IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Oggi non vi parlerò di poesia o forse sì.

 

Giovanni Allevi


Oggi non vi parlerò di poesia o forse sì.

Arrivo alle 15:30, è ancora presto. Sulle poltroncine di velluto blu, qualche sparuto anticipo di pubblico si volta al suono del mio passo. La sala non è molto grande e di posti vacanti ce ne sono ancora tanti. Un vago retaggio scolastico mi porta d’istinto in quinta fila, poi ci ripenso e viro verso una poltroncina in terza, al centro. Che venga immortalata in qualche foto di rito è già messo in conto e mi rassegno. 

Intorno alle 16:00 la stanza è ormai gremita, ci sono alunni, docenti, autorità, dipendenti in pausa dagli uffici attigui. Qualcuno si insinua tra una fila e l’altra, qualcun altro aggiunge una sedia portata in tutta fretta, qualcun altro ancora si rassegna e resta in piedi. I nomi famosi – considero – anche in tempi di derive social continuano ad esercitare il loro bel richiamo. Ma in questo caso c’è pure dell’altro, lo si capisce a pelle non appena il nostro ospite arriva: ha un sorriso che conquista subito e un’affabilità inscindibile da ogni singola parola. 

Giovanni Allevi lo conoscevo solo dalle foto, da poche interviste televisive e da alcuni brani suonati fino allo sfinimento dalle mie figlie per saggi scolastici e concorsi vari. Si tratta di uno dei pochi casi in cui ad attrarre non è solo la competenza ma l’essenza, non solo una personale idea di arte ma l’atteggiamento di vita che si veicola nel mondo. Mi ritrovo a pensare che non esiste l’artista se non esiste la persona; che per essere credibili bisogna essere in linea con l’aura che si emana. Lo so, lo so, mi rinfaccerete secoli e secoli di poeti e letterati di personalità poco specchiata, ma qui subentra il contatto vivo, la zona autentica in cui l’arte fagocita la vita e viceversa. 

Intanto, tra un pensiero e l’altro, l’ospite ci saluta e prende posto; la sua presenza mi s’impone con la forza d’una conferma attesa: la magrezza del corpo e anche del viso sembrano frutto di una sempiterna natura sbarazzina, il passo leggero è proprio di chi sfiora con delicatezza le cose e le persone, il busto ortopedico in tessuto un costume da supereroe portato con la purezza del sorriso. E poi, immancabile, la folta chioma e non importa che da nera sia diventata grigia, continua a rimpolpare un’idea profonda di riccioli e entropia. 

Spontaneo parte l’applauso, poi i convenevoli di rito. Ma durano davvero poco, l’ospite si alza, oltrepassa con disinvoltura la cattedra da conferenza e si sistema al margine di un proscenio improvvisato, riuscirebbe a toccarci con le mani se si allungasse solo un poco. E questo fa, ci tocca, ma con le sue parole, col suo entusiasmo, con la sua storia; ci mette a parte della sua ricerca meditata sul senso umano delle cose. 

Apprendiamo che il mieloma lo costringe a camminare di continuo per combattere i dolori senza antinfiammatori. Apprendiamo che, a dispetto della dolcezza del nome, il mieloma è un tipo di cancro che in genere non lascia scampo. Apprendiamo che, durante la degenza in ospedale, traslitterare la parola mieloma in tema musicale è diventato un pensiero urgente e necessario, perché niente è più importante del superfluo quando una tempesta ti passa così vicino. 

Pirandello diceva che sono centomila le maschere a cui deleghiamo il nostro essere nelle varie congiunture della vita e diceva pure che, arrivati a fine corsa, le smettiamo tutte per restare niente, consci del nostro peso infinitesimale rispetto a tutto il resto. A volte però – ci dice Allevi – succede anche il contrario; allora, demolite le impalcature messe in atto contro gli urti della vita, restiamo noi per come siamo, con le nostre storture, debolezze, imperfezioni, noi spaventati da un senso di inadeguatezza antico ma pure sollevati per non dover più dimostrare niente a nessuno. 

Apprendiamo che per poter continuare a vivere, insomma, bisogna un po’ morire. 

Gli alchimisti medievali pensavano che bisognasse precipitare nello sconforto più assoluto per scoprire che si può rinascere di nuovo. Nigredo e Albedo: due facce opposte di una stessa medaglia che è la vita; la fine e l’inizio legati in un’unica inscindibile soluzione. È per questo – il nostro ospite conclude - che ogni dolore profondo può generare una bellezza inaspettata, e io gli credo. 

Credo al racconto delle sue passeggiate lungo i Navigli di Milano, che rivelano giorno per giorno un particolare sempre nuovo; credo alle sue solitarie meditazioni in Corso Buenos Aires, perché guardare negli altri il nostro agire è il miglior modo per pensare; credo che l’arte possa interpretare nel profondo una persona, che possa chiarire quello che sei e quello che vorresti essere, quello che sei stato già e quello che vorresti diventare. 

Guardo questo sempiterno pifferaio magico dai capelli grigi sbarazzini e non posso non seguirne l’entusiasmo travolgente dello sguardo. I poeti decadenti ritenevano che la malattia fosse uno stato di alterazione che offriva all’uomo una specola privilegiata da cui guardare con consapevolezza superiore ai misteri dell’arte e della vita. E forse non avevano torto. 

Superato lo choc iniziale, la malattia ti costringe a scavare dentro le paure, infrange la compostezza delle maschere, rinvigorisce le radici più profonde dell’amore. La malattia ti spinge a rintracciare tutte le risorse di cui disponi per convincerti che puoi farcela, che puoi restare. E questo dovrebbe far pensare molto al valore che riveste l’arte, non solo per chi ne usufruisce ma anche per chi la produce. La musica, le arti figurative, la letteratura dimostrano quanto la fragilità del nostro corpo possa essere partecipe alla perfezione della forma, quanto la nostra esperienza di vita possa sottrarsi al contingente e produrre il persistente. 

Così accade che dentro il buio sia sempre compresa un po’ di luce, che nella bellezza venga compresso il buio fitto delle cose. Al netto degli appelli vuoti alla ricerca della vera poesia che illumina la vita, credo che il poetico risieda nell’esserci o nell’esserci stati, nell’averlo percepito a pieno questo peso, questo dono. E io in questo incontro l’ho sentito.

Oggi non vi ho parlato di poesia o forse sì.

 

Al link l’Adagio del Concerto MM22 per Violoncello e Orchestra. Buon ascolto.




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