CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli - Ilaria Maria D’Urbano, MANI DI PRUGNA, Aragno 2025
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Ilaria
Maria D’Urbano, MANI DI PRUGNA, Aragno 2025
Per quest’opera, che si configura come un dialogo incessante tra
vita, morte e amore, l’autrice ha ricevuto il Premio Andrea Camilleri Poesia
2025. L’esergo ci cala immediatamente nel contesto: “È il giorno / di
dare forma / alle cose”. Si tratta di una raccolta di versi scritti a
partire da un lutto, ma soprattutto da un tras-loco che segna un
passaggio faticoso da una dimensione cittadina ad un salvifico ritorno alla
natura. Sonia Gentili lo definisce, sapientemente, un “movimento di ritorno”
che diventa un recupero generativo, perché riesce costantemente a germinare, a
creare. Leggiamo infatti: “Vi lascio / pareti spoglie / ho altri spazi da
riempire / altre speranze da nutrire / altre salite a mezzogiorno / altre fibre
da allenare // fiorirò nel mio giardino”.
È forte la dimensione del sacro, già in Preghiera:
“- nell’intervallo sospeso tra / la sommità del campanile e / la stella - /
nasce il tempo”; si cerca sin dalle prime pagine un passo diverso, pur
professando amore (come Eliot) verso “questo tempo desolato” e questo
cambio di passo è costituito appunto da un ritorno radicale al “giardino”,
nell’incontro rinnovato tra organismo e ambiente, dove sembrano confondersi o
addirittura coincidere un movimento verso il futuro del Paradiso e quello verso
il passato dell’Eden. È così, difatti, che Bimba si tramuta in Bambi e anche il
ritorno del corpo alla terra si conferma elemento vitalizzante e generativo.
È poesia di Rime e di Colori: “chi ha detto che i colori
dell’arcobaleno sono sette? / non vedete le sfumature della ginestra / - la sua
quiete dopo la tempesta - / le intermittenze di luce tra le foglie d’ulivo / la
rugiada negli occhi del contemplativo / la buccia bernoccoluta del chinotto”.
Davide Rondoni lo definisce “un viaggio drammaturgico” e “un libro di
lotta” in cui l’avversario è l’ombra peggiore, quella della morte, che ha
toccato da più lati la vita della poetessa. Senza dubbio è la morte il
catalizzatore dell’intero libro e diventa un sacro motore generativo: “sdraiata
sulla terra / mi fa meno paura / morire // sono / verme / polvere / vento”,
perché “la trasparenza vince il dolore”. Un dolore che, affrontato con
levità e naturalezza estrema, risulta trasformato (“quando morirò,
promettimi, / seppelliscimi nel tuo giardino / ai piedi della cipressa / che
ora vedo dall’alto / in un giorno silenzioso di festa // e non dimenticarti il
cuscino”.
Quella di Ilaria Maria D’Urbano è una forma letteraria che
sembra scritturale e che spesso ha l’andamento pulito della parabola. Un libro
che si serve della ricerca di relazione come percezione privilegiata e che
chiama ad “Esercitare ogni giorno l’arte dello sguardo: / sollevarlo,
focalizzarlo, alzarlo, infine abbracciarlo. / Abbracciare”; perché ogni
cosa è in grado di comunicare qualcosa di prezioso: ogni bacio, ogni coraggioso
“ti amo”, ogni “xdddzsftgrrrrrrrrrrrrrrr (scritto dalla mia gatta,
Fiamma)”. È il corpo, con la sua percezione, la vera anatomia del presente
(“la mia schiena di gatto / s’inarca sotto la tua carezza / dispensatrice di
tenerezza”); con una sensualità istintiva e animale, perché “Essere è il
suo dono”. “Siamo io e te glicine / al cipresso avvolto / cinguettio
assolato / peccato assolto”, per “amare il corpo dell’altro / dopo aver
spento / l’incendio”.
Le prose, che si alternano qua e là alle liriche, servono a
spiegare alcune circostanze, introducendo ad esempio una sezione che è una
piccola Spoon River, che consente anche ad un piccolo cimitero di
campagna di essere percepito come luogo d’incontro. “Così, dicevo, quasi
ogni giorno raggiungo il piccolo cimitero e osservo le foto, i fiori veri o di
plastica, le date di morte e nascita, fantastico sui numeri incisi nel marmo,
nel legno, nella pietra: scruto i loro occhi, dialogo con i loro fuochi,
cantiamo insieme con la cetra”. Il tema, ancora una volta, è la morte come
elemento vitalizzante, quando di fronte a Cesare e Rina apprendiamo che “- tante
volte siamo morti per arrivare a novant’anni ancora innamorati”, oppure di
fronte a Silvia (“Sei morta un mese dopo mia madre / e hai il cognome che ho
inventato / nel mio ultimo romanzo / per questo ogni giorno / ti vengo a
trovare // e tu, per salutare, / sollevi il vento / sulle guance”.
