subasio copre il fango del mondo ed è muto il suo rumore di fondo, il chiacchierio di cui non mi curo. Il monte, l’altra parte di me, il mio Septimus, la mia parte radicata nel tempo, il maschile terrigno in me. Non empatizzo con lui, lo sono, come Virginia si scoprì Septimus. La vita che guarda la morte, noi un po’ monte, un po’ Septimus. In mezzo la vita che, pur corrosa dal Tempo, è. La libertà ha un prezzo, l’esito: la concretezza della felicità del tempo raccolto. Il Tempo di Virginia/ Clarissa è quello di Chiara: non una freccia, ma un contenitore. Noi lo conteniamo, siamo sentimentali contenitori del Tempo. Opporsi al corrosivo è contenerlo, sentirlo nel punto della sintesi vita/morte. Simpatizzare con Septimus è coscienza di sé. Se a qualcuno ciò appare visionario, non ha un dono: il sentimento del Tempo, l’unico che davvero consente l’atto creativo. Woolf coglie la vita quando il finito qui raccolto le apre la finestra sull’infinitezza che è voragine di morte. La stessa del mio Subasio che stagliandosi in alto porta le radici dei secoli. Dare vita al passato, ripristinarlo qui e ora, è apertura all’infinitezza, è la pace torbida agognata, il punto adiacente dei tempi, la forma a priori kantiana, non assoluta, ma soggettiva. Questo è il tempo mio e di Chiara/Clarissa alla finestra scrivania, quella del ricordo presente, del sincretismo religioso che fa dire: io sono sul limitare dove Vita/Morte adiacciono. Pensate che Virginia piacque al suo ambiente? Che il suo modernismo non fu osteggiato, nonostante il privilegio sociale e il Bloomsbury Group? Non fu criticata dagli ambienti ecclesiastici, accusati da lei di ipocrisia e di mistificazione di Cristo? Lei che tenne in piedi un matrimonio, nonostante omosessuale? Lei irridente e innovativa lettrice del Vangelo? Lei critica della Psichiatria che sancì il ricovero di Septimus? Lei che sentiva il tempo come me, quello di vivere e di morire? Mentre gli altri perdono la memoria, di fronte le radici svettanti del Subasio... Il giorno si appresta, la neve forse scioglierà al sole, torna il rovinio del tempo e la scempiaggine del Mondo. Il tempo non sta dietro, ma dentro. Ma l’uomo non vuole la Memoria, Chiara/ Clarissa, si sentono gli avversi uomini, i numi a fianco. |


Commenti
Posta un commento