FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - "Breve e immortale, La Profezia della Parola"
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| Zeudi Zacconi |
C'è un’intuizione sottile
un filo rosso che lega le cose
attorciglia unisce disgiunge i
poli di attrazione ai magneti
di gravità.
Se hai bisogno di me dovresti dirmelo forte
dovresti inciderlo
sopra ogni porta e tutte le volte
scriverlo. Ciò
che è scritto rimane, non vola
come verbo la parola ammanetta
divora la verità non la dire, scrivila
e predici il futuro – non sai
se scrivi possiedi
per un istante ciò che scompare. Scompari anche
tu
poi, con le parole. Quel gesto
del polso sul foglio che afferra
la sparizione.
E se appena pronuncio
la parola immortale
si dipana sul bianco lo spoglio dei nomi
e di tutte le voci
passate future di tutte le voci
la brevità.
(La brevità della parola)
Perché si compia l'atto creativo il creatore deve sparire. Lasciare che accada il miracolo della creazione, farsi da tramite e farsi da parte – eletto e dannato – chiamato alla missione, alla sciagura della parola. Non poter essere altro che canale d’o9mbra e di luce. E prestare la voce, la mano, la penna. È più grande di te la poesia, di te arriva prima e resterà a raccontare. Ti precede e ti segue – l’assalto del dire – e sarà ancora dopo di te. Si lascia sfiorare per un istante, e senza comprendere mai fino in fondo. Ti lascia coi piedi nel vuoto, a penzolare intuizioni che diventano nomi. Nomi che diventano stelle. Poi la parola si avvera, puoi vedere l'immagine farsi reale – l’occhio contratto – il poeta profeta di quello accade, al passato, al futuro, proietta la scena che scrive. Autore di un mondo che non esiste, ma al tempo è esistito e esisterà se lo vede. Se crede. A bassa voce sussurra dal sacro all’umano, per poi replicare, invertire il percorso. Non tocca con mano ma è tutto il corpo che sente, sorprende. Nell’attimo esatto che accade non c’è. Supernova è la prova dell’estinzione – un pianeta di pura parola – dove c’è vita soltanto nell’atto dell’espulsione.
Alcuni desideri si adempiranno.
Altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato –
per quel lucente attimo – il mio esistere.
(Stella cadente, M. Guidacci)
La prova che qualcosa è realmente esistito è la parola scritta. È la parola scritta che rende perpetuo il nome. O tutto è destinato alla scomparsa e siamo stelle che luccicano un istante e poi si spengono. E poi si avverano nella profezia dei desideri. Il desiderio si compie nell’attimo del lancio. Come nell’atto dello scrivere si realizza l’immortalità della parola. Si perpetua il gesto soltanto. E chi scrive, in bilico tra questi due profondi abissi –tra il lancio e il ritiro della mano – è invitato a deporre ogni volontà. E a servire solamente la parola.
«Car la poésie est l'étoile»
Così la scrittura dà forma all’informe. Non cerca la definizione ma tende all’infinizione. Così lo scrittore, chiamato a scordarsi di sé, nell’atto creativo non crea attivamente ma viene creato. E l’unica cosa che vale è l’inspiegabile. L’intraducibile. Quella verità imprendibile che governa ogni legge del vivere – ora e in qualsiasi tempo – e che si manifesta all’interno dell’opera poetica. Come vita che parla.
La dimensione verticale e quella orizzontale della parola si intrecciano in una tessitura che collega il prima al dopo di noi, il divino al terreno. In un perpetuarsi di attimi di brevità.
Io nulla scrivo sulle foglie. Vi leggo
quel che le foglie recano già scritto
in sé, nelle intricate nervature
simili a vene sul dorso della mano
o linee incise nel palmo. Il mio sguardo,
che segue il biforcarsi di vie segrete,
coglie ad incroci turgidi di linfa
i nodi del significato. Così
si fa più chiaro il messaggio.
Ma quella che tu chiedi, e che tu chiami
la mia risposta, non è mia, e neppure
è una risposta. È la vita che parla
in ogni cosa viva, mentre passa
verso la morte. Vi pongo di mio
soltanto un giusto angolo di sguardo.
E il calmo gesto con cui, dopo averle
lungamente scrutate, affido al vento
queste mie foglie, e il vento se le porta,
esso solo compiendo
per un diritto immemorabile
il sussurrante vaticinio.
