FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Mia carissima Antonia

 



Mia carissima Antonia,

ti scrivo senza misura, senza il garbo che si deve ai morti illustri, come si parla a qualcuno che irrompe –perché questo hai fatto, in queste nostre notti insieme, irruzione.

Ci pensi che abbiamo la stessa età? La stessa età, Antonia. Ti hanno consegnata a me come figura lontana, fragile e luminosa insieme, quasi trasfigurata – e invece no, sei qui alla mia stessa altezza, ragione per cui mi è impossibile leggerti dall’alto o da lontano e permettermi, sai, la distanza critica, la compostezza, quelle cose lì. È come se il tempo si fosse piegato su sé stesso e mi avesse costretta a guardarti dentro lo stesso punto fragile e incandescente in cui anch’io inciampo e a fatica respiro. Avere la stessa età significa che non posso rifugiarmi nell’idea che tu sia stata più capace di sopportare; significa che quello che hai sentito fino a scomparire appartiene anche alla possibilità della mia vita. Lo capisci, vero, che questo mi toglie ogni forma di riparo? Leggendoti, non posso più fingere che il tuo dolore sia letterario, che la tua luce sia eccezione. Devo ammettere che siamo state – siamo – nello stesso punto del mondo, con la stessa quantità di cielo e la stessa quantità di buio a farci spazio.

 

E, Antonia, ti sento vicina in tutta la mia inquietudine, come se fossi un battito sotterraneo proveniente dal mio terreno, e mi viene da chiederti: come hai fatto a vedere così presto? come hai fatto a sentire così tanto? Solo adesso che ti scrivo, mi accorgo che la domanda si ritorce contro di me, perché forse è proprio questa nostra età a non avere abbastanza pelle a ricoprire tutta la superficie.

 

Le tue parole mi smuovono dentro in un modo che non ha niente di composto: graffiano dove la pelle è più sottile e implorano come se l’implorazione fosse già amore. E allora mi ritrovo lì, senza difese, con questa tua anima che a poco a poco diventa la mia. E il buio che c’è dentro è tutto luce, ed è questa la cosa a disorientarmi di più, perché avvolgiamo il cielo, abbiamo coscienza e memoria del fatto che la camera della nostra anima non ha più pareti. E allora mi chiedo, ancora, senza trovare pace: che cielo è il tuo, Antonia? Non certo il cielo che si guarda alzando gli occhi, ma uno che, al contrario, brutalmente cade e scende, e in questo movimento verticale si incunea nelle mie vene. Scrivi non devo scordare / il cielo che fu in me e in queste parole avverto crudelmente la mia condanna: mi inchioda all’impossibilità di fingere di non aver conosciuto, almeno per un istante, il mio azzurro. E tu lo sai bene, questo, che dopo aver conosciuto l’azzurro dall’interno, ogni tentativo di ridursi e di proteggersi diventa una forma di alto, altissimo tradimento a sé stessi.

Mi sconvolge la tua fame di luce. Una sola parola, dici. Una sola parola basta a illuminare. La dolcezza e la violenza, la carezza e la ferita, l’azzurro e il peso nero dei cieli. E tu vivi dentro questa contraddizione senza addomesticarla, la lasci ferire e dire fino in fondo quello che ha da dire. Non trattieni nulla per pietà. E allora anche l’amore diventa qualcosa di irriducibile. All’inizio è una dolcezza che disarma, una specie di tepore che sembra finalmente dare un senso alle cose, come se tutto – il buio, il freddo, la fatica – trovasse una ragione per esistere. È lì che nasce l’inganno più bello: l’amore come preghiera, l’amore come promessa. Ma in questa dolcezza si apre lo spazio dello scavo: senza violenza apparente, l’amore entra e lavora, e quello che sembrava riparo diventa esposizione. In altre parole, il centro di tutto. Qualcosa di insostenibile e necessario insieme e che, anche quando ferisce, non smette di essere ciò che giustifica la ferita. Ciò che rende sopportabile il peso del cielo.

Con questa lettera io mi inginocchio a te, Antonia. Non davanti alla tua pur maestosissima figura, ma davanti a quella tua nudità che non arretra nemmeno quando sa di andare incontro a un atto di svuotamento. E nello stesso tempo vorrei scuoterti, trattenerti, dirti che è troppo, che non si può vivere sempre così esposte, così scheggiate, così senza pelle. Come si fa? Dobbiamo pure difenderci, salvarci in qualche modo. Ma come si continua a vivere dopo aver capito che l’anima può contenere il cielo? Non lo so. So solo che, da quando ti ho letta, le parole – le mie, le tue, forse tutte – non sono più le stesse.

 

Con inquietudine, con gratitudine, con presenza – o forse con una forma sempre più esigente di nudo e crudo e altissimo amore,

 

 

 

tua, Deborah


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