Nel piccolo cimitero accadono incontri preziosi. Si respirano
atmosfere particolari: “Ho sminuzzato aghi / di rosmarino e fiori lilla /
per avere impresso sulle dita / quel profumo di mare verde / - come a ogni
salita”. È questa dimensione di con-fusione tra
corpo e natura che trascina con sé la dimensione salvifica: “non vedo croci
/ non vedo fiori / non vedo la terra / vedo i vostri corpi / e le vostre ossa /
a formare croci / che diventeranno terra / diventeranno fiori”. E l’autrice
stessa ci ricorda, a chiare lettere, che “Il rito di sepoltura ci rende
umani / inumare, dal latino inhumare, der. di humus:
terra, / la stessa radice della parola umile”.
Spesso,
ad introdurre una nuova sezione, incontriamo poesie “in forma di rosa”,
con giustificazione al centro, quasi a disegnare una clessidra: “L’ho
sentita nei denti / spaccati allo specchio / e nel sangue scorrere / tra le
gengive / l’assenza / di te // Poesia / ti chiamerò”. Il dialogo con la
madre, anche post mortem, è un serrato dialogo con le radici; anche
nella splendida “Stella di mezzanotte”: “ha brillato tutta la notte /
la stella sull’ulivo / oltre la finestra del tinello // il tuo respiro riempiva
/ la stanza al ritmo dei capelli / che morbidi d’agnello / ricrescevano per
incontrare / la vita senza conflitto // gli occhi rotondi controluna / avevano
paura di morire // io guardavo il soffitto e / bevevo angosciata / - incredula
figlia - / a ogni vaso bicchiere bottiglia / della tua casa-baratro / vuoto e
colmo // di te”.
Un
libro che è esperienza della morte e dei morti, nel quale si respira una decisa
volontà di essere, nella quale il tempo è sempre matrice di creatività. La
preghiera (biblica, umanissima ed eterna) attraversa quasi ogni pagina e ne
condivide il respiro: “stasera la mia preghiera / trasforma il legno scuro /
del crocifisso di via crocifissalto / in colombe fiorite che volano / a
te come matite – colorate / dalla mia schiena di liane / a ricordarti di
parlarmi // magari di notte / tra lacrime rotte”. Il tempo si addensa, si
contrae in versi che spaziano tra presente, memoria e desiderio di futuro: “Sfiorami
ancora / con le tue mani di prugna selvatica / che fanno esistere le mie ossa /
- la tua è carezza iniziatica / (…) / - nuotano oceani tra le nostre dita
aperte / deserte / mi volto / ti lascio / mentre pronta e fragile pesi il sale
delle lacrime // sola, nel letto // vai, mi hai detto”.
Il
dialogo tra Madre e Figlia trascende tutto, non si ferma dinanzi a nulla (“Con
te smetterò / di avere paura dei morti // ti dirò vieni qui /
abbracciami”). E l’abbraccio è totale; riguarda la Madre e riguarda la Terra: “Anche
la terra ha pianto per la morte di mia madre / e io piango ogni volta che la
terra muore”. E ogni pianto diventa pioggia. E ogni goccia o lacrima
diventano “semi / di fiori aperti / a meravigliare il mondo / tra ulivi e
allori / in allegro girotondo”.
La
sezione IPOTESI SULLA MORTE ha poi il sapore salmistico e intimamente dialogico
del Turoldo dei Canti ultimi e di Mie notti con Qoeleth, e la
pungente ironia dell’ultimo Caproni, con esiti decisamente suggestivi: “Mi
scusi Signore / è possibile una morte-cesareo? // arrivare da Te con le gote
rosa?”; oppure “non pretendo, Signore, / di essere né alla tua destra /
né alla tua sinistra / ma in braccio / quando chiuderò gli occhi”; e ancora
“Morte è un vuoto / che va riempito // passerà il terrore // di là troveremo
/ il nostro amore // dato”. Splendido, ad esempio, l’incipit di Notte:
“dopo lutti e voragini / il mattino è un miracolo / le palpebre risorgono /
dalla breve morte-oracolo”.
Quello di Ilaria Maria D’urbano è un libro che ci accompagna a “Vivere la morte. / Ogni volta che accade”, perché “abbiamo bisogno dell’insondabile / dell’indefinibile / dell’invisibile / delle parole eterne / e tutto precipita nel blu / del desiderio assetato”. Sino al congedo finale (“portatevi nella bara / la vostra borsetta griffata // io mi porto i prati verdi sconfinati // per questo non potranno / chiuderla”) e alla preghiera che ne consegue (“permettimi Signore / di morire nascendo / di capirne il senso / andar via correndo / giubilando / godendo”. Perché “Ce lo dicono le albe e i tramonti. / Non si brilla senza il limite di un orizzonte”.

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