Nella poetica di Margherita Guidacci impegno civile e spiritualità si fondono in una dimensione profetica della poesia, che si fa portavoce di tutte le inquietudini della condizione umana. Che si fa epifania. La connotazione astratta e metafisica, la tensione religiosa e il costante richiamo al sacro, si intrecciano all’esperienza terrena del male, al grido di dolore e alla denuncia delle atrocità causate per mano dell’uomo, a replicare il gesto fratricida di Caino.
«è un solo grido / che continua nel tempo»
Tra la vita e la morte passa il messaggio segreto, già scritto sulle foglie. Il poeta scruta, appoggia il suo sguardo, ne legge il significato. E il messaggio rilancia più chiaro. Come pagine portate dal vento al vento le affida, perché si compia la profezia.
Il poeta è un profeta. E alla poesia viene assegnata una funzione oracolare. La stessa Guidacci arriverà ad identificarsi con la figura delle Sibyllae, antiche profetesse dai responsi di natura divina: «È luminoso il dio / che parla per mia bocca». La poesia arriva dunque al poeta da un luogo alto e sacro. E chiede, e urge, e intinge di solennità e antica saggezza la parola che esce dalla sua bocca. Seppur nella pronuncia schietta del reale, con tutte le sue nefandezze.
Torno indietro nel tempo e mi viene in mente Victor Hugo, a quel dio che parla a bassa voce all’orecchio del poeta, così come all’orecchio dei profeti e della natura.
Le poète en des jours impies
vient préparer des jours meilleurs.
l est l'homme des utopies,
les pieds ici, les yeux ailleurs.
C'est lui qui sur toutes les têtes,
en tout temps, pareil aux prophètes,
dans sa main, où tout peut tenir,
doit, qu'on l'insulte ou qu'on le loue,
comme une torche qu'il secoue,
Faire flamboyer l'avenir!
E allora ecco questa voce che arriva da un tempo lontano. Che ha la forza, lo splendore e la conoscenza delle cose che hanno resistito. Ecco questa voce raccontare una storia umana comune. Chiedere, pregare, levarsi impetuosa e tirare dritta dall’ultimo gradino della vita.
C’è una voce
che si leva dagli altari di sterminio, c’è una voce
che non vede la mattanza il derelitto,
una voce, l’essere umano inginocchiato alla vergogna
che dall’ultimo gradino della vita
tira dritta. E c’è una voce
che accomuna prega e chiede
di questa storia perpetuata
la sconfitta.
E così, se la veglia della ragione viene accusata da Margherita Guidacci di essere diventata «l’artefice stessa del nostro male» e di avere «per ultimo traguardo / non la profonda notte a cui scendono demoni e belve, / ma un gran sole mortale sul mondo scardinato», ecco che la profezia della parola è l’unica possibilità di apertura di uno spiraglio verso la lucentezza di un mondo tutto nuovo da vivere.
E allora, se è vero che il poeta deve essere chiamato ad un’impresa che attinge e si dirige ad una fonte univoca di verità; se è vero che il poeta vede, attraverso l’oracolo della parola, investito da una spiritualità che lo pervade e lo guida, allora egli ha in mano il potere di realizzare questo universo altro.
E nella bocca una profezia che può tramutare la visione in una diversa e più degna realtà.
Un’impazienza d’ali, dentro di me, improvvisa.
È l’impulso del volo, se non ancora
la direzione del volo. Qualcosa
mi ha chiamata, qualcosa in me risponde.
Io che rispondo sono sconosciuta
a me stessa come la voce che mi chiama.
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Riferimenti e approfondimenti:
- Margherita Guidacci, Le poesie (a cura di Maura Del Serra) Le lettere, Firenze 1999
- Margherita Guidacci, Sull’alto spartiacque (a cura di Giuseppe Marrani e Benedetta Aldinucci) Interno Poesia 2024
- Margherita Guidacci, Paglia e polvere, Rebellato, Padova 1961
- Margherita Guidacci, Il buio e lo splendore, Garzanti, Milano 1989
- Margherita Guidacci, Anelli del tempo, Città di vita, Firenze 1993
- [*] Victor Hugo, Les voix intérieures. Les Rayons et Les Ombres, (Éd. 1840), HachetteLivre


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